Perché scrivere

Matte vi odia tutti.
A prescindere che voi siate uomini, donne o bambini.
Matte vi odia.

Ogni domanda che si rispetti ha la sua risposta.
Anche le più assurde ce l’hanno.
Chi fa i cerchi nel grano? Qualcuno con un compasso gigante.
Perché le madonnine piangono sangue? Perché hanno la vagina negli occhi.
Come mai Ozzy non si è mai ammalato? E’ talmente marcio che viene evitato
anche dai bacilli.
C’è sempre una risposta a tutto, basta cercarla. O volerla cercare.

Ero davanti ad un bivio. C’era pure Enrico Ruggeri insieme a me. A sinistra c’era lo scrivere un libro. A destra il diventare un sociopatico serial killer. Per la prima volta ho scelto la sinistra. Chiunque è capace di scrivere un libro.
Certo, ci vuole l’idea giusta. Ma quella secondo me sta nell’aria. Un’idea la puoi trovare ovunque. Dando un’occhiata al giornale, ascoltando un intervista alla televisione, osservando tutto quello che ti sta intorno. Scrivere un libro non semplice come scrivere un post sul proprio blog. Bisogna stare attenti. Non esistono distrazioni. Tutto deve tornare proprio come un equazione matematica. Una frase, un pensiero che hai scritto ad esempio a pagina quattro deve incastrarsi perfettamente con un qualcosa scritto a pagina ottanta. Aldous Huxley disse che: “a scrivere un libro brutto si fa la stessa fatica che a scriverne uno bello”. Verissimo. Ora non voglio dire che quello che ho scritto sia bello (sicuramente non brutto perché l’ho scritto io), ma di sicuro è stato molto faticoso. Non è stato facile far riemergere ricordi ormai remoti, episodi che comunque mi hanno segnato e che avrei preferito lasciare nell’armadio a far compagnia agli altri scheletri che ho nascosto. Ma come ho detto prima non potevo fare altrimenti. O scrivere o diventare un serial killer. Sociopatico, ma quello lo sono già a prescindere. Perché una componente fondamentale nel mio processo di composizione letteraria sta proprio nello stato d’animo. Non riesco a scrivere niente se non sono o euforico come se avessi appena fatto sei al superenalotto (raramente) o talmente incazzato da far uscire da tutti i pori la mia misantropia (molto spesso). In quel momento, quando aprii per la prima volta il moleskine, presi la penna e cominciai a buttare giù le prime righe, il mio morale era più deluso che incazzato per aver commesso lo stesso maledetto errore da tredici anni a questa parte. L’essere diventato una carpa d’oro ed aver abboccato un’ulteriore volta all’amo del merdoso Sampei. Il fatto di parlare, parlare, parlare e poi alla fine di fare tutto l’opposto. Sei solo chiacchere e distintivo agente Ness. E’ stato faticoso ma è stato piuttosto facile. Per quanto possa essere doloroso è semplice raccontare un qualcosa che ti è successo e che hai vissuto in prima persona. Non ho scritto “Figurine” ne per andare a giro a dire che sono un aspirante scrittore, ne per diventare il nuovo scrittore emergente dello Stivale (che discorsi, se me lo pubblicassero penso che smetterei anche di bestemmiare. Per un giorno. Troppo, facciamo mezza giornata). L’ho scritto perché per me scrivere è una dipendenza. Un po’ come la nicotina per un fumatore, lo stadio per un ultras e un trans per Marrazzo. Non posso non farlo. Ma l’ho scritto anche spinto da diverse persone che mi dicevano di provarci. Quando qualcuno, magari qualcuno a cui tieni, ti fa i complimenti ringrazi facendo il viso rosso. Poi te lo dice un altro. Poi un altro ancora. Fino a quando non sono in tanti a dirtelo. E lì cominci a pensare: “Forse scrivo bene davvero. Forse ci dovrei provare…” Non sono mai stato un lettore. Anzi, se devo essere sincero ho sempre letto poco. Nick, qualche classico come Narciso e Boccadoro, Il Nome Della Rosa e Siddartha, niente di paragonabile ad un qualsiasi testo di Bob Dylan. Adesso sto leggendo Life di Keith Richards. “La droga più allucinante della mia vita è la sobrietà”. Questa è gente che insegna. Le loro parole arrivano dritte al Quore. Probabilmente è leggendo così poco, o leggendo solo Nick, che ho trovato da subito il mio stile (se veramente ne ho uno) cercando di essere me stesso. Parlando, e parlare mi piace, tendo sempre ad esagerare e a non esprimermi come vorrei. C’è sempre il Lato Oscuro che prende il sopravvento. A dire cose giuste ma a dirle in un modo che automaticamente mi fa passare dalla parte del torto. Quando scrivo invece riesco ad essere lucido. A montare sopra il banco come fa il professor Keating e ad osservare tutto da ogni prospettiva e da ogni angolazione. Dovrebbe essere questa la parte più difficile. Per me invece è senza dubbio la più semplice.
Una soddisfazione me la sono tolta.
Certo, ogni volta che entro in una qualsiasi libreria vorrei tanto trovarlo, anche in
un angolino ricoperto di polvere, invisibile agli occhi di tutti ma non ai miei. Almeno in questo non mi arrendo. Sto scrivendo il secondo da un mesetto e mezzo circa. Tutto a mano come sempre. Lo so che è il doppio del lavoro ma anche io ho le mie fissazioni (anche Tarantino scrive le sue sceneggiature a mano e guardate che cosa non è venuto fuori. L’unica che deve aver scritto al computer dev’essere stata A Prova Di Morte. Roba da bruciare le bobine). A differenza di Figurine dove il 90% erano fatti ed episodi strettamente autobiografici, questo, che ancora non ha un titolo, è al 90% uscito dalla mia diabolica fantasia. In testa ce l’ho bello nitido. La fatica, immane, sta nel riuscire a riportare su carta quello che ho nel cervello. Impresa più ardua dell’uscire vivo dal labirinto del Minotauro. Teseo ce la fece. Io ce la farò? Depilandomi tutto un bel gomitolo dovrebbe venire fuori. Mi manca la spada però. E Arianna. Arianna? Non era quella di College? Mah….
Nel 10% ci metto i personaggi, alcuni molto fedeli a coloro a cui mi sono ispirato altri un po’ meno, l’idea che ho trovato rileggendo i post di questo blog ed alcune situazioni di contorno dato che l’ambientazione è dal novembre 2010 al settembre 2011 circa. E poi c’è quel finale che……
AAAAAAAAAAAAAAAAAAAH IL FINALE!

Il Discorso Del Re ha vinto l’Oscar come miglior film.
Colin Firth come miglior attore.
Natalie Portman come miglior attrice.
Christian Bale e Melissa Leo come miglior attore e miglior attrice non protagonista.
Ma Il Discorso Del Re, meritava così tanto l’Oscar?
Dopo che l’ha vinto Shakespeare In Love lo possono vincere tutti. No?

Bruce che canta il Menestrello di Duluth.
Solo lui e il Benza possono permettersi di farlo.
“In una occasione come questa mi piace ricordare che io sarò anche il presidente, ma lui è e resta il Boss”. Parole di Barack Obama.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=Vm4LoTmsSh8&w=480&h=390]

Ricordatevi che mentre qualcuna di voi sta entrando in questo blog, io starò entrando dentro qualcuna di voi.

Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato
Nonostante tutto,
Matte continua ad odiarvi.

Cheers…

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