NBA 2k e un amore mai nato

La storia che sto per raccontarvi è di quelle tristi.
Dentro ci sono disagio, rassegnazione, perseveranza, consapevolezza dei propri limiti e, soprattutto, il triste e desolante tentativo di voler provare a riavvicinarsi ad un vecchio amore che, nonostante lo sforzo, continua a darmi dispiaceri.

Tutto ebbe inizio un venerdì sera al Pallaio, circa un anno fa.
Eravamo in veranda a cazzeggiare come d’abitudine, quando il Capra comincia a parlare di NBA 2K. Per coloro che non lo sapessero, si tratta di una saga di videogiochi di pallacanestro che nel corso degli anni, hanno monopolizzato il mercato di genere grazie ad una grafica mostruosa e ad un fin troppo sbandierato realismo.
Appuntatevi nella vostra testa la parola realismo perché tornerà spesso nel corso di questa triste storia.
Il Capra, orgoglioso della sua bravura con il joypad, inizia a raccontarci le mirabolanti avventure del giocatore che aveva creato e che, stagione dopo stagione, stava frantumando ogni record di punti, rimbalzi ed assist.
Chiede a me e a Carlino cosa ne pensiamo del gioco e Carlo risponde subito che odia i simulatori cestistici perché, secondo lui, sono insopportabili. Io non so cosa rispondere. Mi ero fermato ad NBA LIVE 2007 per Playstation 2, con i miei super Knicks. Grazie al mio innato fiuto per i talenti (specialmente quelli incompresi) ero riuscito a mettere insieme Jason Williams playmaker, Larry Hughes guardia, Tracy McGrady ala piccola, Rasheed Wallace ala forte e Tyson Chandler centro.
Era una squadra di un altro pianeta, capace di vincere 8 anelli consecutivi, con la ciliegina sulla torta del ritiro della maglia numero 55 di White Chocolate.
NBA LIVE 2007 era davvero un gioco incredibile, perché era uscito in quella fase di transizione tra i “vecchi” arcade e la next gen, dove il realismo viene prima di tutto. Era un videogioco senza troppe pretese e senza l’obbligo di prendersi troppo sul serio. Dato che lo avevo amato così tanto, mi ero imposto di non comprare altri giochi sulla pallacanestro perché era entrato nel mio personalissimo Olimpo dei videogames e non mi sarei mai e poi mai perdonato il fatto di poterlo rimpiazzare con qualcos’altro.
Ma il Capra insisteva.

LA FIGURINA

Ha insistito talmente tanto che il giorno dopo sono
andato al GameStop e tra i giochi usati ho trovato e comprato NBA 2K15. Lo so, per certe cose non è poi così difficile convincermi, ma mi aveva messo curiosità. Infatti, torno a casa, da Sesto, in circa cinque minuti.
Ho trentatré anni (trentadue, all’epoca) e nonostante la barba più sale che pepe, sono e resterò sempre il bambino col codino e la maglietta della Giuve che strappava con foga le bustine Panini e che non aveva pace fino a quando non trovava la figurina di Roberto Baggio e che adesso fa lo stesso con le Star Wars rollinz dell’Esselunga.

Ci siamo.
Finalmente posso provare questo tanto agognato videogioco.
Prima di iniziare, devo creare il giocatore per il MyCareer e decido di “omaggiare” il più forte cestista di tutti i tempi: ruolo: playmaker, capelli rasati a zero, fascia di spugna in testa ed una manciata di tatuaggi sparsi su braccia e collo.
Chiaramente, devo dargli un nome ed un cognome. La scelta cade su un personaggio di Breaking Bad e sulla donna che mi ha formato: JESSE (Pinkman) (Jenna) JAMESON.
Ora sono pronto davvero e comincio il MyCareer.
Il primo atto si chiama “La Creazione”, ovvero riempire di dettagli il mio Jesse. Dettagli un caxxo. Oltre alla tipologia di giocatore (playmaker altruista), alla data di nascita (23/06/1992 per continuare la dinastia dei talenti nati il 23 giugno), al college (St. John’s) e al numero di maglia (ovviamente il 55), devo scegliere la meccanica di tiro, il tipo di rilascio (lento, veloce o normale) ed altre mille opzioni per renderlo più reale possibile.
Il realismo…
Dopo aver sistemato tutto e dopo un’ora abbondante, riesco a vedere Jesse sul parquet nel secondo capitolo chiamato “Vetrina Matricole”, in pratica una partita tra i vari rookie prima del draft.
Sono gasato al massimo e dopo la palla a due, supero la metà campo in palleggio e prendo un tiro da tre punti. Air ball. Rimessa per gli avversari.
Ok” penso, “vabbé è normale, devo prenderci un po’ la mano“.
Faccio passare un po’ di azioni, faccio girare il pallone ai compagni, fino a quando mi capita un altro piazzato da tre punti. Air ball numero due.
No porca puttana (in realtà non ho detto puttana). C’è qualcosa che non va“.
Al terzo tiro, scheggio a malapena il ferro.
Si migliora, ma ancora non ci siamo.
Provo a mettere la palla in terra e a fare qualche giocata in palleggio per scartare il difensore che ho davanti, ma non abbocca a nessuna delle mie finte e difende più forte di Scottie Pippen. Esasperato, prendo un tiro dalla lunetta. Altro sdeng. Questa volta sul primo ferro.
Comincia a salirmi il nervoso.
Metto il gioco in pausa, apro il MacBook Air e vado su internet a cercare una guida e trovo un tutorial su YouTube che mi fa capire cosa sto sbagliando.
maxresdefault
Come potete vedere dalla foto qui a lato, ci sono due mezzelune sopra e sotto il giocatore. Quella sopra rappresenta la velocità e la resistenza, mentre quella sotto si chiama shot quality meter. In pratica, per far canestro, devo tenere premuto il tasto del tiro, o la levetta analogica destra verso l’alto, e rilasciarlo sulla stanghetta bianca. Quegli pseudo quadrati verdi che vedete da una parte e l’altra della stanghetta, aumentano e diminuiscono a seconda delle zone dove il giocatore è più abituato a segnare.
Il realismo…

