Imprevisti d’amore

Matte vi odia tutti.
A prescindere che voi siate uomini, donne o bambini.
Matte vi odia.

La seguente storia può sembrare l’ennesima mia fantasiosa trovata letteraria. Invece, seppur con la morte nel cuore, è accaduta veramente qualche anno fa. Non so perché ma mi sono sempre dimenticato di scriverla e ieri notte, guardando Juno per riuscire ad addormentarmi, mi è tornata in mente.

Stavo uscendo con una persona. E fin qui niente di nuovo. Stavo attraversando una fase in cui volevo dare una svolta. No, non provando a fidanzarmi, mi ero soltanto stufato di uscire con quelle della mia età. Troppo banali, vuote e ripetitive. Così mi ero impuntato di alzare l’asticella anagrafica. Abbassarla non potevo dato che quando ci ho provato è andata piuttosto male. Conosco questa persona ad una cena, due parole, lei ride allagando la sedia e mi lascia il suo numero. Ci sentiamo ed usciamo. La porto all’Hemingway come da rituale e in quelle due ore mi racconta metà della sua cazzo di vita. Io la lascio parlare aspettando il momento in cui mi avrebbe sbagliato un congiuntivo per riprenderla ma, stranamente, questo momento non arriva. Rimango piacevolmente sorpreso dall’evento, pensando che forse l’asticella l’avrei dovuta alzare molto tempo addietro. Infatti, data la sua padronanza lessicale, decido di mandare a cagare la mia regola del non bacio la prima sera per sguainare la lingua verso il fortino nemico. Il tutto avviene sotto casa sua, prima di darle la buonanotte. Come mi aspettavo il fortino cade sotto i miei salivosi attacchi e, educatamente, mi invita a salire per superare il primo livello. Ha diversi anni più di me, di conseguenza ha già abbandonato da qualche anno il focolare domestico. Decollo verso la camera da letto e insieme atterriamo sul materasso facendo quello che c’era da fare. Finito l’atto, mi racconta l’altra metà della sua cazzo di vita. Comprensibile, l’orgasmo multiplo è sempre sinonimo di onestà. Questa volta l’ascolto ma non presto attenzione a quello che dice. Lo sapete come la penso, ci sono dei momenti in cui sulla fronte mi attacco il cartello “Do not disturb” ed il post orgasmo è uno di quelli.
Continuiamo a vederci e a sentirci. Per i primi tempi usciamo anche. Giusto per farmi credere che non voleva una relazione sessuale e basta. Andando avanti, complici le stanchezze lavorative e non, omettiamo la parte sociale per restare segregati tra le mura di casa sua. La cosa va avanti per un po’, fino a quando non inizia a venirmi a noia. I discorsi piano piano cominciano ad essere sempre gli stessi e le posizioni ormai sono diventate tutte doppioni. Quando può inizia a raccontarmi l’ennesima storiella felice dal risvolto drammatico che le è successa mentre stava insieme al suo ex. Che palle. Non mi ha mai detto chi ha lasciato chi ma dal tono di voce e dall’occhio lucido come se avesse la febbre, sospetto che sia stato lui a mandarla a cagare.
Decido di chiudere addirittura prima dei canonici tre mesi di supplenza. Non ne avevo più. Addirittura mi innervosivano i suoi messaggi e le sue chiamate di routine durante il giorno per sapere cosa stessi facendo.
Lei la prende piuttosto bene, dicendomi che ho ragione e che obiettivamente la nostra storia non ha il minimo futuro e che da un rapporto vorrebbe molto di più di quello che le stavo dando io (non in termini di acuti vocali eh… stiamo parlando di roba ben più profonda). Mentre sto tornando a casa, penso che è vero che la storia è andata male (ma quello lo sapevo dall’inizio) però che forse l’idea di puntare sulle over trenta potrebbe rivelarsi una svolta inattesa.
