Squilli di non tromba

La storia che sto per raccontarvi ve l’avevo promessa nel post Tinderella Man. Avevo anche scritto che sarebbe stato come sparare nuovamente sulla folla inerme a Derry nel ’72, ma ho il fucile con diversi colpi in canna e non so su chi svuotare il caricatore.

Bisogna andare indietro nel tempo di un’abbondante decina di anni. Anche se la genesi vera a propria comincia addirittura prima: avevo diciassette/diciotto anni ed ero un aitante giovane di belle speranze e dalla chioma fluente alla primissima esperienza come under in C1. Prima di noi, si allenava la prima squadra femminile di Firenze e tra tutte le giocatrici ne noto una. La più giovane (e con più poppe). È subito amore a prima vista. Il fato vuole che lei giochi con la sorella di un mio compagno di squadra e dopo un paio di mesi di suppliche per avere il suo numero, alla fine riesco ad ottenerlo.
Comincio a “cercarla”. Era la fine degli anni ’90 e cercare una persona aveva un solo significato: gli squillini. Ripensandoci oggi, la cosa può sembrare di uno squallore unico e invece, secondo me, sono stati i precursori dei mi piace su Facebook, nonché una forma troppo sottovalutata di romaticismo. Fare uno squillino a qualcuna significava: “ti sto pensando”. Non è tenera come cosa?
Comunque, lei risponde ad ogni mio squillino. Ce ne facciamo circa una trentina, prima che mi scriva il seguente sms: “scusa, ma chi sei?“.
Resto sul vago e dopo un altra ventina di messaggi, mi tolgo la maschera e confesso.
Lei non fa una piega, anzi. Continuiamo a sentirci (e ovviamente a squillarci), fino a quando non ci incrociamo in palestra. L’ imbarazzo da parte mie è ai massimi storici e mi limito a smuovere la manino modello Regina Elisabetta. Passano i giorni, le settimane e i mesi, ma il nostro rapporto non si evolve. Finalmente, dopo almeno quattro mesetti o giù di lì, le chiedo se ha voglia di fare un giro in centro un sabato pomeriggio. La sua risposta mi arriva diretta tra capo e collo: “Non posso, ho una mezza storia“.
Una volta, sempre in quegli anni, una ragazza mi rispose nello stesso identico modo. Essendo da sempre un improvvisatore, mi venne d’istinto di dirle: “E che problema c’è. Te ne fai un’altra mezza con me, così puoi dire di avere una storia intera“.
Potete applaudire.
Grazie.
La sua risposta però non me l’aspettavo. Ci squillavamo praticamente ogni minuto. Quando caxxo ce l’aveva il tempo per interagire con un’altra persona? Di conseguenza, non mi viene nessun colpo di genio. Mestamente, rimetto il Nokia 3210 nella tasca e smetto di farmi sentire. Lei fa altrettanto.

Non ho più sue notizie fino ad una sabato sera di aprile di due anni dopo. La lunga chioma fluente mi stava abbandonando e, consapevole di avere soltanto una cinquantina di shampi rimasti, avevo i capelli corti e ossigenati. Era la fase in cui mi sentivo il clone di Eminem. Parentesi che è meglio non ricordare….. Un mio compagno di squadra stava uscendo con una sua compagna di squadra ed entrambe vennero a vedere una nostra partita. Appena la vedo, mi viene subito voglia di farle uno squillino….. Caxxate a parte, appena la vedo mi tornano le pupille a forma di cuore. La sera seguente, il mio compagno di squadra organizza un cinema a quattro. Mi ricordo ancora che andammo a vedere “Dillo Con Parole Mie”. Finito il film, io e lei restiamo chiusi nella sua macchina per quattro ore davanti alla Regione.
Penserete: che cosa avranno fatto in macchina per quattr’ore? Niente (in realtà provai a srotolarle la lingua nella cavità orale, ma si scansò così velocemente che per un attimo la scambiai per l’Agente Smith). Però, ci raccontammo qualsiasi cosa. In fondo, la conoscevo da due anni ed era la prima volta che le rivolgevo la parola. Prima di scendere e di andare a letto (perché la mattina dovevo lavorare), mi spiazza ancora una volta con questo discorso:
Vabbé Matte, allora ci sentiamo?“.
Certo, non mi pare il vero“.
Il tuo numero è sempre lo stesso?“.
No, l’ho cambiato“.
Ed è Tim, Omnitel o Wind?“.
Tim. Ma perché, scusa?“.
La risposta ve la do io: perché aveva una SIM e un cellulare per ogni operatore. Infatti, mi dice che avrei potuto cercarla al numero che già avevo.

L’indomani, dopo aver dormito neppure 4 ore, sono in macchina, devastato e rincoglionito, e mi arriva uno squillino. Mi ci vogliono cinque minuti per mettere a fuoco il nome sul display. È lei. Da quanto ero rimbombato, non penso al perché, nonostante potesse dormire, è già sveglia. Però sono contento. Contentissimo. Mi pensa! Le rifaccio lo squillino. Un secondo dopo me ne fa un altro.
Non faccio in tempo a scendere dalla macchina, timbrare e mettermi a sedere alla scrivania che mi arriva un messaggio: “Sei arrabbiato con me?“.
Le rispondo anche stavolta dopo cinque minuti. I primi T9 già non funzionavano da svegli. Figuriamoci in dormiveglia:
“No, perché dovrei essere arrabbiato?”.
“Non hai risposto al mio squillino”.
Squillino.
“Scusa, ma ho appena iniziato a lavorare”.
“Che fai?”.
“Sto lavorando”.
“Tutto bene?”.
“Si si, ho solo un sonno disumano”.
Squillino.
Squillino.
Squillino.
Squillino.
Squillino.
(Non glielo rifaccio perché sono a lavorare).
“Tutto bene? Sicuro di non essere arrabbiato con me?”.
“Si, sicuro, Sono al telefono”.
Squillino.

