La promessa

Quando qualche giorno fa, ho fatto vedere la foto di copertina ad una mia collega, lei mi ha guardato e mi ha detto: “Matte, se ti vengono gli occhi lucidi quando vedi una foto, significa che stai invecchiando”.
Beh, come posso darle torto.
Ma dietro quella foto, c’è una storia bellissima.
Un racconto che parla di una stagione memorabile e di un elenco infinito di aneddoti che non basterebbero 50mila battute.

Sono passati vent’anni da quando la mia Laurenziana cadetti d’eccellenza, arrivò a La Spezia a giocare l’interzona per arrivare alle finali nazionali.
Vent’anni oggi, 15 maggio.

Nessuno avrebbe scommesso mille Lire (perché ai tempi c’erano ancora le Lire) su di noi.
Probabilmente nemmeno noi stessi.
Ma ci facemmo una promessa e, in parte, riuscimmo a mantenerla.

Andiamo con ordine però:
quella fu la mia prima volta in una squadra seria.
A livello giovanile, la Laurenziana e l’Affrico erano le due squadre migliori di Firenze. Due squadre che piallavano chiunque.
Piallate che ricordo ancora (una sconfitta 187-23 penso sia difficile da dimenticare..). Però, nonostante le figure di merda, contro di loro riuscivo sempre a fare delle super partite.
Mi vollero in tutti i modi e nonostante il dispiacere di non giocare più con i miei amici, accettai. Con tutto il rispetto per la mia amata Freccia Azzurra, gli obiettivi che aveva la Laurenziana erano diversi. A partire dalla categoria. Non più “regionale”, ma “nazionale”. Ci ritrovammo a giocare contro i settori giovanili di squadre di serie A1 e per me, la cosa era davvero impensabile, pensando al fatto che provenivo da una squadra che  giocava in un pallone con gli spogliatoi fatti a container.

Dopo una preparazione atletica stile Navy Seals, la stagione iniziò sulle montagne russe.
Qualche vittoria, qualche sconfitta.
Tutto secondo pronostico.
Più che altro dipendevamo troppo dall’umore del nostro miglior giocatore. Venivano da tutte le parti della Toscana a vederlo giocare. In uno contro uno era devastante, ma bastava un nulla per farlo impazzire.
Oltretutto, la società non è che puntasse molto su di noi.
Per loro, l’annata d’oro era quella degli ’80, diventati juniores.

A novembre, dopo un allenamento al liceo scientifico, uno di noi decise di scrivere con una bomboletta spray su un muro dello spogliatoio, un invito alle due fie dell’istituto di sucarci il baco.
Il giorno dopo, appena la cosa venne fuori, il coach ci uccise facendoci fare un allenamento che in confronto i Navy Seals della preparazione atletica, sembravano in gita a Venezia. Il nostro miglior giocatore si rifiutò perché assente il giorno prima. Lui e il coach per poco vennero alle mani e la società decise di metterlo fuori roster (e poi darlo via in prestito a gennaio).

Quell’episodio fu la svolta della nostra stagione. Perché ci responsabilizzò tutti. Dal primo all’ultimo.
In più, cominciammo davvero ad essere una squadra. Lo eravamo fuori dal campo, ma dentro ancora no.
Il coach, vedendo l’affiatamento sempre più forte tra di noi, iniziò a farci fare delle ai-tempi-incomprensibili difese miste: box and one, triangolo e due, scramble a tutto campo. Roba che avevo sentito (e non studiato) soltanto a scuola dalla professoressa di matematica.
Ma cominciammo a vincere.
Contro tutto e contro tutti.

Ci allenavamo come dei dannati, 31 dicembre compreso, e fu alla festa di Capodanno organizzata a casa mia che, in preda agli ormoni poi rimasti in gabbia per tutta la sera, dissi ai miei compagni di squadra che avremmo vinto il campionato per poter giocare insieme anche l’anno prossimo.
Peccato che per regolamento, la maggior parte di loro era dell’81 e al termine della stagione sarebbe diventata juniores, mentre io avevo ancora un altro anno di cadetti. Però fu tutto così maledettamente romantico.

