L’orso e la farfalla

Il primo post del 2018 arriva in ritardo ed è una cosa particolare perché non ci saranno film da recensire o personaggi da deridere.
Il primo post del 2018 è una favola.
Per adulti.
No cari lettori, mi dispiace deludervi, ma non è niente di porno.
Tranquilli, non è mia intenzione diventare un Fedro contemporaneo, ma voglio raccontarvi questa storia:

C’era una volta una farfalla che dopo un lungo viaggio arrivò in una terra nebbiosa. Fu il lavoro a portarcela, poiché da dove proveniva, le possibilità non erano poi molte.
Nonostante l’ostilità degli altri animali, per natura ostili verso i forestieri, la farfalla entrò subito nel cuore di tutti, facendosi ben volere. Infatti, l’ostilità sparì presto e gli animali iniziarono con molto piacere a portarla fuori ogni volta che andavano a gozzovigliare dopo lunghe ed estenuanti giornate di lavoro.
Strinse un legame fortissimo con un lemure femmina e con un gigantesco orso grigio. Il lemure si preoccupò di trovare, e poi di dare, un nido alla farfalla, mentre l’orso, che come il lepidottero proveniva da molto lontano, trovò nella farfalla una perfetta compagna di balocchi. Pur essendo così diversi, avevano tantissime cose in comune e i loro discorsi su qualsiasi argomento, riuscirono, in parte, a rendere meno dura la loro condizione lavorativa.
Ben presto però, la farfalla iniziò a mostrare insofferenza verso qualsiasi cosa gli stesse vicino, sottolineando in più occasioni quanto le mancasse il suo vecchio focolare domestico. In più, il suo atteggiamento diventò sempre più egocentrico, non perdendo occasione di narrare ai quattro venti le sue presunte virtù. Dopo aver provato, invano, ad impollinare ogni animale di sesso femminile, collega e non, la farfalla fu allontanata dal branco e divenne una macchietta.
Di conseguenza, la farfalla si attaccò ancora di più all’orso e al lemure, anche quando i due decisero di provare a condividere la stessa tana.
Apparve ancora più evidente quanto la farfalla e l’orso fossero agli antipodi: se la farfalla non veniva più presa sul serio, l’orso era diventato il punto di riferimento per tutti gli animali. La sua figura era imponente come la sua stazza e le sue parole erano ascoltate ed apprezzate da tutti.
L’orso si caricò sulle sue spalle larghe il lavoro della farfalla che, a causa di gravi problemi di salute, fu costretta a lasciare il branco e a tornare nel suo paese natale. Fu l’orso a chiedere alla capobranco suprema di sostituire la farfalla nei lavori più faticosi e fu sempre l’orso a far riflettere la stessa capobranco suprema sull’eventuale conferma a tempo indefinito della farfalla.
Quando la farfalla rientrò, apparve ancora più cambiata: le lamentele raddoppiarono se non triplicarono, così come l’egocentrismo arrivato a livelli divini. Per non parlare dei tentativi di impollinazione, sempre più insistenti. Tutte queste esasperazioni, resero la farfalla ancora più ridicola. Da macchietta, diventò zimbello.
L’orso, nel vedere la farfalla comportarsi in quel modo, si irrigidì. Quello che più lo infastidiva, era rivedere nella farfalla l’immagine di se stesso durante l’età dell’apprendimento. Perché nonostante i due fossero coetanei, la farfalla si comportava come un fuco. E non capiva, visto che, teoricamente, non lo era più da un pezzo. A prescindere da questo, il rapporto tra i due restò immutato, mentre quello tra la farfalla ed il lemure era ormai diventato fraterno.