Probabilmente vi starò annoiando e lo capisco.
Ma credetemi, ciò che ho appena scritto è soltanto lo 0,1% della giornata. Perché questa storia dei messaggi e degli squillini andava avanti per almeno quattordici ore ininterrotte con pause durante i rispettivi allenamenti e le ore di sonno. E se non rispondevo al suo squillino nel giro di trenta secondi, mi arrivava il messaggio per chiedermi se ero arrabbiato. La cosa fantascientifica era che vocalmente non ci sentivamo mai. Anche perché è capitato che, preso dallo sfinimento, provavo a chiamarla dopo aver ricevuto un messaggio, ma non rispondeva. Appena il telefono smetteva di suonare, tempo un secondo mi arrivava un suo messaggio. Non capivo perché si rifiutasse di sentire la mia voce, ma sinceramente mi andava bene lo stesso. Così come mi andava bene, ricaricare il cellulare di 10€ ogni tre giorni, perché nonostante il tipo di relazione, lei mi piaceva e pure tanto.

Casualmente, Pasqua cadeva lo stesso giorno del suo compleanno. Avevo 20 anni ed ero lontano anni luce da quel mostro di cinismo e disillusione che sono adesso. La mia anima era ancora abbastanza candida. E soprattutto, mi piacevano i colpi ad effetto. Tipo le punizioni alla Roberto Carlos. Vado alla cioccolateria di Brozzi e mi faccio fare un mega uovo con il cioccolato al latte e dentro ci faccio mettere una rosa rossa e una super compilation fatta da me (vedete che il ricorso storico di Alta Fedeltà ritorna sempre e comunque).
Ci vediamo dopo una decina di giorni. Gaudioso e solare le dò il pacco, dicendole di non aprirlo fino al suo compleanno. Lei è felicissima. Parliamo, parliamo, parliamo. Anche perché non scendiamo dalla macchina. Mi dice che le piaccio e io faccio altrettanto, ma per la seconda sera non si conclude. Nemmeno un innocente bacino sulla guancia in segno di ringraziamento per il regalo. Niente. La distanza di sicurezza è sempre quella stabilita dal codice stradale per evitare tamponamenti.
In compenso, il giorno dopo ricomincia il rapporto squillo-messaggistico. Quando aprì il regalo mi mandò almeno dieci sms di ringraziamento per dirmi che era felicissima e imbarazzatissima. Avevo fatto centro…… Eppure, c’era qualcosa che non mi tornava:
perché questa mi pensa in continuazione, mi scrive di continuo e mi dice che le piaccio, ma ci siamo visti soltanto due volte, per di più chiusi in macchina?
Non sono mai stato, a 20 anni meno di adesso ed è tutto dire, sveglio per certe cose. Ho bisogno del mio tempo. Però alla fine ci arrivo. E quando ci arrivo……………….
Fissiamo vicino a casa sua.
Lei apre il portone ed entra nella mia indimenticabile Punto cabrio. Appena chiude lo sportello, mando in culo la distanza di sicurezza e mi allungo tipo centometrista sul traguardo. Lei si trasforma ancora una volta nell’Agente Smith.
“Matte, ma che fai?” mi chiede stupita (c’è la T non la D).
“Faccio quello che devo fare!”.
“No, Matte. Scusa, ma credo che tu abbia frainteso. Per me sei solo un amico”.
La mia reazione è un flashforward. Sì, perché a 20 anni le dico e la tratto esattamente come tratterei una che si comporta così oggi, a 32 anni.
“Guarda, levati dai coglioni, mongoloide”.
Distendo il braccio e le apro lo sportello. Lei mi guarda e resta seduta senza fare niente.
“Non ci siamo capiti. Ti ho detto levati dai coglioni, mongoloide. O hai bisogno che ti mandi un messaggio per capirlo?”.
Mi sorprende perché capisce. Scende e torna a casa. Come Lassie.
Durante il viaggio di ritorno da Firenze sud a Brozzi, sono sconcertato e non faccio altro che ridere. Sembro Uma Thurman alla fine di Kill Bill. Appena mi infilo a letto, mi metto a fare due conti su quanto mi ha fatto spendere di cellulare in quelle tre allucinanti settimane. Il totale è più inquietante delle bambine di Shining: siamo a circa 90€, regalo di compleanno escluso.

Penserete che sia tutto finito, invece no.
Ci sono altre due perle che vi devo raccontare.
La prima è che nel corso degli anni, chiunque (e ribadisco CHIUNQUE) ci abbia provato, se l’è trombata con disarmante facilità.
La seconda è che un annetto fa, mi mandò un messaggio (strano…) per farmi gli auguri di compleanno. Le chiedo come sta e mi risponde che è a pezzi perché è stata lasciata dal fidanzato, dopo che lui aveva scoperto che lei aveva un altro.
“Mi manca tantissimo. Lo penso sempre”.
“Ma lo pensavi anche mentre lo tradivi?”.

Potete applaudire.
Grazie.

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