Resto con questo pensiero per circa dieci giorni, quando una sera dopo cena, mi telefona e mi dice che ha urgente bisogno di parlarmi. Fissiamo per il giorno dopo, ovviamente a casa sua. Appena entro, la scena è raccapricciante. La trovo in lacrime sul divano mentre sta guardando su Sky Scusa Ma Ti Voglio Sposare. Non  sono scaramantico ma d’istinto mi viene di toccarmi le palle. Non si sa mai. Lei è in tuta, con i capelli tutti arruffati, sembra che abbia messo le dita nella corrente. Si gira e senza farmi dire una parola esordisce così: “Ho un ritardo”.
“In che senso scusa?”
“In quello…..”
“……… e…….. da quanto??”
“Una decina di giorni”.
E’ inutile che vi stia a dire che di solito la ragazza è sempre puntuale con il suo ciclo mestruale. Anzi, spessissimo, le vengono prima del giorno prestabilito.
Mentre mi sento andare via le gambe e cerco un appiglio sul mobile del salotto per non cadere a peso morto sul parquet, le chiedo l’unica cosa da chiederle: “Scusa, ma il test l’hai fatto?”
“No, ho paura”
“Ma come paura? Devi pisciare su una bacchetta, mica fare un’interrogazione di latino!”
“Lo so, ma ho paura a farlo da sola. Vorrei che tu ci fossi anche te insieme a me”
Comprensibile.
Sempre appoggiato al mobile del salotto le dico intanto di tranquillizzarsi, di dormire un po’, di andare la mattina in farmacia a comprare questo cazzo di test e che, se proprio non se la sentiva di farlo da sola, di aspettarmi la sera per farlo insieme. Lei annuisce, sempre con le lacrime agli occhi, sempre con i capelli arruffati e sempre con l’insopportabile e sforzata voce di Michela Quattrociocche in sottofondo. Si avvicina e mi abbraccia dicendomi di non abbandonarla in questo momento per lei atroce. Mica solo per lei. Ricambio il suo abbraccio, razzolando dentro di me e tirando fuori quel rimasuglio di umanità che mi è rimasto, mentre in testa mi appaiono una sequenza di flash di me che canto una ninna nanna, che cambio un pannolino e che alle tre di notte mi sveglio perché il pargolo frigna. L’indomani, a metà mattinata, la chiamo per chiederle se era stata in farmacia. Risposta negativa. Vorrei offenderla ma non posso. Non è il momento dato che siamo entrambi sulla stessa barca chiamata Titanic. Le dico di chiamarmi o di mandarmi un messaggio appena ha comprato il test. I flash dentro la mia testa quadruplicano. Addirittura mi immagino che lei mi butta via tutti i vinili perché la mia musica è troppo ferrosa per la tranquillità del bambino. Penso allo sforzo che dovrò fare per non farmi scappare uno dei miei fantasiosi e ricercati moccoli. Vedo passeggini ovunque. Passo davanti ad un asilo e fuori ci sono soltanto babbi.
E’ un incubo ad occhi aperti.
Ma durante il giorno il messaggio non arriva.
Finisco l’allenamento e guardo subito l’iPhone. Ci sono dei messaggi ma non il suo. Non capisco e la cosa comincia a puzzarmi un po’. Non è strano che una donna che ha un ritardo e che sospetta di essere incinta, non solo non ha fatto ancora il test di gravidanza, ma non lo ha neppure comprato?!? Sì, la cosa puzza più di una scureggia dopo aver mangiato soltanto cavolo nero. Mentre sono in macchina e sto andando verso di lei, con il cervello sempre più spappolato, ritrovo la lucidità che avevo perso. E devo ringraziare l’ano per avermela fatta ritrovare. Non il mio, bensì il suo. Mi ricordo che una delle ultime volte che abbiamo fatto roba, lei aveva le sue cose di conseguenza, pur di dare un senso alla serata, mi disse che potevo tranquillamente usufruire del suo didietro. Al primo semaforo rosso, prendo