Virtus-Fortitudo 8 anni dopo

Questa sera, finalmente, torna la partita più bella, sentita e affascinante della povera e triste pallacanestro nostrana.
Virtus-Fortitudo. Il Derby di Bologna. Il Derby di Basket City. E non solo…
L’ultima volta è stata il 29 marzo 2009, quando la Virtus vinse in casa Fortitudo con un canestro da tre punti sulla sirena di Dusan Vuckevic.
Ops…


Ammetto che mi mancava e anche tanto.
Perché la stracittadina bolognese, mi riporta indietro di tanti anni. Quando la Serie A italiana era il secondo campionato più bello del mondo.
Siena non era ancora Siena (e permettetemi di dire, meno male!) e anche se abito ad un centinaio di chilometri dal capoluogo emiliano, la domanda che veniva fatta a me e ad ogni giocatore di pallacanestro era sempre la stessa: “Virtus o Fortitudo?”.
Sì perché le altre squadre era come se non esistessero.
Capitava raramente di trovare qualche nostalgico delle Scarpette Rosse o qualche estimatore di Varese post Scudetto della stella. Poi il vuoto. Era o Virtus o Fortitudo.

Sono sempre stato tifoso della Benetton Treviso perché fu la prima squadra italiana che vidi giocare. C’erano il Rusca, Petar Naumoski, Ricky Pittis e il grande Orlando Woolridge e quell’anno la Benetton fu asfaltata in finale Scudetto contro la Virtus del threepeat. Nonostante la sconfitta, rimasi affascinato dagli avversari. Non so spiegarvi il perché. Di solito la mentalità italiana, spinge ad odiare ogni squadra che gioca contro la propria (soprattutto dopo aver vinto una finale scudetto), ma la Virtus cominciò a farmi simpatia. Saranno stati i colori della loro maglia e la mia predisposizione cardiaca che ogni volta che vede bianconero sente il cuore battere all’impazzata, sarà stato il loro giocatore con la maglia numero 5, ma mi ritrovai a seguire la Virtus quanto la Benetton, proprio nell’estate in cui quel numero 5 se ne andò ai Miami Heat e a Treviso arrivò Henry Williams, detto “Hi-Fly”, una guardia americana mancina che, vent’anni prima di Stephen Curry, tirava da tre punti da sette, sette metri e mezzo. E faceva sempre canestro. Giocava con le Jordan, il polsino all’avambraccio destro (perché era mancino) ed indossava il numero 14. Non ci volle nulla per farlo diventare il mio idolo assoluto.
Nel mentre però, i miei amici ed ex compagni di squadra, cominciarono a tifare per l’altra squadra di Bologna: la Fortitudo.
Li capisco.
Siamo a Firenze e a Firenze c’è solo la Fiorentina (diahane). Di conseguenza, la loro predisposizione è di rigettare sotto ogni forma sia i colori bianconeri sia coloro che vincono.

Presto mi ritrovai ad essere la minoranza cestistica.
Quella calcistica lo sono sempre stato.

I miei amici ed ex compagni di squadra non facevano altro che parlare di Carlton Myers. Carlton Myers di qui.
Carlton Myers di qua.
Carlton Myers di sopra.
Carlton Myers di sotto.
Li guardavo e dicevo: “Forte eh, fortissimo, ma non ha mai vinto un caxxo”.
E loro: “Sì, ma ha fatto 87 punti in una partita“.
E io: “Sì, ma in A2”.
E loro: “Quindi? È il Michael Jordan italiano”.
E io: “Michael Jordan non avrebbe mai perso una finale Scudetto”.
E loro: “Sei proprio un gobbo”.

Ogni conversazione finiva sempre così.
Io che ribadivo il fatto che, nonostante fosse davvero fortissimo (cosa che penso tutt’ora), non avesse mai vinto nulla e loro che mi davano del gobbo. Di merda. Perché vivendo in una città diversa da Bologna, tutto era sempre un rimando a Juventus-Fiorentina.

