Roma, daje!

Un panino con la salsiccia ed un hot dog per favore“.
Il tipo nel camioncino fuori dal Circo Massimo si presenta con l’hot dog in mano e guardandomi mi chiede: “Cosa ti ci metto dentro la salsiccia?“.
L’Ire risponde: “ketchup e maionese“. Aveva ordinato l’hot dog.
Lo guardo perplesso: è cingalese ed ha l’aria non troppo intelligente.
Ire, non lo confondere. Non lo vedi non capisce una sega!“.
Anche perché il ketchup è una delle cinque cose che mi fanno accapponare la pelle solo a vederlo (e per favore non chiedetemi perché).
Nella salsiccia maionese ed insalata per favore“.
Strano ma vero, i panini vengono farciti nel modo corretto.
La cosa mi sorprende alquanto.
Per buttare giù senza troppa fatica quei due mattoni travestiti da panini, gli chiedo anche un Coca ed una bottiglietta d’acqua gassata.
Arriva tutto insieme al conto: due panini + un Coca + un’acqua = 16€.
Porca Mad…a” esclamo, “dove caxxo siamo da Cracco?!?“.
Con molta fatica, gli porgo una banconota da 20€ e ricevo 5€ di resto.
Lo sapete, la matematica non ha mai fatto per me, però l’avevo detto fin da subito che il tipo non aveva l’aria da John Nash.

daje roma!
Well done, my friend
Questa è l’unica parte del post a cui riesco a dare un senso “logico” alla serata di sabato 16 luglio 2016 ed è successa dopo 3 ore e 50 minuti di magia. 3 ore e 50 minuti inspiegabili dove ho avuto difficoltà a rendermi conto di dove ero e di quello che stava succedendo davanti ed intorno a me. Ogni volta che Bruce Springsteen sale sul palco, perdo tutta quella razionalità e lucidità che mi vanto di avere. Se urlassi ed avessi delle ciocche di capelli da strappare, sarei esattamente come una quattordicenne al concerto dei Take That. Lo so, il paragone può sembrare eccessivo. Volendo, anche assurdo, ma credetemi. Appena sento le note di C’era Una Volta il West che ne anticipano l’ingresso, mi sento il cuore uscire dal petto e l’unica cosa che capisco è che in quel preciso momento, tutti i pianeti del sistema solare si sono allineati e che mi sto trovando al centro dell’Universo.
E piango le prime lacrime di una lunga serie.

Daje Roma!
Tutto l’universo gira intorno a Dio

“Esistono due tipi di persone:
Quelle che amano Bruce Springsteen
e quelle che non l’hanno mai visto dal vivo”

La cornice di pubblico lascia senza fiato.
La location pure e Bruce lo sa.
Arriva ed è serio. Si guarda intorno, vede i cuori rossi agitati da coloro che erano nel pit (a proposito, ho visto circa un migliaio di persone già davanti al Circo Massimo dal giorno prima) e ringrazia in un modo quasi formale:
Vi amo… Grazie… For Roma…
La prima nota del piano di Roy Bittan è destabilizzante: New York City Serenade da The Wild, The Innocent and The E Street Shuffle del 1973. In più di quarant’anni di carriera l’ha suonata raramente e soltanto due volte in Europa: Roma 2013 (presente, ma che ve lo dico a fare…) e Roma 2016. Gli bastano 11 minuti per conquistare chiunque. Sia i fedelissimi come me sia coloro che lo stanno ammirando per la prima volta.

Sarà una serata indimenticabile.
Lo so. Lo sento nell’aria.
Lo dico sempre è vero, ma questa volta ancora di più.
È una delle caratteristiche tipiche del fan del Boss: ogni volta è convinto (e lo è davvero!) che quello che sta guardando è uno dei suoi migliori concerti di sempre.
È per questo motivo che mi faccio tutte le date italiane dei suoi tour, perché sarà diversa rispetto alle altre ed avrà un qualcosa che le altre non avranno (ad esempio la stessa New York City Serenade, che non ha fatto due settimane fa a San Siro e I’m On Fire che ha suonato a Milano, ma non a Roma).

