San Siro 2013

Ci sono cose che non si possono spiegare.
Possiamo provarci come ci proverò io in questo post ma credetemi, bisogna essere bravi. Bravi davvero per riuscire a far rivivere quelle emozioni che solo Lui riesce a darti e che ieri sera ho provato in prima persona.

San Siro 1

Bruce Springsteen è il più grande performer di ogni epoca. Su questo siamo tutti d’accordo, fan e non fan. Quello che riesce a fare sul palco è un qualcosa di unico e nessun cantante o gruppo, vivente e deceduto, si è mai avvicinato alle sue maratone live. In quarant’anni di carriera, questo signore del New Jersey di quasi 64 anni ha sconvolto la definizione di “concerto”. A partire dalla durata. Quando va male sono tre ore. Filate, senza neppure una pausa e la farsa di abbandonare il palco per essere richiamato a gran voce a concedere il bis.
Ha un rapporto speciale con San Siro, iniziato nel lontano 1985 durante il tour di Born In The USA e diventato indissolubile durante il diluvio del 2003 in cui, nonostante il rischio di morire fulminato sul palco, ha continuato a suonare imperterrito, incitato dai 70000 presenti (si, avete letto bene, 70000 persone!). Quel concerto è stato definito da lui stesso come uno dei suoi cinque preferiti di sempre. Giusto per farvi capire.

Bruce Springsteen sale sul palco di San Siro alle ore 20.10, minuto più minuto meno, sulle note di Ennio Morricone e accompagnato dalla fedelissima E Street Band. Lo stadio esplode. Ho così tanti brividi addosso e gli occhi gonfi di lacrime che a fatica riesco a trattenere. La tribuna davanti a lui diventa un enorme tricolore con la scritta “Our love is real”. Per un paio di minuti fissa la scritta sorridendo. E’ emozionato, si vede e non fa neppure niente per nascondere il suo stato d’animo battendosi ripetutamente il pugno sul cuore. Ringrazia la gente: “Suono da quando ero un ragazzo e di posti ne ho visti tanti, ma questo è davvero speciale”.
Direte: chi non lo fa? Chi non dice sempre le solite frasi per “arruffianarsi” gli spettatori? Ma il  suo è un ringraziamento vero. Vero quanto lui. Un musicista milionario che ha cambiato per sempre la musica ma che la musica non lo ha mai cambiato.
Uno degli argomenti di discussione durante il viaggio è stato “con quale canzone aprirà?”. Vincere al Superenalotto è sicuramente più facile. Ogni concerto è una storia a se e la scaletta che prepara nei camerini circa cinque minuti prima di iniziare viene stravolta ogni volta a seconda di come si sente e di cosa ha voglia di fare.
“One, two, three, four….” Si comincia.
Land Of Hope And Dreams. Spiazzati, come al solito. Pezzo “da festa” che di solito fa in chiusura.
L’acustica non è delle migliori ma chi se ne frega. Il Boss ha una grinta da far paura. La E Street Band pure nonostante non ci siano più Danny e Clarence. Lo guardo e penso ai miei amici e alle mie amiche  quando dicevano: “vedessi la Nannini che grinta” oppure “Ligabue è un animale da palcoscenico”. Mi usciva il sangue dagli occhi e mi incazzavo come una iena cominciando a discutere, anche piuttosto animatamente. Adesso sorrido e basta. Non hanno mai visto Bruce Springsteen dal vivo e di conseguenza non possono capire.
Dopo quattro canzoni pesca i cartelli dalle prime file. Il medley di Good Golly Miss Molly e Long Tall Sally di Little Richard mi fa tremare le gambe e per non svenire comincio a ballonzolare. Sono figlio del rock ‘n’roll anni 50 e 60 e non posso non perdere la testa. Parentesi Wrecking Ball con la title track e Death To My Hometown dopodiché ecco apparire l’armonica per la prima volta. The River. I brividi sono il doppio rispetto a quando è entrato. Lo stadio meravigliosamente si calma, imbambolato dalla sua voce. C’è chi abbraccia la fidanzata e chi la chiama a casa facendogliela ascoltare. E’ un immagine così romantica che di solito mi farebbe chiudere lo stomaco ma davanti a Lui anche un insensibile come me riesce a diventare sdolcinato (non ho chiamato nessuna state tranquilli. Sdolcinato sì ma fino a un certo punto….). A ruota segue Atlantic City. Avevo scritto nella Top 5 di qualche giorno fa che preferivo la versione originale di Nebraska piuttosto che quella live. Ecco, la convinzione viene spazzata via dopo qualche nota. La canto tutta a squarciagola nonostante comincio a sentire i primi cedimenti alle corde vocali. Mi sembra di essere in un sogno ma è tutto reale. Come il mio, il nostro, amore.