Tengo un joypad in mano da più di venti anni, ho giocato a centinaia di videogiochi e sono sempre stato piuttosto bravo, ma credetemi, beccare quella caxxo di stanghetta è pressoché impossibile. Infatti, Jesse non fa altro che scagliare palloni in prossimità del tabellone. Il primo canestro che segno da fuori è una botta di culo: primo ferro, pallone che si impenna e poi entra. Dato che non faccio altro che ammaccare ferro e tabellone, decido di scappare in contropiede ogni volta che posso e riesco a fare qualche appoggino da sotto per far salire le mie possibilità di essere scelto al primo giro.

Il terzo capitolo è “il Draft” e nonostante un deprimente 3/14 dal campo ed un rispettabilissimo 0/7 da tre punti, vengo scelto dagli Orlando Magic alla numero 12.
Il realismo…

Il quarto capitolo è “Anno da Matricola”. In pratica, sono l’ultimo della rotazione e gioco soltanto pochi minuti. Cerco di fare il mio ma, manco a dirlo, non faccio canestro neppure in una jacuzzi. Nonostante le difficoltà, vengo messo sotto contratto dalla Jordan.
Il realismo…
Mi alleno come un dannato e uso i soldi virtuali che mi vengono dati dopo ogni partita per potenziare le mie abilità. In realtà. sfrutto i crediti per alzare soltanto le capacità al tiro. In campo riesco ad ottenere qualche minuto in più, ma non fa molta differenza tra giocarne due o dieci. Il mio gioco è lo stesso: passo la palla e scappo in contropiede per appoggiare al ferro uno contro zero. Quello è ancora l’unico modo che ho per segnare qualche misero punto. Anche perché lo shot quality meter non si smuove di un millimetro dato che le zone calde non le ho se non da mezzo metro dal canestro. Riesco a capire come sfruttare il pick and roll e smazzo assist al mio pivot sempre con lo stesso giochino: vado dal suo lato, lo faccio salire a bloccare e appena il suo uomo prova a raddoppiarmi gli passo il pallone. Due facili.
Il realismo…

Si sa, non ho pazienza e non ce l’ho mai avuta. La mia filosofia è sintetizzata nel titolo di una canzone dei Queen: The Miracle, traccia quattro, I Want It All (and I want it now!). Eppure, non mi do per vinto e continuo a non mollare, certo che prima o poi sarebbe arrivato il mio magic moment.

Fino a quando, dopo una trentina di partite fin troppo anonime, gioco contro i Boston Celtics al TD Garden. Il primo piazzato da tre punti lo sbaglio. Il secondo lo sbaglio ancora. Il terzo fa la fine degli altri e il quarto idem. Su un cambio difensivo, sono marcato da Kelly Olynyk (213 cm per 109 kg) e decido di puntarlo in palleggio, dato che sono un playmaker di 190 per 80 kg. Dato che il gioco ha così tanto realismo, dovrei andare il doppio di lui e batterlo senza troppe difficoltà. Faccio circa 50 palleggi e 80 cambi di mano, sotto le gambe e dietro la schiena, ma Olynyk è sempre lì davanti a me. Provo un’ultima volta, ma ancora niente. Tiene ogni mio caxxo di palleggio, fino a quando, mi butto in penetrazione e vengo stoppato dallo stesso centro dei Celtics.

nba 2k
Quel che resta di NBA 2K15

Con una calma che non credevo neppure di avere, metto il gioco in pausa, appoggio il joypad sul divano e mi alzo, tolgo il cd dalla Playstation e lo lancio verso il muro come un frisbee. Appena il cd cade in terra, vedo che non si è fatto nulla, così lo raccolgo, esco di casa e lo appoggio su una piastrella del giardino. Rientro dentro e prendo un martello, torno alla piastrella e come Thor con Mjolnir, colpisco con tutta la forza che ho nel braccio quel maledetto cd.
Quando vedo tutti i pezzi sparsi sulla piastrella, mi sento bene e lascio andare un sospiro di soddisfazione. In quel momento capisco che NBA LIVE 2007 è ancora il miglior videogioco di pallacanestro che sia mai stato creato e che NBA 2K non gli lega neppure le scarpe.

