ASG (che significa All Star Game)

La prima volta che Tommy me ne parlò pensai:
“Mah, secondo me ha perso il capo…”.
Non per sminuire le capacità organizzative del buon Paoletti, anche perché è cresciuto giocando a qualsiasi tipo di videogioco di calcio manageriale che sia uscito negli anni ’90, ma c’erano alcune parole che inserite nello stesso contesto stonavano più delle Lollipop al Festival di Sanremo: Firenze-pallacanestro-All Star Game-Piazzale Michelangelo.
L’ho già scritto, ma mi piace riscriverlo: a Firenze della pallacanestro non gliene importa una sega a nessuno. O meglio, a pochi. Che poi, sostanzialmente, sono sempre gli stessi che ho visto nelle varie palestre dei vari quartieri per almeno una ventina d’anni.

Tommy parlava, parlava, parlava e io continuavo ad essere non troppo convinto. Ma lo ascoltavo.
Anche perché mi sembrava di guardarmi allo specchio. Succede esattamente la stessa cosa quando devo raccontare a qualcuno che mi da spago (cosa da non sottovalutare…) quello che ho in testa e il modo in cui lo vorrei fare.
Si capisce subito quando è una roba seria e quello che mi stava dicendo Tommy lo era, perché c’erano così tanti dettagli da far capire che non ci dormiva da diversi mesi.

“Si divide Firenze in quattro quartieri e gli si da un colore. Come nel calcio storico”.
“Ah, quindi non in una sera?”.
“Sieeeee. Macché in una sera! Si fa su tre sere! E aspetta… Poi si sceglie quattro allenatori, uno per ogni quartiere ed i giocatori dovranno prima mandare la loro candidatura, ovviamente in base alla loro residenza, poi dovranno fare i provini e infine gli allenatori ne sceglieranno 12 per squadra”.
“Scusa eh, ma dove lo vorresti fare?” gli chiesi.
“A i’Piazzale!” mi rispose.
“A i’Piazzale!!!!” esclamai spalancando gli occhi.
“Sì! Io lo volevo fare in Santa Croce. Poi ne ho parlato con l’Assessore e mi ha detto: macché Santa Croce. Si fa a i’Piazzale Michelangelo!”.
“No scusami, fammi capire bene: vorresti montare un campo di pallacanestro a i’Piazzale Michelangelo e fare un All Star Game cestistico? Qui? A Firenze?”.
“Perché un ti garba?”.

Il problema non era il garbare. È vero che la pallacanestro mi ha strariempito i testicoli, ma guardate l’immagine di copertina del post. Devo aggiungere altro?
Il problema era proprio Firenze. Città famosa in tutto il mondo per le opere d’arte e per il caxxo di nulla che c’è da fare per 365 giorni l’anno. Tommy e il suo socio non solo volevano fare qualcosa, ma lo volevano fare su tre giorni.

Ho continuato a credere che avesse perso la testa anche la sera della presentazione dell’evento, quando entrai alla Sancat insieme a Jack Galanda, probabilmente il cestista italiano che ho amato di più (specialmente con la maglia della Nazionale perché, ahimè, giocava nella Bologna sbagliata. Lo so, adesso vi verrà in mente la semifinale di Atene contro la Lituania, ma per me, la Goduria con la G maiuscola è stata il torneo preolimpico di Colonia contro gli Stati Uniti).
Tommy era in piedi davanti ad una cinquantina di persone e dietro di lui scorrevano le slide con tutto quello che mi aveva detto.
Appena terminò il discorso, guardò tutti noi, sorridendo con il petto gonfio d’orgoglio. Non poteva essere altrimenti.
Ci era riuscito.
Era riuscito a convincermi.
Almeno fino a quando uno dei presenti gli chiese che cosa volesse dire ASG.
“No” pensai, “non ce la farà mai!”.
Oltretutto, quella sera stessa il Leicester vinse la Premier.
C’erano troppe cose che non andavano!I giorni passavano e il progetto cresceva.
Aumentavano gli sponsor, i like sulla pagina Facebook e soprattutto aumentavano coloro che ne parlavano. Specialmente i giocatori, che non si salutavano più con il classico “Uè, come va?”, ma con “Oh, ma te di che quartiere sei?” (presto venne fuori che quelli boni erano tutti di Campo di Marte) e come nella famigerata goliardia fiorentina, cominciarono anche i primi sfottò.

Fu con la seconda ed ultima presentazione in Palazzo Vecchio che, finalmente, mi “arresi” all’idea che l’uomo che ammutolì Bologna ce l’aveva fatta.
Di conseguenza, arrivò, per me, il difficile.
Per non dire l’improbabile: mi ero promesso di non giocare più, ma quando c’è una qualsiasi tipo di rimpatriata sono sempre in prima fila per andarci. Non so spiegarvi il motivo. Probabilmente è lo spirito da spogliatoio che non mi abbandonerà mai (d’altronde, l’ho sempre detto: non è la pallacanestro che mi manca, ma lo spogliatoio…) o l’avere un talento naturale nello sparare cazzate a ripetizione quando ho intorno due o più persone. Resta il fatto che quando c’è banda, io ci sono. Pur ripudiando la pallacanestro ed essendo un convinto e ferreo detrattore di Firenze, non avevo la minima intenzione di lasciarmi sfuggire un’occasione del genere.
Così inviai la mia candidatura agli Azzurri del Nord (che scritto così sembra una roba alla Trono di Spade) e mi presentai al primo allenamento saltando pure una riunione di lavoro. Quando comunicai al mio capo, anche lui ex giocatore, che non ci sarei stato, mi disse: “capisco, quanto vorrei esserci anche io!”.
Invece, per me, fu strano. Erano anni che non mettevo la pallacanestro al primo posto. Ve l’ho detto che questa sarebbe stata la parte più improbabile.