La Fortitudo andò in finale contro l’Olimpia Milano e perse.
L’anno dopo perse ancora contro la mia Benetton.
Il Michael Jordan italiano era a 0/3.
E io godevo.
Il tutto mentre la Virtus, sempre senza quel numero 5 che nel mentre stava facendo i culi in NBA, vinse una misera Coppa Italia in due anni.
C’era solo una cosa da fare…

La estate del ’97 fu da sogno per entrambe le squadre bolognesi:
la Virtus rivoluzionò il roster, acquistando Rigaudeau, Frosini, Sconochini e Nesterovic, mise Ettore Messina in panchina e, soprattutto, riportò a casa il numero 5.
La Fortitudo rispose con Petar Skansi come allenatore, Fucka e Chiacig sotto i tabelloni e, in risposta al “grande ritorno” comprò David Rivers, neo vincitore ed MVP dell’Eurolega, e The Human Highlight Film, ovvero Dominique Wilkins.

Finalmente la Fortitudo (e Myers) riuscì a vincere il primo trofeo della sua storia: la Coppa Italia che vinse dopo aver battuto la Virtus in semifinale e la Benetton in finale.
Myers fu MVP.
La beffa nella beffa.
Mi fecero morbido e purtroppo, non potevo controbattere.
“Che c’è? Ti rode il culo?” mi dicevano.
Avevano ragione, mi rodeva e tanto.
Anche perché, purtroppo, una squadra con dei tifosi abituati a non vincere, quando vincono parlano. Troppo. E sempre a sproposito.
Sapevo che sarebbe arrivata la mia vendetta.
E lo sapeva anche il numero 5 che dopo la semifinale persa disse: “Della Coppa Italia non me ne frega niente. Io gioco per lo Scudetto e per l’Eurolega”.
Infatti, secondo la sua “profezia”, la Virtus eliminò la Fortitudo ai quarti di Eurolega, poi vinta in finale contro l’AEK Atene.
Gara uno passò alla storia non per meriti sportivi…

La panchina della Fortitudo, entrata in campo per difendere i compagni, fu squalificata per la successiva gara due che la Virtus vinse di due punti.
“Sei un gobbo di merda anche nel basket! Sapete solo rubare!”.
“Ma che c’entra il rubare?” gli rispondevo, “è il regolamento”.
“Sì sì, se eravamo al completo vi facevamo il culo come Coppa Italia”.
“Vabbè dai, sarà per l’anno prossimo”.

Ma ancora il mio godimento non era nulla dato che le due squadre, come ampiamente pronosticato ad inizio stagione, si ritrovarono in campo per la finale Scudetto, con la Virtus che aveva il vantaggio del fattore campo per l’eventuale gara 5.
Gara 5 che arrivò.
Mi ricordo che era un sabato pomeriggio. Avevamo già finito la stagione con la storica Interzona a La Spezia ed ero solo a casa.
Diretta su Raidue con telecronaca di Franco Lauro e Marco Bonamico.
La Fortitudo dominò la partita e già mi aspettavo le telefonate al telefono fisso (ancora il cellulare non c’era…) dei miei amici ed ex compagni di squadra. Ero pronto, se così si vuol dire, ad un estate fatta di sfottò. Già era difficile sopportarli dopo l’episodio di Ronaldo e Iuliano (per me, MAI RIGORE!) e dopo l’ennesima debacle in finale di Champions contro il Real Madrid.
Quello che è successo lo sanno anche i muri, ma fa sempre piacere rivederlo.
Mi alzo dal divano ed urlo. Sembro Tardelli al Bernabeu.
“SAAAAAASHAAAAAAA!!!! SAAAAASHAAAAAAAAA!!!!”
Dopo la rimessa, Rivers parte come un treno, ma si palleggia su un piede. Palla Virtus per vincerla. Abbio ma viene stoppato. Supplementari.
Sono sempre in piedi.
Figuriamoci se guardo i supplementari da seduto.
Anche perché sapevo che la Virtus avrebbe vinto.

Paradossalmente, il meglio doveva ancora venire.
Riguardiamo anche quello.

Il telefono di casa mia non squilla.
O anche se squilla, non lo sento perché continuo ad urlare (e a regalare gesti dell’ombrello, specialmente quando inquadravano Carlton Myers) e anche la sera stessa, quando mi vedo con i miei amici, faccio finta di niente. Loro evitano di parlare e io pure, fino a quando finisco la lattina di Coca Cola che ho in mano. Mi guardo intorno e vedo un cestino. È più forte di me…
“Ragazzi scusate, ho bisogno un attimo di uno di voi?”.
“Che c’è Matte?”.
“Allora, io faccio Danilovic. Deve venire qualcuno a fare Wilkins, sennò se faccio canestro senza fallo, la Fortitudo vincerebbe lo Scudetto”.
Silenzio. E poi offese.

