Don’t mean a thing without the ring

Prendo spunto da una foto che mi ha inviato il Cap qualche giorno fa: è il 1996 ed i Chicago Bulls di Jordan, Pippen e Rodman devono affrontare i Miami Heat al primo turno dei playoff. Hanno finito la regular season con 72 vittorie e 10 sconfitte, battendo il precedente record dei Los Angeles Lakers che durava da 24 anni. Tutti sanno che vinceranno. Sia per il record, sia perché c’è Jeffrey (il che li rende favoriti a prescindere).
Nel pre riscaldamento di gara uno allo United Center, Pip e Ron Harper si presentano sul parquet con una t-shirt con scritto “72-10: don’t mean a thing without the ring” che, per coloro che non masticano l’inglese, significa: “non serve a niente senza l’anello”.
L’anello arriverà. Così come era arrivato ai Lakers di Jerry West e Wilt Chamberlain. Jeffrey vincerà la sua quarta finale e il suo quarto titolo di MVP. D’altronde, come ho scritto prima, lo sapevano tutti.
Jeffrey è Jeffrey.
Punto.

I record sono fatti per essere cancellati e ci hanno pensato i Golden State Warriors ad eliminare i Chicago Bulls dagli almanacchi con una stagione da 73 vittorie e 9 sconfitte, trascinati dalle giocate inspiegabili di Stephen Curry. L’unico giocatore ad essere votato MVP all’unanimità con 130 voti di 130 giornalisti. L’uomo che tira da metà campo e che è stato capace di segnare 402 canestri da tre punti in stagione.
Tutto molto bello e tutto molto scritto: Golden State vincitore già a novembre. Dopo la stagione da 73 vittorie poi…
D’altronde, per mesi, si è parlato soltanto dell’ipotetica sfida tra le due squadre e su quale fosse la più forte e la cosa divertente di questa diatriba è che era composta da due fazioni (come va tanto di moda ad Hollywood in questo periodo cine-fumettistico) generazionali: chi ha visto quei Bulls e questi Warriors diceva Bulls, chi non ha visto quei Bulls e ha visto soltanto questi Warriors diceva Warriors.
Sì ma chi lo marca Curry?“.
Sì, ma chi lo marca Thompson?“.
Ma state scherzando? Semmai, chi lo marca Jordan?“.
E Pippen?“.
Anche lo stesso Scottie ha espresso il suo modesto parere:

Sono chiacchiere da bar. Quelle che si fanno di solito per il calcio e che ogni tanto toccano altri sport. In fondo si sa, siamo tutti allenatori ed opinionisti.

Peccato però che i conti si fanno a giugno e nonostante il record, i pronostici della vigilia e il 3-1 nella serie, Golden State ha perso gara sette delle Finals contro i Cavs del mio “amico” LeBron. Sto per scrivere un abominio, ma vi dirò, sono quasi contento. Premetto che non ho visto neppure una partita, se non l’ultimo quarto appena finito, quindi non posso esprimermi su due squadre che, in modi diversi, hanno in ogni caso portato ancora più in basso la pallacanestro e giuro che non dipende dal fatto che l’azienda che mi da lo stipendio è la stessa che gli ha fatto firmare un vitalizio e non sono neppure diventato un suo tifoso da questa notte (lungi da me!), ma semplicemente perché non ha vinto Golden State e, soprattutto, non ha vinto Stephen Curry.
Curry mi fa impazzire, il suo rilascio è tra le 10 cose più belle che si siano mai viste su un campo da basket e sono convinto che ha cambiato (in peggio, ma questa è un’altra storia…) uno sport come hanno fatto in pochi, ma devo essere onesto: per il secondo anno consecutivo, ha giocato delle Finals come uno qualunque e quando sei l’MVP all’unanimità non puoi permetterti di giocare come uno qualunque. Non c’è bisogno di aver visto le partite per affermare una cosa del genere. Sono i numeri che parlano e nello sport i numeri sono tutto (tranne che per Jeffrey, ma Jeffrey è Jeffrey).
Oggi pomeriggio ho riguardato Rocky 3 per la duecentesima volta ed ha ragione Apollo: la differenza la fanno gli occhi.


È vero che LeBron fa gli occhi della tigre da almeno 10 anni ed il più delle volte ha raccattato figure ridicole, ma preferisco sempre una faccia all’apparenza incazzata ad una da bravo bambino che si scrive sulle scarpe i passi della Bibbia e che ringrazia Vostro Signore ad ogni canestro. E quando negli ultimi 2 minuti, scagli tre mattoni da tre punti di cui uno direttamente sul tabellone, non puoi rientrare da un timeout sorridendo. No. Lo puoi fare se segni, non se stai facendo una figura da pellaio. E Curry, almeno stanotte, l’ha fatta. La figura da pellaio.
Diciamo che non è il modo migliore per stemperare la pressione.
La differenza tra il campione ed il fuoriclasse sta tutta qui: quando bisogna mettere le palle sul filo del rasoio e per ora, caro Steph, di palle non ne hai dimostrate tantissime. Facile fare il fenomeno quando va tutto bene. L’anno scorso c’era stato Iguodala a darti una mano, quest’anno, per quel poco che ho visto, con la benzina in evidente riserva, c’era bisogno di te e te non ci sei stato.

Adesso inizieranno i processi.
Io preferisco chiamarle scuse. Quelle tanto care a LeBron.
Magari fagli uno squillo, ti potrà dare quelle giuste mentre si starà gongolando sull’essere entrato nella leggenda. Purtroppo mi tocca ammetterlo, ma mai nessuno era mai riuscito a rimontare da 3-1 in una finale NBA, così come mi tocca ammettere che queste Finals le ha vinte lui. Grande supporto di Kyrie Irving, ma se a Miami era merito prima di Wade e poi di Ray Allen, quest’anno è tutta sua. Mi fa malissimo dirlo. L’ho deriso ed infamato per anni (e continuerò a farlo), però oggi devo fargli i complimenti.
E mi volevo congratulare con Steph.
Bravo coglione.
Nella stessa sera sei riuscito a far rinvincere Cleveland dopo più di 50 anni, a dare un anello a Della Vedova e Tyronn Lue e ad aver accompagnato con la tua faccia da bravo bambino, LeBron James nell’Olimpo del basket.
Complimentoni davvero.

Alla fine, tutto si riassume così:
– i record, le bombe e le 73 vittorie don’t mean a thing without the ring.
– diamo il benvenuto a Stephen Curry nel club dei L.
– Jeffrey è Jeffrey.
Punto.

Don't mean a thing without the ring

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