Nei giorni seguenti però, mi sale un discreto fastidio. Mai nella mia vita da videogiocatore con dipendenza non avevo mai abbandonato un gioco. Neppure quelli davvero brutti. Né tantomeno, l’avevo distrutto. Mi metto a leggere un po’ di roba su internet e scopro che NBA 2K14 è praticamente identico al 15. L’unica differenza è l’assenza dello shot quality meter.
La cosa mi ringalluzzisce alquanto, così torno dal GameStop e compro, sempre tra i giochi usati, 2K14.
Rifaccio tutta la tiritera della creazione del personaggio (ovviamente con lo stesso nome), rigioco la vetrina matricole ed ammetto che un canestruccio da fuori ogni tanto riesco a metterlo. Questa volta devo solo stare attento a rilasciare quadrato al momento giusto. Vengo scelto dai Milwaukee Bucks, ma non posso prendere il numero 55 perché ce l’ha già un altro, così ripiego sul mio 14.
Finalmente inizio a divertirmi un pochino. Firmo ancora con la Jordan e dopo qualche mese ne divento testimonial insieme a CP3, Melo e Westbrook.

Nba 2k
CP3, Melo, Russ e Jesse.

Faccio sei stagioni, quattro a Milwaukee e due ai Knicks, vincendo quattro anelli (con quattro MVP delle finali) e cinque titoli di MVP della stagione. NBA LIVE 2007 resta un’altra cosa, ma almeno il cd è arrivato sano e salvo alla restituzione.

Arriviamo ai giorni nostri.
Dato che sono a casa da una settimana con un dito aperto (e aperto bene) e non posso iniziare una nuova stagione a Fifa perché non c’è ancora l’aggiornamento delle rose post calciomercato invernale, mi sono fatto prestare da un mio amico NBA 2K16. Sottolineo prestare, perché come in 2K15 è presente lo shot quality meter.
L’ho voluta mettere sulla sfida.
Contro me stesso e contro la mia abilità col joypad.
Sfida che, come per il precedente capitolo, ho perso miseramente. E l’ho persa ancora peggio perché, oltre a migliorare le abilità al tiro come ho sempre fatto, ho dato a Jesse delle caratteristiche personalizzate:

  • Cecchino (un tiratore che patisce pochissimo il ritardo del difensore. La penalità viene ridotta anche del 100%)
  • Maestro del pick and roll (subito dopo il blocco riceve un potenziamento di 3 punti sull’attributo tiro)
  • Scattista (un giocatore noto per la capacità di dare il massimo nelle situazioni decisive. Nei minuti conclusivi dell’ultimo quarto e nei supplementari delle partite equilibrate, ottiene più potenziamenti in diverse abilità offensive e difensive)
  • Prendi e tira (un giocatore rinomato per la sua abilità nel segnare dal passaggio. La penalità è ridotta fino al 50%)
  • Microonde (un giocatore noto per la tendenza a scaldarsi in fretta. Una volta caldo diversi attributi offensivi e difensivi sono potenziati per un certo periodo di tempo)

È inutile che vi stia a dire che tutto ciò che ho appena scritto non serve assolutamente ad un sega niente, perché il povero Jesse ha la stessa mira degli Stormtroopers di Guerre Stellari: non centra il bersaglio nemmeno per sbaglio.
Il realismo…

Dopo una ventina di partite da onesto agitatore di asciugamani, ho candidamente riposto il cd dentro la sua custodia nella trepidante attesa di restituirlo a colui che me l’ha prestato. Tutto questo per il semplice fatto che non è di mia proprietà, altrimenti gli avrei cercato, ed applicato, un altro metodo di dolorosa tortura.
È una resa che mi fa male e che mi fa capire che come ogni supereroe anche io ho il mio punto debole. O meglio, i miei:

  1. Fare calcoli mentali più complessi di 2+2.
  2. Suonare una chitarra che non sia quella di Guitar Hero.
  3. Lo shot quality meter di NBA 2K.

Ma soprattutto, mi fa capire come debba continuare a stare alla larga dalla pallacanestro in tutte le sue forme. Il rapporto tra di noi ormai si è inesorabilmente inclinato e per quanto mi possa sforzare nel raddrizzarlo, ormai non ci sarà più niente, se non dolore e il ricordo rimpianto dei bei tempi che furono.
E agli amici di 2K Sports, vorrei dire di andare a fare in culo, loro e il loro odioso realismo. Un videogioco deve restare tale. Deve divertire e far divertire e questa ostentata ricerca del realismo deve finire che poi continuo a sentirmi dire: “Certi videogiochi sembrano dei film”. In realtà è l’esatto contrario: certi film sembrano videogiochi.
Se si cerca il realismo, si prende il pallone e si va al campetto a giocare contro qualcun altro. Lì sì che uno di un playmaker di un metro e novanta batterà in palleggio un pivot di due e dieci.
Coglioni.

In conclusione, fanculo alla saga di 2K e lunga vita ad NBA LIVE 2007.

Comments

comments