Rocketman

Devi uccidere la persona che ti volevano far essere, se vuoi diventare chi vuoi essere davvero.

Per prima cosa, chiariamo subito quello che sostanzialmente interessa a tutti voi: Rocketman vale cento Bohemian Rhapsody. Beh, non ci voleva poi molto visto l’oggettiva bruttezza e stupidità del biopic sui Queen. Non sto dicendo che Rocketman sia un capolavoro, assolutamente, ma la differenza maggiore tra i due film (diretti per altro dallo stesso regista…) sta nell’onestà. O presunta tale. Se Freddie Mercury veniva dipinto come un supereroe, la prima volta che appare Taron Egerton in versione Elton John è ad una riunione degli alcolisti anonimi. È vestito da diavolo, con un costume arancione, gli occhiali a forma di cuore, le ali e le corna in testa e davanti agli altri confessa di essere un alcolizzato, un cocainomane, un sessuomane e tante altre simpatiche cosette. Il che lo mette subito su un altro livello empatico rispetto al Mercury di Rami Malek (a cui ricordo, è stato dato il premio Oscar come migliore attore – e a DeNiro in Taxi Driver no), grazie anche alla presa di posizione del vero Elton John (che se l’è prodotto e di base, quando uno tira fuori i soldi può sentirsi in diritto di fare che caxxo gli pare):
Alcuni studios volevano che annacquassimo le questioni relative al sesso e alla droga affinché la pellicola potesse ricevere un rating PG-13. Ma io non ho avuto una vita PG-13. È chiaro che non volevo neanche io un film che fosse solo pieno zeppo di sesso e droga ma, allo stesso tempo, è di dominio pubblico che io abbia avuto parecchio a che fare con entrambe queste cose durante gli anni ’70 e ’80 “.

Rocketman

La trama è, come sempre, la stessa: adolescenza-esordi-successo-caduta-redenzione (o come vi piace tanto dire oggi, resilienza).
Reginald Dwight detto Reggie, è un timido bambino con un grande talento per il piano. Ha un padre anaffettivo, una madre che lo considera il giusto (domanda: ma uno per diventare famoso deve per forza avere i genitori che lo odiano?”) e una nonna che lo adora. Sarà lei a spingerlo a prendere lezioni di musica. Reggie poi formerà i Bluesology, inizierà ad avere dubbi sulla propria sessualità, deciderà di cambiare nome e dopo aver incontrato Bernie Taupin (suo paroliere da oltre 50 anni), diventerà a tutti gli effetti l’Elton John che conosciamo.

A differenza dei classici biopic, Rocketman è prima di tutto un musical (e io i musical non li sopporto). Le canzoni non seguono un ordine cronologico, ma sono inserite in un contesto specifico (tutte tranne una. La più famosa, ma ne parlerò più avanti) con un perché specifico. Essendo un musical, i brani non sono quelli originali e incollati col più classico ctrl-V come in Bohemian Rhapsody, ma sono riarrangiati (e cantati tutti dallo stesso Egerton) e resi pomposi. Una pomposità però che non stucca, ma che rende ancora più fracassona la vita di Sir Elton. Sgargiante, glitterosa e maestosa davanti al pubblico, insicura e solitaria lontano dalle luci.

Sul palco faccio l’amore con 25mila persone. Poi torno a casa sola“. Così disse Janis Joplin.
Citazione che si può benissimo abbinare a quello che vediamo in Rocketman.
Reginald Dwight di giorno.
Elton John di notte.
Questa è probabilmente la chiave di lettura che più mi ha affascinato. Adesso farò un paragone un po’ forte ma che, secondo me, rende benissimo l’idea (ovviamente con le dovute proporzioni): Breaking Bad è, per me, la miglior serie televisiva di tutti i tempi (anche perché dopo di quella non ne ho viste altre…) perché Walter White, pur diventando Heisenberg ovvero The Cook, the man who killed Gus Fring, di base resta sempre un professore di fisica. Cosa che raramente vediamo. Di solito, in un film come in una serie, quando c’è un’evoluzione così netta in un personaggio, quello che era viene sempre accantonato. È come se domani scoprissi di essere discendente diretto di Gesù Cristo e automaticamente mi scordassi di tutte le volte che l’ho maledetto.
Reginald Dwight sarà sempre Elton John. E viceversa.
Non so se avete capito. Spero di sì.