Ciao Roma… È bello essere nella città più bella del mondo, qui al Circo Massimo“.
Sorride Bruce.
Little Steven si avvicina e gli sussurra qualcosa.
Oh Roma, daje!!!“.
È un delirio.
One, two, three, four e via con Badlands.
La prima ora vola via festosa (ad eccezione della struggente Independence Day) con otto pezzi tratti da The River più Death to My Hometown e tre sign request: il Detroit Medley e le cover di Summertime Blues di Eddie Cochran e Boom Boom di John Lee Hooker.
Poi le luci sulla E Street Band si spengono e il Boss resta da solo. Prende la chitarra acustica e l’armonica a bocca ed attacca The Ghost of Tom Joad.

Le non-si-sa-quante-mila anime del Circo Massimo di colpo si ammutoliscono. Cantano il ritornello insieme a lui, anche se le parole sono un pugno nella pancia, ma lo scenario è di quelli che ti svuotano di ogni emozione, lasciandoti inerme.
The Ghost of Tom Joad è una delle mie canzoni preferite ed è la prima volta che la ascolto dal vivo. Chiudo gli occhi e mi vengono in mente tante cose. Una serie di immagini sconnesse mi appaiono davanti e piango per la seconda volta.
Le lacrime scendono e non posso fermarle.
Sarebbe tutto inutile.

Come ho già scritto, ho iniziato a venerare il Boss invecchiando. Prima ero troppo giovane e coglione per capirlo. Mi piacevano le canzoni “festaiole”, specialmente quando ero in macchina, la sera, e dovevo guidare verso un qualsiasi posto. Mi davano un senso di libertà e di pace e di senso di ribellione che tutti, a quell’età, devono avere. Adesso invece, che sono sempre diciamo giovane ma molto meno coglione, mi rendo conto che c’è sempre stato altro oltre al ricorrente tema della fuga che lo ha sempre accompagnato da Greetings From Asbury Park del 1973. Ci sono la disillusione, i sogni infranti così come quelli che si realizzano, la normalità dell’uomo comune e le storie di tutti i giorni che possono capitare a me come a chiunque conosco. Bruce Springsteen mi ha fatto vedere il mondo per come realmente è, perché Bruce Springsteen è la verità. Non quella assoluta, ci mancherebbe, ma la mia. Quindi, la più importante.

Il tempo di asciugarmi le lacrime che, dopo The Ghost of Tom Joad, il Boss attacca, sempre con l’armonica, The River. È un uno-due più letale della doppietta di Zidane contro il Brasile a Francia ’98.

Non capisco più niente.
Non so dove sono, non so chi sono, non so come sono arrivato a Roma, non so da quanto ore è iniziato il concerto e non so neppure se sono un uomo o una donna.
L’unica cosa che so è che piango. Per la terza volta.
Va bene così.
Non potrebbe essere diversamente.

Is a dream a lie if it don’t come true. Or is it something worse?

Riesco a ritrovare un minimo di lucidità fino a Bobby Jean.
Ecco, se Thunder Road (versione live @ Hammersmith Odeon ’75) è in assoluto la mia canzone preferita di ogni epoca, Bobby Jean è quella a cui sono più legato. Nick Hornby la cita in Alta Fedeltà e già questo dovrebbe essere sufficiente, ma il motivo (SPOILER ALERT) lo scoprirete tra qualche mese, così come scoprirete dove e quando.
È inutile che vi dica cosa faccio per la quarta volta…

Su Tougher Than The Rest, Bruce duetta con la moglie. È una scena bellissima che scombussola perfino un burberone come me. La Patty se lo mangia con gli occhi e lo guarda come se stessero insieme da una settimana. In realtà, lo guarda nello stesso modo in cui lo guardo io… Because The Night invece fa esplodere come il tritolo tutto il Circo Massimo. La cantano tutti, anche i ragazzi che passano tra il pubblico con l’acqua e la birra. Pensare che in origine era uno scarto di Darkness On The Edge Of The Town e che il Boss l’ha “regalata” a Patti Smith che nello studio accanto stava registrando Easter. Lo scrivo perché tanti, troppi purtroppo, pensano il contrario.