Come ho scritto prima, la promessa fu in parte mantenuta.
Non vincemmo il campionato, ma arrivammo comunque a giocarci l’Interzona a La Spezia.
Erano più di dieci anni che non succedeva ad una squadra di Firenze.


Quella è stata la prima volta in cui ho capito che un gruppo vale più di tutto il talento del mondo. Perché, nel nostro piccolo, facemmo davvero un’impresa. Impresa che va oltre tutti i discorsi che posso e che si possono fare e c’è un c’è un dato piuttosto significativo in grado di spiegare questa cosa in maniera oggettiva: quella stagione giocammo cinque supplementari e li vincemmo tutti e cinque.
Quell’annata ha condizionato tutta la mia “carriera”.
Non ho mai giocato per soldi o per vincere campionati, ma ho sempre deciso la squadra dove giocare in base alle persone che la formavano, perché passare un anno ad allenarmi (cosa di per sé di una rottura di coglioni disumana) con ragazzi con cui non andavo d’accordo era una punizione troppo severa.
Non vedere la Champions per stare con gente odiosa?
Non scherziamo…

A La Spezia giocammo la prima partita contro Arese.
Loro avevano il playmaker che giocava in nazionale e una guardia di colore che ha avuto una buona carriera in A1.
Primi due possessi: 4-0 noi.
Delirio.
Dai che siamo i più forti di tutti!!!!“.
…perdemmo di 30.

La seconda partita giocammo contro Cagliari.
Fu tirata fino alla fine, ma perdemmo anche contro di loro.

La terza contro Roma ormai non contava più a nulla e, tanto per gradire, perdemmo anche quella, ma nonostante le sconfitte, La Spezia si accorse di quello che fu il nostro vero marchio di fabbrica per tutto l’anno:
poco prima della palla a due, entrò nel palazzetto il nostro orgoglio: le nostre amate wags
.
E credetemi, se a sedici anni sei seguito da almeno una quindicina di donne sia in casa sia in trasferta, diventi automaticamente un mito.
A Firenze, lo eravamo già da un pezzo, ovvero da quando la allora fidanzata di uno di noi, portò le sue compagne di squadra pallavoliste a vedere una nostra partita. Da quel giorno, nacque una sorte di gemellaggio. Sportivo e amoroso.
Infatti, i tanti pischelli e i giocatori delle altre squadre che ci avevano battuto, fancularono quello che stava succedendo in campo per concentrarsi su quello che succedeva in tribuna.
Perché comunque, a qualsiasi età, le pallavoliste in gruppo fanno sempre il loro effetto. 

La stagione finì così. Non ci fu la proverbiale ciliegina sulla torta delle finali nazionali, ma fu comunque meravigliosa. Sotto ogni aspetto.
Io ed altri tre miei compagni, arrivammo ai quarti di finale dello Streetball, torneo organizzato dall’Adidas che andava un casino in quegli anni, ma un nubifragio (il primo di una lunga serie) sospese tutto, lasciandoci con il più classico degli what if?

Il regolamento smantellò quella squadra.
Io feci l’infame e a settembre portai i miei talenti a Campo di Marte, andando a giocare nell’Affrico, i cui dirigenti mi corteggiarono per tutta l’estate manco fossi una fia.
Uno dei miei compagni di squadra non mi rivolse parola per un anno intero e vista la rivalità che c’era, ai tempi, tra le due squadre, posso anche capirlo.
La standing ovation che mi fece la Valenti, quando fui tolto a quindici secondi dalla fine, dai miei vecchi e nuovi tifosi resterà sempre uno dei momenti più belli della mia vita da cestista.
Nonostante il “tradimento”, la Laurenziana (e l’annata cadetti) mi è sempre rimasta nel cuore e, terminato il settore giovanile, ho fatto di tutto per poterci tornare a giocare, dove ho passato quattro anni altrettanto indimenticabili (specialmente il secondo che forse, prima o poi, vi racconterò).

Finisco il post con gli occhi lucidi e con la canzone che, durante tutta la stagione, ascoltavamo di continuo.
La mia collega ha ragione: stiamo invecchiando.

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