I migliori album dal 2000 in poi

Era da mo’ che non facevo una Top 5.
Pensate che mi sono scritto un elenco lungo quanto le gambe della Sklenarikova (a proposito, che fine ha fatto?) di ipotetiche classifiche di argomenti ovviamente poco seri che ogni volta mi dimentico.
Oggi esce High Hopes, nuovo album del Boss. Non aspettatevi una “recensione” perché non sarebbe obiettiva quindi mi sono messo a pensare ai migliori album del 2000. Non inteso come anno ne come decennio ma come punto di partenza.
La musica in questo momento ha toccato il punto più basso di sempre. Perfino gli ominidi picchiando le pietre tra di loro riuscivano a fare molto meglio rispetto al 99% del panorama musicale attuale.
Il rock è praticamente sparito. O peggio, si fa chiamare indie.
Sono scomparsi anche i rapper che avevano preso di prepotenza la scena a metà anni novanta, i cantautori non vengono più ascoltati dai “rivoluzionari incazzati” ma dai radical chic (probabilmente è la cosa che fa più incazzare). Niente più prog, niente più folk.
Sono rimaste soltanto le popstar, tutte uguali e tutte mirate sullo stesso target che grazie ad internet e ai vari social network e soprattutto ai reality show stanno dominando su tutto (provate a scrivere Wrecking Ball su You Tube: apparirà prima Myley Cyrus di Bruce Springsteen, il che la dice lunga su quanto caXXo siamo messi male).
Quelli come me sono ancora aggrappati ai mostri sacri, a coloro che quando passeranno a miglior vita (di sicuro non per me) lasceranno soltanto un immenso vuoto e nessun ricambio generazionale.
Qualche mese fa sono andato a vedere in concerto i The Answer, un gruppo hard rock nord irlandese che spacca i culi di brutto. Jimmy Page ha detto che “se volete vedere come eravamo negli anni ’70, riferendosi ovviamente ai suoi Led Zeppelin, ascoltatevi i The Answer”.
Eppure il Viper era semi vuoto. C’erano soltanto quelli come me e come il Baldo e il Bomber. Gente rara, che sa ancora emozionarsi a sentire un giro di blues.
Il 2000 inteso come punto di partenza ha dato davvero poco.
Eppure ci sono delle eccezioni.
Dischi che sono oasi nel deserto e degli appigli per una pur breve serenità acustica.