Con Land of Hope and Dreams e la dedica alle vittime dell’attentato a Nizza termina la prima parte. Se ne sono andate circa 3 ore. Bruce ha bevuto una volta soltanto e non ha avuto neppure una misera pausa. È andato a diritto. Contro natura come sempre. Sul primo pezzo dell’ultima parte ci risiamo. Jungleland. La canzone che qualcuno dovrà mettere al mio funerale. O meglio, sul testamento scriverò che dovrà essere suonato l’assolo di sassofono più o meno in loop. Jake Clemons è in gamba ed è migliorato tantissimo rispetto alla prima volta che l’ho visto nel 2012, ma suo zio Clarence resta sempre The Big Man…


Seguono Born in the USA e Born to Run, Ramrod, Dancing in the Dark dove Bruce prende dal pubblico un bambino di tredici anni e lo mette a suonare la batteria con Max Weinberg, Tenth Avenue Freeze Out e un’interminabile Shout.
È mezzanotte passata.
La E Street Band ringrazia il pubblico e Bruce se la coccola come se fossero i suoi figli.
Il concerto è finito, ma c’è ancora tempo per un’ultima canzone.
LA canzone.
Armonica e chitarra acustica e Bruce mi regala Thunder Road.
Ho scritto mi e non ci, perché so che l’ha cantata per me ed è la stessa cosa che dirà ogni singola delle non-si-sa-quante-mila anime presenti al Circo Massimo. È per questo motivo che c’è questa intimità tra il Boss ed il suo pubblico. È una promessa eterna. “Appena tornerai, io ci sarò”.
Mi è capitato di scrivere o di parlare con persone che lo vedevano per la prima volta e mi hanno detto: “Matte, adesso capisco…“.
Secondo me ancora no, ma la strada è quella giusta.

Bruce si prende la meritata ovazione e se ne va, dopo aver conquistato Roma in 3 ore e 50 minuti. In tre date italiane ha suonato per circa 12 ore. Sì, avete letto bene.
Il 23 settembre compirà 67 anni ed è fresco come una rosa. Probabilmente sarebbe andato anche avanti per un’altra ora. Pensare che ci sono “artisti” di 40 anni più giovani che non reggono due ore ed “ex giocatori” che a 34 anni rigiocano a pallacanestro e stanno due giorni senza camminare.
Tutto questo non ha senso.
Lo so, ma continuo a non capire.
E dato che l’Italia è un paese laico, posso credere a chi voglio.
Ed io credo in Bruce Springsteen.

Ho visto il suo miglior concerto di sempre.
Ne sono sicuro.
Almeno fino al prossimo tour.

One, two, three, four.
THE RIVER TOUR 2016 @ CIRCO MASSIMO
“New York City serenade”
“Badlands”
“Summertime blues”
“The ties that bind”
“Sherry Darling”
“Jackson cage”
“Two hearts”
“Independence day”
“Out in the street”
“Boom boom”
“Detroit medley”
“You can look but you better not touch”
“Death to my hometown”
“The ghost of Tom Joad”
“The river”
“Point black”
“Promised land”
“Working on the highway”
“Darlington country”
“Bobby Jean”
“Tougher that the rest”
“Drive all night”
“Because the night”
“The rising”
“Land of hope and dreams”
“Jungleland”
“Born in the U.S.A.”
“Born to run”
“Ramrod”
“Dancing in the dakr”
“10th Avenue freeze-out”
“Shout”
“Thunder road”

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