The Elbow Pass

if you can dream, you can do it.

Sono talmente messo male che per provare a non pensare all’ennesima delusione europea della Giuve, mi è venuta voglia di scrivere di pallacanestro.
Il che dovrebbe far capire tante, tantissime, cose.

La storia che sto per raccontare non la troverete nei libri e neppure, purtroppo, su YouTube e le persone che potranno confermarla sono poche. Sette per l’esattezza. Otto con il sottoscritto.
Come ho scritto nel post di addio alla palla a spicchi, nella mia contorta, perversa e malsana mente, mi ero dato dei alcuni traguardi da raggiungere. No, non è la parola esatta. Diciamo che avevo dei sogni nel cassetto. Quattro per l’esattezza: ho fatto esplodere un tabellone con una bimane, ho segnato un canestro da tre punti di sinistro in partita di cui, sinceramente, ne vado fin troppo fiero (ok, mancavano tre secondi alla fine dell’ultimo quarto e stavamo perdendo di dodici. Ma chissenefrega, no? L’ importante è averlo fatto) e ho realizzato ben due buzzer beaters, uno da regazzino e il più “famigerato” contro Grosseto che ci ha permesso di andare ai playoff.
Me ne mancava uno.
Quello a cui ambivo di più e quello più irrealizzabile.
Perché se è vero che contro Grosseto ho avuto una notevole botta di culo, ho sempre tirato di sinistro, in particolare d’estate al campino della Manzoni, quando venivo obbligato a non usare la mano destra (non perché fossi chissà chi, ma soltanto perché gli abituali frequentatori erano per la maggior parte dei cestisti improvvisati) e ai tempi d’oro in cui letteralmente volavo, provavo un fortissimo godimento nell’inchiodare con una certa cattiveria, il quarto sogno era davvero troppo e non solo per me.
Non ci ho mai provato.
O meglio, l’ho fatto talmente tante volte che solo io ed il pallone sappiamo quante sono, ma mai né in allenamento né al campino, né, tantomeno, in partita. Il rischio di fare una colossale figura di merda era dato alla pari dai bookmakers e, avendo sempre avuto un carattere cestistico non propriamente incline al reagire agli errori, ho sempre preferito evitare. Mi divertivo a farlo a gioco fermo, quando dovevo passare la palla all’arbitro o ad un mio compagno di squadra per la rimessa. Era uno dei miei “balocchi”, come mettermi a fare la foca e palleggiare con la testa, fermo sul cerchio di metà campo, mentre i miei compagni facevano il pre riscaldamento.

Prima di andare avanti, vi racconterò una storia nella storia:
la notte dell’11 febbraio del 2000, la mia percezione della pallacanestro cambiò per sempre. Così come Jon Landau nel ’74, dopo aver assistito ad un concerto di Bruce Springsteen all’Harvard Square Theatre in Massachusetts, scrisse che aveva visto “il futuro del rock and roll“, non potevo sapere né tantomeno immaginare che dopo quella interminabile nottata, ogni equilibrio ed ogni idea che mi ero costruito in quasi dieci anni di partite registrate in videocassetta, venissero spazzati via da un uragano nel corpo di un playmaker bianco nato in Virginia.
Quella notte capii che Jason Williams era, ed è tutt’ora anche se ha smesso da cinque anni, il giocatore più forte di tutti i tempi. Più di Jordan, di Magic, di Bird e di chiunque vi venga in mente. Per me, sta un gradino sopra.
Mi piaceva tantissimo guardare White Chocolate (beh, a chi non piaceva…) e dentro di me sentivo che aveva messo la freccia per superare Allen Iverson che, in quegli anni, era il cestista che più idolatravo. Bastava poco. Doveva semplicemente fare qualcosa di ancora più folle e scriteriato rispetto a quello che si inventava ogni settimana da circa un anno e mezzo. Ovvero, dalla prima volta che indossò la canotta dei Sacramento Kings col numero 55:

Rookie Challenge.
Le squadre non sono più divise in est ed ovest, ma in Rookies e Sophomores (primo anno e secondo anno).
James Posey dei Rookies prende un tiro da tre punti dall’angolo. Sdeng. Rimbalzo di Raef LaFrentz e apertura per Williams che in palleggio supera la metà campo, davanti a Lamar Odom, in difesa, che indietreggia.
Vi ricordate la cosa che ho scritto qualche riga più in alto? Il dover fare qualcosa di folle e scriteriato per diventare il mio giocatore preferito?
Jason Williams finge un passaggio dietro la schiena di sinistro, smorzando però il pallone con il gomito destro, recapitando l’arancia nelle mani di LaFrentz a rimorchio.

