Like a Virgin

Stasera stavo parlando di quella che, forse, sarà la mia nuova trasmissione radiofonica. Forse perché dovrò trovare una controparte femminile che non solo sia in grado di sostituire Andre fino a marzo ma che sappia tenermi testa e credetemi, non so quale delle due cose sia più difficile. La trasmissione sarà una rivisitazione di “La Dura Verità”, ennesimo filmetto romantico-sentimentale (donne guardatelo se non l’avete visto) dove la sognatrice di turno prima si fa consigliare e guidare da un cinico e disilluso anchorman televisivo che conduce un programma in cui spiega i reali motivi che fanno andare avanti gli uomini e le donne e poi, ovviamente, se ne innamora nonostante lo disprezzi. Ogni puntata avrà un tema che sarà sviluppato a due voci: campana maschile e campana femminile, per far capire ai nostri ascoltatori e non solo, come anche la più semplice delle stronzate sia vista con due ottiche totalmente differenti.

Tra i temi che verranno trattati ci sarà, immancabile, la prima volta.
Non starò a raccontarvi la mia prima volta. Chi ha letto il mio libro già sa com’è andata anche se devo confessarvi che non è stata in una camera d’albergo ma in una Fiat Tipo in pineta a Rimini. Piccolo dettaglio su cui sia io sia voi possiamo benissimo andare oltre. La prima volta per un uomo è ben diversa dalla prima volta per una donna. Ad un uomo non interessa nient’altro che sbrigare la pratica, perché concludere è il primo passo verso l’essere adulti. Quindi partner, posto, posizione e musica in sottofondo non sono altro che delle irrilevanti sfumature. Né grigie né nere né rosse. Per una donna invece è tutto l’opposto. La prima volta è e sarà sempre qualcosa di speciale. Nel bene e nel male. Provate a chiedere alla vostra fidanzata o ad una vostra amica che ricordo ha della sua prima volta e vi risponderà che o è stato bellissimo o è stato drammatico o è stato con uno stronzo (e poi aggiungerà il più classico degli accidenti a me).

