Eddie Vedder – 24 giugno 2017

Ho visto Eddie Vedder così tante volte che potrei tranquillamente considerarlo come uno di famiglia. Anzi, l’ho visto così tante volte che potrei considerarlo molto più di uno di famiglia, ma nonostante l’abitudine di vederlo insieme a Stone, Mike, Matt e Jeff, ero curioso di scoprire cosa avrebbe potuto fare in solitaria.
Non fraintendetemi, non ho mai avuto il minimo dubbio su niente.
Però, onestamente, un conto è presentarsi sul palco con il tuo gruppo storico e un conto è essere da solo. Perché se decidi di “affrontare” 50 mila persone con un paio di chitarre, una grancassa e un cartonato di birilli da bowling che riprendono il Trono di Spade come scenografia, o sei un pazzo da rinchiudere o sei Eddie Vedder.
Come ha poi detto lui stesso, non aveva mai suonato con così tante persone davanti. L’effetto ottico dall’inner pit dove ero io era spaventoso. Figuriamoci dal palco.

Dopo Samuel dei Subsonica (da me boicottato perché fuori contesto oltre il limite dell’odioso), Glen Hansard (da applausi) e la pausa fochi (che come sempre l’eran meglio quegli altr’anni), ci siamo.
Sono passate da poco le 22,30 quando Eddie arriva con l’immancabile boccia di vino in mano. Saluta e comincia toccandola piano: Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town. Della serie “si può fare di peggio…”. È strano. Sono abituato a sentire la versione originale fatta con l’acustica, ma stavolta la suona con l’elettrica. È inutile che vi dica che l’avrebbe potuta fare anche con il triangolo o con il didgeridoo che sarei andato in botta a prescindere.
Il Siso mi guarda e dice: “Ma che hanno messo il disco?”.
Come dargli torto.
La sua voce è inspiegabile. È così assurda che per un attimo penso che stia cantando in playback e di essere non a Firenze Rocks, ma ad un concerto tributo del mitologico Festivalbar.
A ruota segue Wishlist e proprio come il titolo ed il testo della canzone appena suonata, comincio a fantasticare su ciò che potrebbe (e per me, dovrebbe) suonare, dato che le scalette sono sempre diverse e decise sul momento.
Infatti, dopo aver stappato la boccia per un brindisi a San Giovanni, dalla valigia aperta posizionata sul palco, Eddie Vedder tira fuori Brain Damage dei Pink Floyd, nona traccia di quello che considero l’album perfetto. E vado in difficoltà.
Grossa difficoltà.

Quella di Eddie Vedder è la miglior voce che ho mai sentito.
Senza se e senza ma.
La metto prima di tutti.
E per tutti intendo proprio tutti.
Il pubblico la ascolta.
40 mila, 50 mila, non importa.
È un qualcosa che davvero mi riesce difficile spiegare a parole. Il modo in cui passa dal graffiato al melodico, quegli acuti che non sono così acuti e quella rabbia che riesce a tirare fuori anche oggi, a più di 50 anni, come se fossero i primi anni ’90, lo rendono unico.
Ed è unica anche la sua storia (e lo sapete quanto, per me, sia fondamentale sapere cosa c’è dietro): per anni gli fu fatto credere che il padre biologico fosse il secondo marito di sua madre (vi dice nulla il testo di Alive?) e mentre faceva il benzinaio a San Diego, gli arrivò una musicassetta con alcune canzoni strumentali di un gruppo di Seattle che stava cercando un cantante. Scrisse i testi, registrò sopra la sua voce, intitolò il tutto come Momma-Son Tape e il resto, beh, dovreste conoscerlo (anche se ancora faccio fatica ad immaginare la faccia di Jeff, Stone e Mike al primo ascolto).

Il livello emotivo è stordente, ma non è nulla rispetto alla dedica a Chris Cornell e a quello che succede dopo. D’altronde, come ha detto lui stesso, San Giovanni, SG, sono le stesse lettere di Soundgarden, ma invece che fare una cover della band di Cornell, Eddie attacca Black, quinta traccia di Ten, album d’esordio dei Pearl Jam. È una scelta che apprezzo. Non per il pezzo in sé, ma per l’aver preferito una sua canzone piuttosto che banalizzare il momento con qualcosa dei Soundgarden (ogni riferimento a quello che hanno fatto quei cinque buffoni ad Imola circa venti giorni fa è puramente voluto!). È emozionato, diciamo anche scosso. Non deve essere semplice. D’altronde, non è un segreto il fatto che lo abbia considerato il suo fratello maggiore e che per i suoi primi mesi a Seattle, abbia dormito nel suo appartamento. L’interpretazione è un capolavoro. Ora, io non credo in nessuna cazzata filo-religiosa, però vedere una stella cadente passare sopra il palco subito dopo l’ultima nota, mi ha sconvolto e forse ha sconvolto anche Chris. Almeno mi piace pensarla così.