The elbow pass
The elbow pass

Odom sgrana gli occhi e spalanca la bocca.
LaFrentz, che poi subirà fallo, è incredulo così come il pubblico.
I telecronisti e chi sta guardando la partita da casa, hanno bisogno di un replay per capire cos’è successo.
The elbow pass.
Una roba che nessuno aveva mai visto.
Sono seduto sul divano e ho una depersonalizzazione. Mi guardo intorno, mi metto le mani sulla fronte, sbazzo, mi tocco il pisello per vedere se sono sempre un maschio e nonostante il secondo, il terzo, il quarto, il quinto e il sesto replay, ancora non realizzo. Sapevo che sarebbe diventato il mio giocatore preferito del momento, non il più forte di tutti i tempi.
L’unico che reagisce come se fosse fuori ad accompagnare il cane è lo stesso Williams. Che se la ridacchia.
Quasi imbarazzato.
Dirà poi: “l’ho fatto così tutti voi non mi chiederete mai più di rifarlo“.
Mi sono sempre domandato chi gliel’avesse chiesto. Anche perché, come nessuno si era immaginato l’assassino di Saw l’Enigmista, ditemi se davvero c’è qualcuno che ha pensato ad un passaggio di gomito.

Torniamo ai giorni nostri:
allenamento del giovedì al liceo scientifico Leonardo da Vinci. Si gioca quattro contro quattro a metà campo. C’è pure il coach in squadra con me perché siamo in sette.
Prendo un rimbalzo ed esco fuori dall’arco dei tre punti alla mia destra.
Il coach viene a bloccarmi per un surreale pick and roll dove l’avrei scagliata da tre punti a prescindere. Con la coda dell’occhio vedo un taglio a canestro di Capitan Tommy Naldi. Non posso passargliela di destro perché decapiterei il coach e nemmeno di sinistro perché sto andando nella direzione opposta e chissà che schifo verrebbe fuori.
Fermo il palleggio e con la mano sinistra mi faccio passare il pallone dietro la schiena per poi colpirlo con il gomito destro. Mi esce una fucilata che taglia tutta l’area e passa a dieci centimetri dalla testa del Depe, in difesa, e finisce precisa e perfetta nelle mani di Tommy Naldi che appoggia da sotto per due punti facili.
The elbow pass.
Non ho la minima idea di come mi sia potuto venire in mente di fare quello che ho fatto.
Il Depe si lascia andare in terra.
Il coach comincia a ridere.
Tommy Naldi mi dirà in seguito che quel pallone pesava 8000 kg e che se sbagliava l’appoggio, adesso sarebbe morto.
Mi viene un’altra depersonalizzazione: comincio a camminare nella metà campo vuota e mi passo una mano sulla fronte per spostarmi i capelli che non ho. Penso alle canzoni di Laura Pausini, al cibo vegano, alle scarpe col tacco e a quanto mi piacciono le donne senza tette, mentre scuoto la testa e mi ripeto “non ci credo, no, non ci credo“. Il mio girovagare termina nell’angolo opposto della palestra. C’è una sedia di quelle da aula scolastica. Ci monto sopra in piedi e mi metto in posa, tipo Mark Bresciano.
article-0-148F9BFD000005DC-451_634x455La depersonalizzazione continua: mi sento il discendente diretto di White Chocolate. “Sono Matt “The Big Man” Williams e cosa ci faccio nella palestra del liceo scientifico Leonardo da Vinci? Perché non ho le Nike Big Man ai piedi? Chi vuole un autografo? Sono sempre fidanzato con Charlize Theron o adesso sto con Eva Green? È meglio la Ferrari o la Lamborghini come utilitaria? Dov’è il Gatorade?“. Poi però sparo nel muro un no look pass e con un battito di palpebre, ritorno ad essere Matteo Aiello. Quello che ciondola ad ogni errore, che maledice il giorno di aver iniziato a giocare e che non vede l’ora di arrivare a fine stagione.
Resta il fatto che ho realizzato il sogno numero quattro e non ero assolutamente pronto.
Ma chissenefrega, no? L’importante è averlo fatto. Proprio come il canestro di sinistro.
L’unica spiegazione che mi posso dare è che gli Dei del basket, stufi di sentirmi dire ingiurie contro la pallacanestro e di vedermi sempre così incazzato e sfavato, si siano detti: “Facciamogli fare ‘sto benedetto elbow pass così smette davvero una volta per tutte che non se ne può più“.
Oppure, forse ha davvero ragione il Necchi.

CHE COS’È IL GENIO?
È FANTASIA, INTUIZIONE, DECISIONE E VELOCITÀ D’ESECUZIONE.

D’altronde sono l’unico ad avere una visione d’insieme…

ps. la sera stessa dell’elbow pass, Vince Carter fece questo.
It’s over ladies and gentlemen.

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