Gli anni passarono, le nebbiate pure, la stanchezza aumentò e la voglia di tornare a casa, sia per l’orso che per la farfalla, era sempre più marcata. Infatti, appena l’orso venne a sapere dell’apertura di un nuovo luogo di lavoro affiliato all’attuale, chiese al nuovo capobranco supremo il suo trasferimento, ma le condizioni non erano il massimo, specialmente adesso che non era più cucciolo. Così, l’orso declinò l’offerta. Offerta che invece fu accettata dalla farfalla, nonostante l’allungarsi della lontananza dal paese natale. Sia l’orso che il lemure erano felicissimi per lei, anche se entrambi erano dispiaciuti per la sua imminente partenza e per l’abbandono del nido che il lemure le aveva donato. Quando l’orso venne a sapere il tipo di contratto che le avevano offerto e che c’erano altri due posti disponibili oltre a quello già occupato dalla farfalla, tornò dal capobranco supremo per chiedere ancora una volta il trasferimento. A malincuore, il capobranco supremo accettò. Essendo un luogo affiliato, il capobranco supremo avrebbe dovuto inviare la presentazione dell’orso, elencandone pregi e difetti. Ma la presentazione tardava ad essere scritta. L’orso non capiva e chiese più volte spiegazioni che però non lo convincevano. Nel mentre, la farfalla se n’era andata e il lemure non riusciva a smettere di versare lacrime di dispiacere.
Le pressioni dell’orso divennero sempre più insistenti, ma questa beata presentazione ancora non usciva. L’orso si incupì, diventando ancora più burbero e scontroso. Essendo un animale molto intelligente, ogni volta che provava a ricostruire gli eventi, la storia continuava ad avere un punto nero e questo vuoto lo tormentava dalla mattina alla sera. Specialmente la notte.
Arrivato allo strenuo della propria resistenza mentale, accadde l’incredibile:
come il detective Schrader scoprì l’identità del famoso spacciatore conosciuto come Heisenberg, l’orso, mentre stava espletando i propri bisogni dietro un cespuglio, in maniera del tutto fortuita, origliò una voce che proveniva dalla parte opposta delle frasche: era quella del capobranco supremo che stava raccontando di un’epistola scritta dalla farfalla, dove veniva implorato di fare qualsiasi cosa in suo potere per far si che l’orso non venisse chiamato poiché la farfalla non voleva più avere nulla a che fare con lui.
L’orso chiuse gli occhi e ripensò a tutto quello che aveva fatto per la farfalla. Il muso gli diventò rosso dalla rabbia e sbriciolò un legno che aveva in mano. Uscì dal cespuglio ed affrontò il capobranco supremo che gli raccontò come stavano veramente le cose e il perché di quel ritardo. Corse a cercare il lemure e le disse tutto. Il lemure si sentì mancare la terra da sotto i piedi. Le lacrime di dispiacere erano diventate di sdegno e di disprezzo.
L’orso, dopo aver riempito il buco nero che gli mancava nel ricostruire gli eventi, finalmente capì: per uno strano scherzo della genetica, la farfalla era nata farfalla e, andando contro natura, era diventata un verme. Un verme viscido e schifoso.
Il capobranco supremo mandò la presentazione e l’orso fece comunque il colloquio, che però andò male.
Il verme, che non aveva più sentito l’orso, ma che continuava ad interagire con il lemure, continuò a negare ogni suo coinvolgimento, cosa che faceva anche con gli altri animali che avevano lavorato con loro.
I tre, come logico, chiusero ogni rapporto:
l’orso, che da cucciolo aveva un carattere impulsivo, capì che ormai era diventato maturo e che l’ingrigire porta altri doni.
Il lemure, con tutto il suo candore e la sua innocenza, ancora non riesce a rendersi conto di cosa sia successo e di come abbia potuto dare uno dei suoi nidi ad un verme.
Il verme continuò ad essere un verme, anche perché ormai aveva definitivamente perso le ali. Almeno agli occhi di chi lo conosceva. E non vorrei essere uno di coloro che lo conosceranno.

Come ogni favola che si rispetti, anche questa ha la sua morale: non è facile riconoscere un verme, ma quando lo fate, se ci riuscite, schiacciatelo con tutta la forza che avete. Senza rimorsi. Caricate tutto il peso del vostro corpo sul piede preferito e distruggetelo. Senza dargli la benché minima possibilità di riprendersi. Perché credetemi, prima o poi, silente, vi striscerà lungo le gambe e vi entrerà con forza nel mezzo alle natiche.
D’altronde, se neppure Iddio, o chi per lui, lo vuole, non vedo perché dobbiate volerlo voi.

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