Dopo Porch, altra perla tratta da Ten, Eddie lascia la chitarra e si mette all’organo. Già, dimenticavo, sul palco c’era pure un organo. E quell’organo mi fa venire un orgasmo chiamato Comfortably Numb. La situazione mi sfugge di mano e anche se non c’è l’assolo finale, tengo gli occhi chiusi.

Can you stand up?
I do believe it’s working. Good.
That’ll keep you going for the show.
Come on it’s time to go.

Non faccio in tempo a riprendermi che a ruota segue un altra cover piuttosto conosciuta: Imagine. Ecco, non sono mai stato un grande fan né dei Beatles né di John Lennon, anche se invecchiando li ho entrambi rivalutati, e soprattutto non ho mai sopportato chi tira fuori il cellulare ai concerti per riprendere, però l’effetto di 40/50 mila cellulari accesi è una meraviglia. Ed ovviamente, quella versione di Imagine diventa subito migliore dell’originale.
Ormai è in striscia.
Sembra Steph Curry.
Eccola, la mia canzone preferita della discografia dei Pearl Jam: Better Man.
Canto.
Urlo.
Mi viene voglia di strapparmi i peli scuri che ho sulla barba così finalmente mi resteranno soltanto quelli bianchi.
Ci sono, ma non ci sono.
Tutto come avevo previsto.
Last Kiss è il colpo di grazia e Falling Slowly, tratta dalla colonna sonora di Once, film con Glen Hansard come protagonista (se non l’avete visto GUARDATELO!) in coppia con lo stesso Hansard è il voler infierire sul mio corpicione esanime.
Eddie scende dal palco ed entra tra la prima fila del pit, ma invece che spostarsi, lo tirano su, come avrebbe fatto Buffon la sera del 3 giugno con la Coppa dalle grandi orecchie (………).
Hard Sun tratta da Into The Wild è l’ultimo pezzo.
Prima, aveva fatto Rockin’ in the Free World, cover di Neil Young con cui di solito chiude i concerti dei Pearl Jam.

Torno a piedi alla macchina.
Dall’ippodromo del Visarno, mi faccio tutto il viale dell’aeronautica e ripenso a quelle due ore e mezza di magia.
Ho visto uno dei tre concerti più belli della mia vita.
Me ne sto rendendo conto, ma ancora non me ne rendo conto.
Quello che so per certo è che Eddie Vedder è la cosa più vicina al mio solo ed unico Dio.
Sono assorto nel mio meraviglioso mondo perfetto, ma purtroppo vengo riportato alla dura e cruda realtà dai rumori emessi dal Manduca e più precisamente dal remix di Eye of the Tiger.
Vorrei strappare un tronco dal viale, entrare dentro e fracassare la testa ad ognuno di quei subumani, ma per una volta mi va bene così.
La rabbia si trasforma subito in pena.
Questa sera siete la minoranza.
Godetevela.

EDDIE VEDDER – 25/06/2017 – SETLIST
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
Wishlist
Immortality
Trouble (cover di Cat Stevens)
Brain damage (cover dei Pink Floyd)
Sometimes
I am mine
Can’t keep
Sleeping by myself
Setting forth
Guaranteed
Rise
The needle and the damage done (cover di Neil Young)
Unthought known
Black
Porch
Comfortably numb (cover dei Pink Floyd)
Imagine (cover di John Lennon)
Better man
Last kiss (cover di Wayne Cochran)
Falling slowly (cover degli Swell Season)
Song of good hope (cover di Glen Hansard)
Society (cover di Jerry Hannan)
Smile
Rockin’ in the free world (cover di Neil Young)
Hard Sun

ps. questo è quello che ci siamo scritti stamattina io e il Baldo.
Magari non ho reso l’idea…

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