La storia che vi racconterò parla di quella che sarebbe dovuta essere una prima volta ma che in realtà non lo è stata.
Era la primavera del 2002. Dieci anni fa. Dopo un corteggiamento durato per ben tre mesi senza alcun esito se non quello di irretire sempre di più colei di cui ero follemente e selvaggiamente innamorato, (pensate che le mandai pure un mazzo di rose rosse in classe durante una lezione di non so che e soprattutto comprai due biglietti per il concerto di Laura Pausini. Com’ero romantico un tempo….) alla fine, come insegna il maestro Ferradini, dopo una settimana di menefreghismo totale, lei crolla. Ci fidanziamo e, non sto esagerando, sono la persona più felice del mondo. Lei è probabilmente la ragazza più bella con cui sono stato, comprese quelle da one touch and run, nonostante avessi di gran lunga molte più poppe di lei. Restavo a guardarla imbambolato, come se stessi fissando una spirale ipnotica. Era troppo bella per essere vera. La raffigurazione reale di Afrodite. Ahimè compensava tutta la sua bellezza con una negazione totale verso la sfera sessuale. Dopo circa un mese abbondante dava ancora del lei, a volte pure del voi, al mio organo genitale. Parlavamo spesso di questa cosa. Se devo essere sincero, buttavo lì l’argomento ogni volta che potevo. Quindi sempre. Ma lei, leone di segno ma vergine di tutto il resto, restava ferma sulla sua decisione di volerlo fare quando era pronta. Decisione che condividevo in pieno. Mai mi sarei permesso di metterle fretta, però capitemi, non c’è solo l’atto matriale e sapere di essere fidanzato con una ragazza bellissima che continuava a dare del voi al mio pisello, mi creava non pochi pensieri. Ero talmente convinto che avrei dovuto aspettare non so quanti mesi prima di concludere che non presi nemmeno i preservativi quando decidemmo di andare un fine settimana a casa di un nostro amico in Versilia. La nostra prima notte insieme nello stesso letto. Infatti dopo un accenno di stuzzichìo da parte mia, Afrodite si voltò dall’altra parte e si addormentò. Lo immaginavo. Ero giovane ma ero già convinto di aver capito ogni cosa sulle donne e di avere sempre ragione. Tutto secondo i piani. A quei tempi però, ancora non davo grossa importanza al fattore K. Pieraccioni ne I Laureati dice che il fattore K è quell’elemento di disturbo che rende la donna quasi irraggiungibile. Per me invece il fattore K non è altro che la variabile impazzita che compromette il risultato dell’equazione. In questo caso, il fattore K fu la mattina. Tutto avevo pensato e calcolato tranne che Afrodite si svegliasse la mattina con gli ormoni in subbuglio. Infatti, dopo il bacino del buongiorno, cominciò a spingersi oltre. Via il pigiama di entrambi, via il reggiseno (il suo, anche se avevo più tette di lei il reggiseno ancora non lo porto), via i calzini anche se mi piace tenerli. Restiamo in mutande. Nella mia testa sento già i cori degli ultras. Mentre le sto togliendo le mutande mi chiede se ho i preservativi.
“Porcaputtanacaneimpestatabestiaeboia” penso. “Dovevo dare ascolto a quei coglioni dei miei amici accidentiallabestiacciacaneelurida” (non fu proprio questo il pensiero ma mi sembrava poco carino scrivere una sequela di moccoli di una certa cattiveria uno dietro l’altro ndr).
“Ehm, veramente…. no. Non ce li ho, non li ho portati” le rispondo.
“Ma come non li hai portati! Non te lo saresti immaginato che lo avremmo fatto??”
“Sinceramente no. Non è che mi avevi dato dei validi motivi per pensarlo”.
“Dai, vai a sentire se qualcuno ce ne può prestare uno”.
Eravamo in cinque. Io, Afrodite, una sua amica, il Simo e il padrone di casa. Ovviamente per riuscire nel mio intento dovevo chiedere ad uno dei due uomini. Prendo il lenzuolo, me lo giro intorno come se stessi andando ad un toga party ed esco dalla camera dirigendomi diretto verso il padrone di casa, che appena mi vede in quello stato comincia a ridere.
“Matte, ma che fai?”
Con un livello di imbarazzo raggiunto rare volte in tutto il mio primo trentennio vado subito al sodo.
“Senti, non è che per caso avresti da prestarmi un preservativo?”
Continuando a ridere, anche perché è la sua normale espressione facciale, si alza, apre un cassetto del comodino e torna dopo qualche secondo con il gommino tra le mani. Lo ringrazio e di passo svelto me ne torno in camera dove Afrodite mi stava aspettando insieme ai suoi pensieri libidinosi, sventolando il “regalo” con lo stesso entusiasmo di quando mostravo ai miei compagni di classe alle elementari la figurina Panini di Roberto Baggio. Afrodite mi chiede se me lo può mettere lei. Cosa assolutamente da non fare, specialmente quando hai davanti una donna che a diciannove anni crede che una pipa sia un tipo di pasta o quella che si fuma Sherlock Holmes. Ma appena finisce di chiedermelo le dico subito di sì. Afrodite rompe l’involucro coi denti e quando si trova il preservativo tra le mani lo srotola tutto come se fosse la calza della Befana prima di mettere dolciumi e carbone.
