Inferno

Il finale di Inferno è una delle robe più fighe
che ho letto negli ultimi anni.

Per una volta, la citazione di inizio post è mia.
Perché pur non essendo un fan di Daniele Marrone, né dei libri né delle trasposizioni cinematografiche, ho davvero trovato il finale di Inferno come un qualcosa di assolutamente geniale ed innovativo. Mi piacque talmente tanto da farmi rivalutare tutto il libro e farlo passare da un romanzo alla Pessotto (ovvero da sei in pagella) ad un-non-oggettivo capolavoro.
Non poteva essere altrimenti, vista la mia neppure troppo nascosta misantropia.

L’ho sempre detto: se di un libro o di un film non ti piace il finale, difficilmente ti ricorderai tutto il resto.
Infatti, dopo neppure tre giorni, ho rimosso tutto quello che ho visto sabato sera al cinema.

  • Premessa numero 1: “Ah beh, tanto il libro è sempre meglio del film”.
    Grazie al caxxo…
  • Premessa numero 2: mi è praticamente impossibile non fare spoiler e leggendo capirete perché.

Inferno di Ron Howard è un film tratto dal libro Inferno di Dan Brown.
E fin qui direi che ci siamo tutti.

Quando decidi di fare un film tratto da un romanzo, sono due le cose che non dovrebbero essere toccate: la storia ed il finale.
Mi sembra logico, non trovate?
Altrimenti, visto che “citare” va così tanto di moda da almeno una ventina d’anni, basta creare una storia nuova e infilarci dei riferimenti qua e là.
Ad esempio: io sceneggiatore leggo Febbre a 90° di Nick Hornby e decido di scrivere una sceneggiatura su un tifoso del Liverpool (cosa non casuale) che nasce il 21 aprile 1990, il giorno dell’ultima Premier League vinta dai Reds, e che per ventiquattro anni aspetta invano di vedere la sua squadra tornare a trionfare in Inghilterra, intervallando la sua passione per il Liverpool con le evidenti difficoltà che trova nell’avere una relazione stabile, fino a quando, nel 2014, sembra la volta buona, ma Gerrard scivola contro il Chelsea e lui muore d’infarto. Oppure, vede Gerrard scivolare e capisce che il Liverpool non regalerà mai una gioia in Premier, diventa tifoso del Manchester United e si rende conto del potere magico della topa. Si fidanza e mette su famiglia per il più classico degli happy ending hollywoodiani.
Potrebbe andare no?
Una storia nuova e diverse citazioni sparse.
Nessuno si lamenterebbe.
Ma se io sceneggiatore decido di scrivere una sceneggiatura fedele a Febbre a 90°, non posso finire la mia storia senza il gol al 92′ di Michael Thomas, ad Anfield, contro il Liverpool (ve l’ho detto che non era casuale). Non posso farli pareggiare o far vincere i Reds. Perché nel libro vince l’Arsenal. Partita e Premier League.

Inferno è un film assurdo.
Per tre quarti è davvero molto simile al libro: Robert Langdon si sveglia in un ospedale di Firenze senza memoria e con delle continue visioni che non riesce a comprendere. Si ritrova in tasca una capsula con al suo interno la riproduzione della mappa dell’inferno dantesco di Botticelli ed un codice che, ovviamente, solo lui nella galassia è in grado di anagrammare. Braccato dal consolato USA, dall’OMS, dal Consortium, dai Carabinieri e dalla Polizia nostrana e pure dai Sith, Langdon con l’aiuto della dottoressa Sienna Brooks dovrà impedire la diffusione di una nuova peste nera creata da Bertrand Zobrist, un genetista ossessionato dal problema della sovrappopolazione mondiale.
Le ricerche porteranno Langdon e la Brooks prima a Firenze e poi a Venezia, dove…
-SPOILER CINEMATOGRAFICO-
…si scoprirà che la sacca col virus è ad Istanbul, la Brooks è l’ex di Zobrist e sua complice. Langdon e l’OMS arrivano in Turchia, trovano la sacca integra e la Brooks che vuole farla scoppiare e tra esplosioni, accoltellamenti e doppiogiochisti, il super professore di Harvard riuscirà ad impedire la diffusione della peste versione 2.0.

Scendono i titoli di coda e mi prende lo sdegno.
Mentre sto tornando a casa mi chiedo di continuo il motivo, ma non riesco a trovare una risposta che mi dia soddisfazione. Mi autoconvinco del fatto che Ron Howard sia democratico e per non volere alimentare i deliri del candidato repubblicano alla presidenza americana, abbia deciso di rendere tutto più leggero.
Ma non va bene caxxo.
Perché nel libro, le ricerche porteranno Langdon e la Brooks prima a Firenze, poi a Venezia ed infine ad Istanbul, dove…
-SPOILER LETTERARIO-
…si accorgeranno che il virus è già stato diffuso da una settimana. Inoltre, la dottoressa, ex fidanzata di Zobrist, gli svelerà che il suo compagno buonanima, non ha creato la peste, ma un vettore virale in grado cambiare il DNA umano e di sterilizzare, casualmente, un terzo della popolazione.
In maniera indolore.
Senza sangue.
Senza morti.
Se fai parte di quel terzo di sfigati, caxxi tuoi.

Capite bene che il problema non è solo un “semplice” cambio di epilogo. Ma è dare completamente un altro senso ed un’altra prospettiva a tutta la storia.
Ho così tanto apprezzato il finale letterario perché i ruoli non erano così definiti: i buoni che non sono così buoni e il cattivo che non è poi così cattivo. Qui non viene neppure detto qual è il vero virus creato da Zobrist e nello spettatore resta la convinzione che si tratti davvero di una nuova epidemia di peste. Non voglio dire che Zobrist sia un eroe o un uomo vero (anche se lo penso…), però è deprimente vedere l’ennesimo stancante cliché sempre più logoro e scontato.
David Koepp, lo sceneggiatore che aveva iniziato direi bene con Carlito’s Way, ma che poi si è perso con cagate iperboliche come Il Mondo Perduto, La Guerra dei Mondi e l’ultimo Indiana Jones, ha banalizzato tutto, rendendo il suo lavoro l’ennesimo filmetto buonista ed ipocrita che lascerà, secondo me, tante persone con l’amaro in bocca. D’altronde, il libro ha venduto soltanto 10 milioni di copie dopo un mese, quindi qualcuno dovrebbe averlo letto. E mi sorprendono le parole di Marrone che, nella conferenza stampa in Palazzo Vecchio, ha dichiarato, orgoglioso, di essere contento del cambiamento radicale dell’epilogo perché gli piace vedere come le sue storie possono cambiare a seconda dei vari punti di vista di chi legge.
Faccio veramente fatica a credere ad una cosa del genere.

C’è solo un vincitore: non è Ron Howard, non è Daniele Marrone, non è Tom Hanks che capisco possa vivere di rendita dopo Philadelphia ma continua ad essere sempre più impresentabile, non è l’Italia che viene descritta per quello che è, ovvero un paese deriso ed allo sbando ai limiti del surreale. È Firenze ed il ritorno di immagine che avrà. Ron Howard l’ha descritta come un museo a cielo aperto e su internet, si trovano già i tour delle riprese in posti che probabilmente neppure i fiorentini conoscevano. Mi fa piacere, anche se ho dei seri dubbi su quanto realmente Firenze riuscirà a tirare fuori tutto il suo potenziale inespresso. Nonostante tutto…

A voi altri che avete partecipato alla realizzazione di questo ennesimo inutile abominio della cinematografia contemporanea, andatevene tutti all’inferno.

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