Terminata Atlantic City arriva la dichiarazione. In onore alla sua prima volta in Italia, eseguirà l’intero Born In The USA. A Padova aveva suonato tutto Born To Run.
Certe volte le coincidenze sono proprio assurde. Il tipico rituale di un feticista dei concerti è quello di ripassare le canzoni durante il viaggio. Mentre stavamo salendo verso Milano avevamo soltanto un cd del Boss e indovinate quale? Esatto, proprio Born In The USA.
Il pubblico impazzisce. Sento sotto di me il pavimento tremare.
Ma si apre uno scenario insolito che potrebbe compromettere tutto il concerto. questa scelta potrebbe compromettere il restante concerto dandogli prevedibilità. La reazione invece è opposta. Il pubblico, conoscendo la scaletta meglio del Padre Nostro, è carico a mille sapendo quale sarà l’ordine di esecuzione.
Via con quella che è la sua canzone più conosciuta.

Ho un rapporto di amore/odio con Born In The USA proprio perché è la sua canzone più conosciuta. Un po’ come per Whole Lotta Love dei Led Zeppelin che viene associata dai profani a Lucignolo. Ma ogni colpo di batteria di Max Weinberg  mi aumenta le dimensioni del cuore rischiando di farmelo uscire dal petto. In Cover Me Nils Lofgren suona la chitarra con i denti, Working On The Highway e la sua influenza rock and roll trasforma il prato di San Siro in una sala da ballo, Downbound Train fa venire le palpitazioni a Scars (era la canzone che voleva sentire in tutti i modi), Glory Days, Darlington County e I’m Goin’ Down (che come avevamo detto durante il viaggio non fa mai!) sono una festa, mentre la doppietta I’m On FireBobby Jean mi fa riaffiorare ricordi di storie mai sbocciate e della dedica che feci ad Andre il giorno della sua partenza per Shanghai. Su Dancing In The Dark, il Boss fa salire più ragazze sul palco. Ad una di loro dona una chitarra per farle suonare qualche accordo mentre le altre si scatenano ballando con lui come Courteney Cox nel videoclip originale.
Terminato Born In The USA, si riparte con Shackled And Drawn (o come l’abbiamo ribattezzata noi Shaq & LeBron), Waiting On A Sunny Day nonostante questa volta non si sia portato dietro la pioggia, facendo come da tradizione cantare una bambina scelta dalle prime file, The Rising, Badlands, unico pezzo di Darkness On The Edge Of Town, e la corale Hungry Heart.
Il Boss e la E Street Band lasciano gli strumenti mettendosi in riga nel mezzo al palco a prendersi i giusti applausi del pandemonio di San Siro. Un paio di minuti e poi via, si riparte. Non c’è tempo da perdere.
Quello che tecnicamente si chiama “bis” inizia con This Land Is Your Land, cover di Woody Guthrie, il maestro di tutti i cantanti folk, seguito da We Are Alive fino ad arrivare a Born To Run, ovvero l’inno del movimento Springsteeniano per eccellenza, e Tenth Avenue Freeze Out con il doveroso omaggio a coloro che non ci sono più: “Brother” Danny Federici e soprattutto Clarence “Big Man” Clemons. L’assenza del Big Man è stata più o meno assimilata dall’ingresso nella band di suo nipote Jake ma non è la stessa cosa. La prima nota emessa dal sax del Minister Of Soul provocava nel pubblico lo stesso botto di delirio assoluto paragonabile soltanto all’entrata in scena di Bruce Springsteen stesso. Personalmente non mi sono ancora abituato a non vederlo alla destra del Padre. Manchi Omone. Manchi tanto.