Sarà stata l’inattività e quello che succede quando non tocchi palla dopo tanto tempo, sarà stata l’adrenalina, sarà stato quello spirito competitivo che non ho mai avuto e che apparve improvvisamente, ma alla prima selezione feci sempre canestro. Sempre. E in tutti i modi: fadeaway, tre punti, arresto e tiro, pure in penetrazione.
Fu così che durante un’intervista a TeleIride, il nostro vice coach, alla domanda chi è il LeBron James degli Azzurri,  rispose ovviamente Matteo Aiello. Ovvio, non si stava riferendo alla mia performance, ma alla simpatia e all’affetto che nutro verso il miglior giocatore del mondo (lo sapete e se non lo sapete lo scrivo ora: per motivi contrattuali posso solo parlare bene dello stempiato del Prescelto).
A causa di quell’ingombrante etichetta, nel secondo allenamento fracassai entrambi i ferri, ma nonostante le percentuali, ehm, bassine, fui scelto tra i 12.
Il terzo allenamento fu una tragedia, anche perché fu il primo a tutto campo. Cosa che avevo del tutto sottovalutato. Fu proprio quel terzo allenamento a tirare fuori ancora una volta la caratteristica che mi ha più contraddistinto nel corso degli anni e che ha portato sull’orlo dell’esaurimento nervoso la maggior parte degli allenatori che hanno avuto la fortuna di allenarmi: il ciondolare da una parte all’altra del campo. Ed è grazie al mio carisma, alla mia voglia e alla mia leadership (come no!) che venni nominato Capitano. Per la prima volta nella mia vita sarei stato Steven Gerrard. Dato che non potevo prendere il numero 14 perché i numeri arrivavano fino all’11, pensai subito all’8, ma non mi entrava la maglia (maledetta XL). Così scelsi il 10. Sia perché è il numero di Sunshine sia perché il 10 su sfondo azzurro mi ricordava Roberto Baggio.

Con delle premesse altissime, arrivai la prima sera al Piazzale.
Ecco, quello che mi immaginavo (e di immaginazione ne ho forse troppa) non era nulla rispetto a cosa riuscivano a dare quel maledetto campo da pallacanestro su quel maledetto sfondo (la foto di copertina del post… riguardatela ancora una volta). Rimasi senza fiato prendendomi un paio di minuti dove pensai a quanto sono fortunato a vivere in una città del genere e a quanto mi fa incazzare lo “spreco di talento“.
Firenze ne ha davvero tanto.
Di talento.
E di spreco.

Firenze l’è piccina e vista da i’Piazzale la pare una bambina vestita a carnevale.

La prima semifinale era tra i favoritissimi Verdi e i Rossi.
La curva Verde sembrava la Bombonera prima di Boca-River: fumogeni, facce ingigantite dei giocatori come si vede nei palazzi NBA e Coach Z con capelli e barba del colore della Padania. Una meraviglia per gli occhi.
Rossi che però vinsero abbastanza agevolmente.
Perché al campino la pallacanestro conta il giusto. Al campino si gioca da campino. Infatti, quelli boni (e giuro su Springsteen che non lo sto dicendo a presa di culo, ma perché sono boni per davvero!) sembravano impediti e gli impediti sembravano boni. Ad eccezione di Zerini che vive su un altro pianeta rispetto a tutti. Boni e impediti.
Stessa sorte toccò a noi Azzurri contro i Bianchi.
La partita fu più combattuta e senza qualche fischio discutibile l’avremmo potuta vincere.
Resta il fatto che la finale fu tra Bianchi e Rossi e fu vinta da questi ultimi.

Se devo essere sincero, il risultato, per me, era irrilevante. Sarà che di vincere o perdere me n’è sempre fregato il giusto e che l’unica cosa che veramente mi interessava era divertirmi e non aver buttato ai maiali un pomeriggio o un sabato sera.
È che mi aspettavo più scazzo.
Non nell’intrattenimento (a proposito, standing ovation per Anto Calamai e per Coach Z) né tra il pubblico né tra l’organizzazione che è stata perfetta perfino nei dettagli più insignificanti, ma proprio in campo:
Nessuno che si prendeva per il culo.
Nessuno che rideva.
Tutti super seri.
Tutti super tesi.
Tutti super concentrati.
Per non parlare di chi non ci doveva essere, ma che c’era (quando ti autoproclami “il Fenomeno” puoi fare come caxxo ti pare, no?) perché l’unico credo è “vincere e vinceremo!”.
Via gente.
Su.
Abbozzatela di prendervi troppo sul serio. Specialmente a luglio quando i campionati sono finiti da due mesi.
Lo so, e qui ritorna la competitività che non ho mai avuto, che è colpa mia e del mio anti “I love this game“, ed è pure vero che come ho scritto prima, quando ci sono due o più persone mi sento in dovere di fare il coglione e di dire minchiate. Infatti, mi dispiace non aver fatto l’elbow pass che avevo promesso a Coach Z, ma vedevo doppio già al terzo campo fatto in su e in giù.
Però, nonostante fossi l’unico che ha smesso dei 48 giocatori scelti, non ho sfigurato. Il che dovrebbe far riflettere.

A luglio ci sarà la seconda edizione.
Mi immagino già che i due Tommy avranno in mente di cambiare i ferri (così quelli boni potranno far vedere quanto sono boni) e di allestire le tribune. Intanto hanno aggiunto un quarto giorno per dare più spazio al tre contro tre (e con il Magio nell’organizzazione chissà cosa potrà venire fuori) e alla pallacanestro femminile.
Non ci resta che aspettare.

Se ci sarò?
Chissà…

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