Infatti, sono i bassi la parte più interessante del film. D’altronde, come lessi una volta non so dove: “la felicità non racconta storie”. Bassi dovuti ad una sempre più nitida consapevolezza di essere solo al mondo e ad una spasmodica ricerca di approvazione da parte delle persone a lui più vicine (in particolare dal padre, il cui abbraccio non arriverà mai) e ad un amore malato con il suo manager.
Berrà tanto il nostro Elton. Quasi metà film. Snifferà, prenderà pillole, parteciperà ad orge con uomini e donne e avrà scatti d’ira con chiunque (dal fidanzato manager, alla madre, all’amico fraterno Bernie Taupin – con cui dice di non aver mai litigato, ma che nel film litiga e pure tanto). Non viene omesso nulla. O meglio, sicuramente tante cose saranno state omesse, ma già il fatto di non renderlo un film per famiglie, è una bella vittoria. Beh certo, l’edonismo estetico e personale è piuttosto marcato (ripeto, è Elton John stesso ad averlo prodotto) e la caduta non è altro che il pretesto per raccontare la rinascita. Infatti non è un film ruffiano, ma paraculo. E c’è una bella differenza ed uno dei meriti maggiori va proprio ad Egerton che non vuole imitare Elton John né renderlo una caricatura parodia.

In conclusione, Rocketman è un film che, secondo me, merita di essere visto, indipendentemente dall’essere fan o non fan dell’ex presidente del Watford. Perché diciamocelo sinceramente, se vi ha fatto commuovere Bohemian Rhapsody, ditemi come avete reagito alla scena della composizione di Your Song…

Già, Your Song.
Un po’ di tempo fa, iniziai a scrivere una delle mie mille cose iniziate e mai finite. Era un non-so-bene-cosa che omaggiava 31 Canzoni di Nick Hornby con 14 brani che, in un modo o nell’altro, mi avevano lasciato un segno. Senza classifiche su quale fosse il migliore o il peggiore, ma solo una cosa dal punto di vista emotivo. Tra le mie 14 Canzoni, c’era Your Song e visto che, come ho detto scritto prima, ho la brutta abitudine di lasciare tutto quello che ho iniziato a metà, ve lo voglio far leggere.

 

ELTON JOHN – YOUR SONG

Forse me ne dovrei vergognare.
O forse no.
Ho un grande rispetto per l’ex presidente del Watford, così come ce l’ho per tutti coloro che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia della musica (in realtà non proprio tutti tutti), ma siamo onesti: mi immaginate ad ascoltare una ballad di Elton John?

It’s a little bit funny.

Eppure, c’è stato un periodo, seppur piuttosto breve, in cui il pianoforte del Sir era riuscito a scalare le gerarchie e a soppiantare le schitarrate distorte che mi accompagnavano quotidianamente.
Stavo facendo il countdown per l’inizio della quinta stagione di Lost da mesi. Per essere più preciso, dal secondo dopo la fine della quarta stagione appena scoperta l’identità di Jeremy Bentham.
Per non pensare, provai a distrarre il mio complicato cervello cercando delle alternative. Avevo lasciato Prison Break a metà della terza stagione perché era troppo brutta per essere vera. Lo stesso con Heroes, mentre Fringe mi sembrava una trovata commerciale per infinocchiare quei coglioni che come me giravano con addosso la t-shirt del Progetto Dharma.

Diedi una possibilità a Californication. Non perché sono un fan dei Red Hot Chili Peppers (Anthony Kiedis è in assoluto il peggior cantante che ho visto dal vivo in tutta la mia vita) e neppure perché sono un nostalgico di Fox Mulder, ma mi ispirava tantissimo la trama:
Hank Moody, scrittore in crisi creativa ed esistenziale, arriva a Los Angeles per seguire la trasposizione cinematografica del suo ultimo libro. Nell’odiata Città degli Angeli dovrà ritrovare il talento perduto, riconquistare l’ex fidanzata Karen e provare a fare il padre con la figlia in pieno subbuglio adolescenziale. Tutto questo non riuscendo a stare lontano dall’alcool e dal sesso compulsivo.

Dopo neppure tre minuti della puntata pilota, Hank si fa fare un pompino in chiesa da una suora.
Bene.
Dopo cinque, scappa dal marito della suora, che in realtà è la tipa che sta scassando in quel momento, a bordo della sua Porsche cabrio con You Can’t Always Get What You Want degli Stones in sottofondo.
Molto bene.
Porta la figlia nel suo appartamento e la piccola Becca trova in camera da letto la moglie del regista che gli ha distrutto il libro trasformandolo in una commediola romantica, completamente nuda. Ha una rissa in un cinema con un tipo che fa il gradasso al cellulare. Castiga un’altra ragazza conosciuta in libreria che mentre lo cavalca, gli rifila un doppio diretto sullo zigomo. Ne castiga un’altra ancora, questa volta conosciuta in un bar, per poi scoprire che la tipa della libreria è la figlia sedicenne del futuro marito dell’ex compagna.
Benissimo.
La puntata finisce con Hank che, avvilito dall’idea di aver probabilmente perso per sempre la donna della sua vita, torna a casa e si mette al computer. Essendo in crisi creativa, l’unica cosa che riesce a scrivere è “Fuck.”. Il tutto sotto la musica di Rocket Man. Di Elton John.