Bruce attacca Twist And Shout intervallata da La Bamba dato che gli accordi sono gli stessi. Il concerto sta per finire ma non sembra che abbia voglia di andarsene nonostante siano passate “soltanto” circa 3 ore e mezzo. Due parole alla E Street Band e arriva un’altra sorpresa: Shout, famosa per essere la canzone suonata da Otis Day And The Knights durante il toga party di Animal House. E’ una festa assoluta. Il Boss riesce a far inginocchiare chi è sul prato mentre canta la strofa “a little bit softer now” sdraiandosi sul palco insieme alla E Street Band. Delirio. Delirio totale. Ringrazio la genetica per avermi fatto perdere i capelli perché altrimenti me li sarei strappati tutti.
E’ finito davvero. Bruce e i suoi compari ringraziano. Io sono in un altro mondo. A malapena capisco dove sono ma mi rendo conto che è soltanto la E Street Band ad aver lasciato il palco. Bruce si toglie la Telecaster, prende la chitarra acustica e l’armonica. E’ solo con davanti 60000 mila persone ai suoi piedi.
“Questa canzone l’ho suonata tante volte ma qui ha un significato diverso con voi che siete nel mio cuore”.
Thunder Road. Ad oggi la mia canzone preferita.
Ricordate cosa avevo scritto nella Top 5? C’è qualcosa di sovrannaturale dentro questo pezzo. Ha la capacità di tirare fuori ogni singola emozione che non solo si ha dentro in quel momento ma tutte quelle che abbiamo avuto nel corso della vita. Gioia, dolore, lacrime, sorrisi. La mente corre libera nei ricordi, anche quelli più remoti, proprio come corre la macchina sull’asfalto alla ricerca di una redenzione.
La mia reazione è proprio quella. Rido, ripenso e piango. Da 3 ore e mezzo San Siro è una voce sola ma mi convinco che la mia è quella che si sente di più, cantando ogni singola parola chiedendo gli straordinari alle corde vocali sempre più in riserva. E’ meravigliosa. Una poesia musicale che vorrei riascoltare all’infinito (cosa che per altro sto facendo grazie ai filmati di YouTube) e con le lacrime agli occhi, tremando come una foglia, saluto il mio Dio dicendogli che ci saremmo rivisti tra un mesetto a Roma.
Dopo circa 3 ore e quaranta minuti Bruce Springsteen lascia il palco di San Siro. Tutti i 60000 presenti, me compreso, sanno di aver visto qualcosa di eccezionale e allo stesso di irripetibile solo perché come ho scritto prima, ogni concerto fa storia a se.
In assoluto le cose che mi porterò sempre dentro e che non mi dimenticherò mai sono il signore vicino a me con il bambino di braccio di un anno e mezzo e la moglie incinta di otto mesi che non è stata mai ferma un minuto, l’ennesima riprova (se ce n’era bisogno) del fatto che Bruce Springsteen non è born to run ma è born to do this: stare al centro di un palco a divertirsi con i suoi amici. Perché per Lui un concerto è puro divertimento e la E Street Band sono i suoi amici di sempre con cui ha iniziato a suonare nei locali di Asbury Park. Ma soprattutto non dimenticherò mai quel finale è l’atmosfera di intimità che è riuscito a creare con una chitarra e un’armonica.
Solo una persona nel mondo ci può riuscire.

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