Chris Cornell – be yourself is all that you can do

and if you don’t believe the sun will rise, stand alone and greet the coming night
in the last remaining light

Tra le innumerevole cose che mi fanno venire i conati di vomito, ci sono le social condoglianze. Di qualsiasi tipo. Sia quando riguarda un familiare sia quando colui che se ne va è un personaggio famoso.
Le trovo di cattivissimo gusto e non era mia intenzione scrivere o pubblicare post, video, aneddoti o citazioni riguardo la scomparsa di Chris Cornell, Ma dato che circa vent’anni fa ho iniziato un viaggio che mi ha portato ad ascoltare e ad amare o disprezzare più o meno il 95% di musica degli ultimi ottant’anni, mi sembrava doveroso scrivere due righe su una delle figure di riferimento del mio percorso.

Considero Chris Cornell uno dei due/tre migliori cantanti di tutti i tempi. Ed è strano dato che, di solito, preferisco le voci roche e baritonali piuttosto che quelle acute. Non offendetemi, ma tra Johnny Cash e Freddie Mercury prendo sempre il primo anche se, oggettivamente, so benissimo che non c’è partita. Non mi sto riferendo agli arrangiamenti o ai riff o ai testi, ma solo ed esclusivamente alla voce. Perché mi emoziona. Tanto. Ed essendo caratterialmente abbastanza restio nel manifestare le mie emozioni, come scrisse uno più bravo di me, uso la poesia di un altro per esprimere quello che sento.
Il brivido è il mio metro di giudizio. Sommato alla botta emotiva e alla dissolvenza di tutto quello che sta intorno a me. Più non mi rendo conto di dove e con chi sono e più che quel determinato disco, canzone o cantante sta facendo breccia come un bersagliere nella mia Porta Pia interiore.

Il mio rapporto con Chris Cornell si è stabilizzato a fine giugno 2012. Quando per la prima volta l’ho visto dal vivo.
Sì, ho scritto stabilizzato perché nel corso degli anni ho altalenato diversi stati d’animo.
È normale no?
D’altronde succede sempre quando una persona ti è entrata dentro, ti ha fatto male, tanto male, ed ogni reazione dal fattaccio in poi diventa subordinata alla paura di non prenderlo nuovamente nel mezzo alle chiappe. Dall’amore spasmodico e smisurato quando era il cantante dei Soundgarden, sono passato al girare pagina ogni volta che vedevo una sua foto su Tutto, perché non riuscivo ad accettarlo con i capelli corti a cantare canzoni pop melodiche. Poi ho ricominciato a volergli bene con gli Audioslave per poi odiarlo ancora un’altra volta dopo il loro scioglimento. Fino al concerto…

Ero alla Cavea del Nuovo Teatro dell’Opera Fiorentino ed era la prima volta che ci entravo. Pur essendo all’aperto, l’atmosfera era davvero intima. Non sembrava di essere ad un concerto, ma a casa. In un dopo cena con gli amici, ad aspettare che lo strimpellatore del gruppo prendesse la sei corde e cominciasse a suonare per cavalcare l’onda alcolemica (ovviamente, io sarei stato l’unico in grado di ricordarsi le parole…).
Sul palco c’erano soltanto sei/sette chitarre acustiche.
Poi è arrivato lui.
Niente Matt Cameron o Brad Wilk alla batteria.
Niente Kim Thayil o Tom Morello alla chitarra.
Niente Ben Shepherd o Tim Commerford al basso.
Solo lui.
E noi.

Ho fatto pace con Chris Cornell perché è riuscito a farmi dimenticare tutto. E credetemi non è per niente semplice dato che, purtroppo, sono uno che tende a ricordare. Ma in quelle due ore, la dissolvenza intorno a me era davvero forte. La sua voce, così maledettamente identica a quella che avevo ascoltato per anni, mi sballottava da una parte all’altra ed ero lì, seduto come un coglione che non si ricordava più neppure come era arrivato.
La “tripletta Temple of the Dog” (ovvero Wooden Jesus, Call Me a Dog e, soprattutto, Hunger Strike) mi riportò agli anni del liceo. Nella mia cameretta con i poster dei giocatori NBA appesi al muro, il calendario IP di Valeria Marini e il mitologico stereo Panasonic sulla scrivania che il parentado mi regalò per la comunione. A quando scoprì per la prima volta Jimi Hendrix e a quando pensai che Eddie Van Halen fosse la riprova di forme di vita aliena sulla terra. Dopo che ascoltai Ten, primo album dei Pearl Jam, comprai un libro sulla loro storia e rimasi affascinato da quello che era la scena musicale di Seattle dei primi anni ’90.
Ancora ero lontano anni luce dal blues, dalla Motown, da Simon & Garfunkel e da Lui. Mi piacevano le sonorità hard rock anche perché era sostanzialmente l’unica cosa che avevo ascoltato. Del grunge sapevo poco o nulla. Quel poco erano un film di Cameron Crowe e le insopportabili citazioni di Kurt Cobain che leggevo sulle varie Smemorande delle mie compagne di classe (come quelle del buffone alcolizzato che si atteggia da poeta).

Chris Cornell
Chris Cornell è stato il grunge quanto Andrew Wood.
Più di Layne Staley.
Più di Mark Lanegan.
Più di Mark Arm.
Più di Eddie Vedder.
Più di Kurt Cobain (menomale…..).
Perché lo ha visto nascere, crescere e morire.
È grazie a lui (e anche un po’ a Shawn Kemp e Gary Payton) che mi sono innamorato di Seattle.
È grazie a lui che considero il grunge come l’unico genere movimento musicale dai primi anni settanta in poi che si merita tutto il mio rispetto. Prima o poi, ci verrò.
Promesso.
Anche perché devo vedere la tomba di Bruce Lee, la statua di Jimi Hendrix e il murales con scritto MOTHER LOVE BONE.

Arrivederci mio caro Chris e non la smetterò mai di ringraziarti per tutti i pomeriggi passati insieme e la compagnia che mi hai fatto in macchina specialmente negli ultimi due anni, quando ascoltando la tua voce sulla A-1, mi viene da sorridere quando penso che ormai I am the highway.

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