Sentivo di avere un legame piuttosto forte con Hank Moody. Sia perché, ai tempi, credevo che un giorno avrei vissuto scrivendo libri, sia perché Karen, la sua ex compagna, mi ricordava nei lineamenti del volto una persona. La Prima in assoluto. Colei che nel corso degli anni ho rincorso a prescindere da tutto, rischiando più volte la psicoterapia. È a lei che ho dato il primo bacio in un fresco pomeriggio estivo appoggiato ad un albero alle Cascine e dopo avergliene dato un altro prima di salutarla, feci il viaggio di ritorno a bordo della mia fiammante mountain bike con un’espressione da ebete perché finalmente anche io ce l’avevo fatta. Nell’aspettare la sua telefonata, accesi la radio e spostandomi tra le varie stazioni trovai Your Song. Non sapevo che si intitolasse così, ma me la ricordavo in una puntata de Il Mio Amico Ricky, telefilm che vedevo ogni mattina prima di prendere l’autobus per andare a scuola. L’ho sempre associata a lei. E a quegli anni. Per me i migliori in assoluto.

My gift is my song and this one’s for you.

In circa tredici anni ci siamo presi, mollati, poi riavvicinati e riallontanati, poi siamo spariti per anni, poi ci siamo ritrovati e allontanati ancora. Era diventata la mia ossessione. Mi ero convinto che o sarei stato con lei o non sarei stato con nessun’altra perché nessun’altra era come lei. Quando ci riavvicinammo l’ultima volta era il periodo in cui il rapporto con Hank Moody si era ormai cementato e proprio come la sua Karen, anche la mia era fidanzata con un altro.
La mia resistenza cadde piuttosto facilmente. Non volevo, ma non aspettavo altro. Tornai a casa, in macchina, ascoltando Your Song con la stessa faccia ad ebete che avevo a quattordici anni sulla mountain bike.

Forse era davvero la volta buona, pensai. Però c’erano troppi precedenti negativi e il mio equilibrio, di solito fin troppo precario, non avrebbe retto un’altra disfatta. Provai ad andarci piano, tenendo sempre un filo di consapevolezza.

I know it’s not much, but it’s the best I can do.

Lei lasciò il fidanzato e io smisi di andarci piano. D’altronde me l’ha insegnato Bruce Springsteen che siamo nati per correre. Era davvero arrivato il nostro momento. Ascoltai nuovamente Your Song appena chiusi il portone di casa sua e mi ritrovai per strada, allargai le braccia tirando indietro la testa ad occhi chiusi come Tim Robbins in Le Ali della Libertà lasciandomi bagnare dalla pioggia battente.

Non andò bene.
Non voglio stare a dare la colpa a me o a lei. Entrambi facemmo i nostri errori. Decisi addirittura di metterle una rosa rossa sul tergicristallo della macchina. Il più disperato degli all-in. Un gesto estremo che di solito nei vomitevoli film da donne trentenni con disturbi di maturazione post adolescenziale, riesce sempre a far sciogliere la protagonista per il più stucchevole degli happy ending. ma la “mia” Karen non scappò con me nella Porsche cabrio come la Karen di Hank.

Scelse di riprovarci con il fidanzato ed io non la presi benissimo.
Mi “vendicai” dell’umiliazione raccontando tutta la nostra storia sul mio blog.
Dopo la pubblicazione del post, neanche lei la prese benissimo.

Siamo stati anni senza sentirci e sinceramente, ero convinto che non l’avrei mai più sentita. Fu sempre con Your Song che iniziai a scrivere il mio primo libro che parla di lei e di noi. È un lavoro onestamente non pubblicabile. La prosa è approssimativa ed in alcuni punti è palese il mio stato d’animo fin troppo guerrafondaio, ma mi è servito per capire che se per tredici lunghi anni non siamo riusciti a portare avanti qualcosa per più di sei mesi non era perché doveva ancora arrivare il nostro momento, ma semplicemente perché tra di noi non poteva esserci altro. Tutto qui.
Almeno fino a quando non ci rinfileremo la lingua in bocca.
Lì saremo un’altra volta punto e capo.
Non ridere. Perché lo so che stai ridendo. Sai che non lo farei mai.
Continua ad essere una delle mie muse che mi sembra già un bel traguardo dopo tutto quello che mi hai fatto.

Yours are the sweetest eyes I’ve ever seen.

In realtà i suoi sono due normalissimi occhi marroni, ma che a me sembravano davvero i più dolci che avessi mai visto.

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