  1. Eddie Vedder – Music from the Motion Picture: Into the Wild
    Nettamente, ma di circa 100 spanne sopra tutto il resto, il disco più bello degli ultimi 14 anni. Un film meraviglioso accompagnato da una colonna sonora ancora più meravigliosa. Raro esempio di album inskippabile (ovvero senza neppure una canzone da skippare in avanti) con almeno cinque/sei pezzi che metterebbero i brividi anche a chi, come me, ha avuto la sfortuna di nascere senza tatto. Pensate che No More, la mia preferita, non è stata inserita nella tracklist originale ma solo come bonus track su iTunes. Non sono mai stato a favore dei progetti solisti e tante volte abbiamo abusato della parola “capolavoro”. Ecco, questo album lo è. Punto. Ed Eddie lo ha partorito senza i Pearl Jam, il che me lo fa amare ancora di più. Non perché abbia qualcosa contro i PJ, tutt’altro, li adoro alla follia, ma proprio perché vedevo cantante e gruppo come una cosa sola. E’ un ragionamento contorto ma spero che lo abbiate capito, altrimenti guardatevi Water on the Road.
    Non mi stancherò mai di dire che, per me, Eddie Vedder è di gran lunga la miglior voce della storia della musica rock e non solo.
  2. Chris Cornell – Songbook
    Ho un rapporto di amore/odio con Chris Cornell:
    – amato nei Soundgarden
    – amato alla follia in Hunger Strike dei Temple Of The Dog insieme ad Eddie Vedder
    – odiato nella carriera da solista pop/post grunge del dopo Soundgarden
    – amato negli Audioslave
    – odiato nella carriera da solista pop del dopo Audioslave
    – amato alla follia nella carriera da solista con ritorno alle origini sia nel look sia nelle sonorità.
    L’album sostanzialmente è una raccolta dei pezzi dei Soundgarden, dei Temple Of The Dog, degli Audioslave e solisti rivisitati in versione acustica e già al primo ascolto riescono a far scordare gli originali.
    Ho avuto la fortuna di vederlo in concerto durante il tour europeo di Songbook al nuovo teatro del Maggio alle Cascine. C’erano soltanto lui e sei chitarre acustiche ed ha fatto un concerto da commozione e devozione (probabilmente perché con i capelli lunghi e la barba assomiglia a quel noto prestigiatore nato in Galilea). Più che altro, c’era un’atmosfera così intima che sembrava di essere a casa, in salotto insieme agli amici e che Chris fosse uno degli ospiti che a metà serata avesse avuto l’idea di intrattenere tutti con la sua musica. Favolosamente favoloso.
  3. The White Stripes – Elephant
    La cosa che più mi dispiace di Elephant è che viene e verrà sempre ricordato per Seven Nation Army, ovvero l’unico pezzo “commerciale”. Niente in contrario. Indipendentemente dal Mondiale 2006 il riff ti entra nel cervello e non se ne esce neppure con lo sfratto, peccato che sia il solo brano al di sotto di uno standard altissimo. Ero indeciso se mettere Elephant o White Blood Cells (il precedente ndr) ma mi sono ricordato del video di I Just Don’t Know What to Do with Myself con la pole dance di Kate Moss e soprattutto le sbazzate di Ball And Biscuit ed ho preferito questo.
    Dispiace che si siano sciolti per “una miriade di ragioni, ma principalmente per conservare tutto ciò di bello e speciale che appartiene alla band, che merita di rimanere così” (cit.). Hanno dato tanto ma avrebbero potuto dare ancora di più.
    Jack White è un geniale figlio del blues e con la sei corde fa veramente quello che vuole. Guardatelo in It Might Get Loud dove riesce a mettere in secondo piano The Edge (anche se non ci vuole poi molto) e il sommo Jimmy Page.
  4. Muse – Origin Of Symmetry
    Quanto mi mancano quei Muse. Ricordo che andai a vederli al Velvet a Rimini in concerto. Erano in tour per promuovere Showbiz e nella scaletta proponevano soltanto le canzoni del loro primo album. Matt ci regalò un’anteprima di un pezzo che sarebbe stato il singolo del nuovo disco: Plug in Baby. Dentro il Velvet volò tutto. Specialmente le persone. Ma non era solo Plug in Baby. C’era New Born (che considero uno degli attacchi di chitarra più incazzati di sempre), Space Dementia, Feeling Good, Darkshines. Erano puri perché non avevano niente da perdere. Oggi ascolto i Muse e mi chiedo perché. Perché l’opera, perché l’elettronica e i sintetizzatori  e non l’elettrico, perché The Resistance ma soprattutto perché Neutron Star Collision?
    Resto fiducioso per il prossimo album. Matthew Bellamy ha detto che ritorneranno alle origini. Speriamo. Comunque, conversione a parte, Origin of Symmetry è un album meraviglioso.
  5. The Answer – Rise
    Come sempre l’ultimo posto è quello che mi mette sempre più in difficoltà. E’ stata una lotta fino alla fine tra Wolfmother, primo album dell’omonimo trio australiano, Permission to Land dei Darkness e Rise dei già citati The Answer. Alla fine, dopo averli ascoltati tutti e tre per svariate volte ho optato per i quattro nordirlandesi.
    Direte voi: grazie al caXXo, li ha visti di recente. Sono quelli più freschi.
    Beh sì, ma c’è dell’altro e la spiegazione sta proprio nelle parole di Jimmy Page (oltre che nel nome del gruppo che mi ricorda Allen Iverson). Gli anni Settanta per me sono un sogno e forse la mia collocazione storica più azzeccata. Di conseguenza Rise è un Back to The Future. Dentro c’è l’hard rock, il rock del sud tipo Lynyrd Skynyrd, il blues, gli assoli infiniti, una ballad e un cantante che il prototipo dello shouter di quel meraviglioso decennio. Scritto così può sembrare roba per nostalgici sentita fino alla noia. Per voi magari, di sicuro non per me. Se la pensate così, andate a fare in culo. Questo disco è una bomba atomica da sentire fino alla noia. Per voi magari, di sicuro non per me. In più Never Too Late è una delle canzoni più difficili di tutta la storia di Guitar Hero. Qualcosa vorrà dire no?

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