Nel vedere quella scena da B-Movie splatter degli anni 80, il mio organo genitale ha la stessa reazione del preservativo. Invece di allungarsi in avanti, si affloscia verso il basso. Il terrore mi scorre negli occhi.
“Ma che fai??” le chiedo quando ormai è troppo tardi.
“Perché, non va srotolato?”
“Direi di no”.
Afrodite mi guarda sconsolata con quegli occhioni marroni da arresto cardiaco immediato e mi chiede se posso andare dal padrone di casa a farmene dare un altro. Alla sua richiesta capisco che ha veramente voglia. Lo capisce anche il mio pisello che piano piano ritorna in vita. Mi lego nuovamente il lenzuolo intorno, esco e ritorno dal padrone di casa che, manco a dirlo, sta ridendo.
“Boia Matte, già finito?”
“Mah, veramente bisogna ancora iniziare.. Senti, c’è stato un piccolo problema tecnico, non è che gentilissimamente me ne potresti dare un altro?”
Il padrone di casa ritorna al solito comodino e mi porta tutta la scatola.
“Ce ne sono altri 3. Mi raccomando non usarli tutti”.
Torno di corsa da Afrodite, questa volta sventolando la scatola. Mi tolgo il lenzuolo e mi rituffo sul letto. Mi bastano un paio di bacini per essere di nuovo pronto all’offensiva. Afrodite ci riprova. Ri-rompe coi denti l’involucro ma prima che possa combinare altri casini la fermo. A quei tempi non mi interessava fare il maestrino. In quel frangente poi, l’unica cosa che mi interessava era fare l’amore con la mia ragazza, nonché donna più bella del mondo. Avrei voluto strapparle il preservativo dalla mano ma non volevo rompere gli equilibri facendola sentire un’incapace. Così, le spiego come si fa, guidandola come un pastore tedesco con un cieco.
“Devi appoggiarlo qui e poi farlo scivolare dolcem…” -STOC!-
Avrei voluto dire dolcemente.
Sì, dolcemente, perché quando non si è pratici e non si fa dolcemente, possono succedere un sacco di cose spiacevoli. Ad esempio il preservativo si potrebbe rompere. Per questo nessuna donna dovrebbe farlo. Afrodite, in piena botta ormonale, non mi aveva fatto finire la frase e al “farlo scivolare” con un movimento secco del polso, mi aveva infilato quell’odioso e insopportabile cappuccio di lattice fino all’inguine, tirando al massimo tutta la pelle come se fosse la faccia di Bon Jovi. Chiusi gli occhi, digrignai i denti ed inarcai contemporaneamente la schiena dal dolore. Una serie di brividi si susseguirono su e giù per tutto il mio corpo. Un dolore allucinante. Da mettersi le mani nei capelli (li avevo, gialli) e strapparseli uno ad uno.
“Tutto bene?” mi chiese Afrodite, orgogliosa per essere riuscita ad infilare il suo primo preservativo.
Aprii la bocca ma non uscì fuori niente. Come un piccione dissi di sì muovendo il collo.
Afrodite era pronta. Divaricò le gambe e mi chiese di fare piano perché di sicuro avrebbe sentito male. Lei. Io invece lo stavo già sentendo e dovevamo ancora aprire le danze. Tremando come un uomo nudo che corre sotto la neve, mi avvicinai  prossimo ad infrangere la sua verginità. Afrodite era sotto di me ad occhi chiusi, tesa come una corda di violino, mentre aspettava che iniziassi il bombardamento. Ma un qualcosa le fece aprire gli occhi. Qualcosa di piccolo e di bagnato che si era appoggiato sopra il suo zigomo. Era una mia lacrima. Ebbene sì, stavo piangendo dal dolore.
“Matte, ma che succede?” mi chiese preoccupatissima.
“Scu…sa, non… ce… la…. facc…io”.
Come Peter Parker in Spiderman 3, mi strappai con tutta la forza che avevo nei bracci quel maledetto preservativo e lo lanciai il più lontano da me. Mi venne d’istinto di guardarmi il coso e per poco non mi viene un infarto. Era viola. Sembrava una melanzana. O la maglia dei Lakers se ci fosse stato un po’ di giallo. Non avere più quel guanto emostatico sul pisello mi aveva intanto fatto recuperare un po’ di sensibilità. Un buon inizio anche perché credevo di averla persa per sempre. Afrodite mi guardava e non capiva perché avessi l’affanno e, soprattutto, perché avessi il coso in quelle condizioni. L’unica cosa che fece fu quella di riprendere la scatola, tirare fuori un’altro involucro e chiedermi se ci potevamo riprovare.
Gli equilibri ormai si erano rotti. Concentrai tutto il mio dolore e tutta la mia frustrazione nella riposta che le diedi: “Ma vaffanculo annodamacrop!”, lasciando partire un cazzotto che finì la sua corsa sul cuscino e che per poco non la fece diventare da donna più bella del mondo a The Elephant Woman. Afrodite si rivestì di corsa e terrorizzata andò in cucina dove c’erano gli altri tre che stavano ancora facendo colazione. Restai sdraiato sul letto da solo e cominciai a ridere. Ridevo così forte che nonostante la porta di camera chiusa mi stava sentendo non solo tutta la casa ma tutta la Versilia.
La storia tra me ed Afrodite durò tre mesi scarsi. Mi lasciò il giorno prima della partenza per la Grecia perché in vacanza, se fossimo andati da fidanzati, non si sarebbe divertita come avrebbe voluto. In quei tre mesi scarsi, quella fu l’unica volta in cui rischiai di farci l’amore. In Grecia si fidanzò con un mio amico. Non la presi benissimo. Mi ci volle quasi un anno per riprendermi del tutto. Il mio coso invece ancora non l’ha superata.

Comments

comments