Cestisticamente fu un gran bel periodo, perché dopo l’Interzona e il canestro di Sasha, ci fu il The Shot di MJ.
Quella notte io e il Cap potemmo festeggiare.
Tutti e due e non uno solo…

Tra le tante leggende che girano intorno a quella Gara 5, la mia preferita è quella dell’autografo di Danilovic al referto, con scritto “Io può”.
Potrei scrivere di lui per ore e ore. Su quanto ha vinto, su quanto è stato amato e allo stesso tempo odiato, sul suo essere decisivo, sulle sue caviglie fragili quasi quanto quelle di Van Basten, ma mi limiterò ricordando la sua uscita dai blocchi. Perché quando Sasha usciva dai blocchi era sempre canestro. E sempre non significa spesso o tanto. Sempre significa sempre. Sasha Danilovic, numero 5, è stato il primo a darmi un’idea “razzista” dello sport che praticavo. Perché prima di osservare come si muoveva e di iniziare a rendermi conto dell’intelligenza che aveva nel leggere le situazioni, la mia idea di pallacanestro era piuttosto limitata: credevo che l’atleta di colore non avesse bisogno di fare certe cose. A cosa gli serviva fare una finta sul perno o fare una lettura su un blocco, quando il suo fisico gli permetteva di saltare sopra la gente? Danilovic invece, che per ovvie ragioni non poteva saltare sopra la gente, segnava in tutti gli altri modi. Piano piano cominciai a capire che la pallacanestro che poi mi sarebbe piaciuta di più era quella con i piedi sul parquet e non in aria.

Quando si ritirò, a 30 anni, fu dura. Durissima, anche perché la Fortitudo aveva vinto il suo primo scudetto (ancora contro la Benetton) e Sasha fu sostituito con un ragazzo argentino di Bahia Blanca che giocava a Reggio Calabria. Un certo Emanuel Ginobili, per gli amici Manu. Probabilmente ne avrete sentito parlare.
E fu proprio con Ginobili in campo che la Virtus secondo me più forte di sempre, mi fece il regalo a cui sono ancora oggi più affezionato: il meno 37.
Erano altri tempi ed un’altra pallacanestro.
Oggi, Rigaudeau, Jaric, Ginobili, Smodis e Griffith vincerebbero l’Eurolega dormendo e probabilmente, se fossero in NBA ad est, andrebbero pure ai playoffs.

Da una parte, come ho già scritto in apertura, sono felicissimo di rivedere il derby dopo otto anni. Dall’altra però, mi dispiace vederle in A2 e sapere che la Benetton, o meglio la Pallacanestro Treviso, sia in Serie C Gold.
Purtroppo è quello che succede ai cosiddetti “sport minori” quando finiscono i quattrini. Il tifoso medio perde interesse, i presidenti cominciano a vedere i primi buchi di fatturato, si abbassano gli stipendi, si preferisce comprare un americano scarso piuttosto che far giocare qualche ragazzo del settore giovanile, le vittorie non arrivano più e il balocco, inevitabilmente, si rompe.
Tutto secondo regola…

Scusatemi, ma mi sono dilungato troppo.
Come sempre.
E in tutto questo mi sono scordato di scrivere qualcosa di carino sulla Fortitudo.
Allora, facciamo così, intanto ci penso e quando mi verrà in mente ve lo farò sapere…
Caxxate a parte, io non ce l’ho con la Fortitudo. Ha un tifo meraviglioso e ha avuto delle coreografie indimenticabili, però mi fa tanta tenerezza. Come si può odiare una squadra che finalmente riesce ad andare in finale di Eurolega e perde di 44 contro il Maccabi? Dai, è impossibile.
E solo che a me le squadre simpatia non hanno mai fatto simpatia…

Quindi belli miei, buon derby e soprattutto, forza Virtus.
V NERE! V NERE!

ps. l’anno scorso sono stato al PalaDozza a vedere il Pec giocare contro la Fortitudo. Era un freddo cane e quando sono entrato avevo le mani in tasca. Ovviamente a V.
Risultato finale: Fortitudo 72 – Trieste 74. Canestro di Nelson sulla sirena.
E io godo.

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