l’iPhone, apro la calcolatrice e faccio il conto dei giorni. Ultimo rapporto meno dieci giorni di ritardo. Il risultato è la riprova che o la ragazza è da inserire di diritto nel Guinness Dei Primati per aver avuto due volte il ciclo in meno di quindici giorni oppure che mi sta prendendo per il culo. Sarebbe stato tutto molto più semplice se dal primo momento mi fossi ricordato del mio dono-maledizione. Era impossibile che fosse rimasta incinta. Avvicinandomi a casa sua, una delle mie malsane idee mi arriva al cervello finalmente tornato operativo sotto tutti i punti di vista. La chiamo e le dico di essere in ritardo. Allungo il giro andando alla farmacia alla stazione. Scelgo lo scaffale giusto e compro tre test di gravidanza di tre marche diverse. Quando sono a pagare la farmacista, mentre sta passando i test allo scanner, esclama:
“Vuoi essere proprio sicuro di diventare babbo eh? In bocca al lupo allora!”
“Ma vaffanculo te e i babbi!”
Pago, prendo il sacchetto di plastica e vado al bar accanto al McDonald’s. Lì compro tre bottiglie d’acqua frizzante da un litro e mezzo. Rimonto in macchina con tutta questa roba e finalmente arrivo da lei.
Appena mi apre il portone, sono talmente invasato che lo apro con un calcio. Salgo la rampa di scale senza prendere l’ascensore e con un fiatone della madonna arrivo davanti alla soglia di casa sua. Lei mi sta aspettando sempre con la stessa tuta nera a strisce rosa shocking dell’Adidas. Entro senza dirle neppure ciao, appoggio il sacchetto sul tavolo di cucina, sfilo un test di gravidanza a caso e glielo mostro.
“Ma adesso non mi scappa….”
“Non avevo dubbi. Infatti ho preso anche questa!”
Come il Mago Casanova faccio apparire dalla plastica, invece che dal cilindro, una delle tre bottiglie d’acqua.
“Vai, comincia a bere”
Lei spalanca gli occhi, farfugliando qualcosa di incomprensibile mentre io apro la boccia e la invito non troppo educatamente a cacciarsela tra le labbra e a buttare giù tutta quell’anidride carbonica.
Dopo averne bevuta tre quarti, mi dice che forse ci siamo. Prende il test e va in bagno. Io la seguo mettendomi davanti a lei e fissandola mentre è seduta sulla tazza del cesso a brache calate.
“Ma con te davanti non mi riesce….”
“Non me ne fotte un cazzo! Forza piscia e stai zitta!”
Primo test NEGATIVO.
“Sei contento adesso?”
“No, ce ne sono altri due da fare…..”
Dopo due ore di assoluto silenzio, ad eccezione di qualche singhiozzo, sia il secondo sia il terzo test sono entrambi NEGATIVI. Come sospettavo. Però un sospiro di sollievo mi viene lo stesso di tirarlo.
“… Scusami, è che se non facevo così non ti vedevo mai più”
Non dico niente. Riprendo il giubbotto dalla sedia e mentre sto facendo per andarmene mi sento chiamare con un filo di voce strozzata.
Mi volto e la trovo sdraiata in terra, agonizzante, come se fosse in punto di morte. Tra l’altro una recitazione penosa.
“Ti prego…… sto male….. non te ne andare…..”
“Per me puoi morire”
Mi metto le cuffie, alzo al massimo il volume per non sentirla, apro la porta ed esco, lasciandola moribonda in terra.

Questo è quanto.
So già cosa starete pensando: “Non è possibile, ti capitano tutte a te!” oppure “Certo Matte che te le cerchi col lanternino”.
In parte avete ragione anche se non sono io che le cerco ma sono loro che mi trovano. Il dubbio è che quando te ne capita una può essere sculo. Due, tre, quattro. Diciamo entro le dieci si può dare colpa alla sfortuna. Ma quando si superano abbondantemente le trenta, forse c’è altro sotto…..

Anni fa un giornalista chiese ad Jimi Hendrix come si sentiva ad essere il miglior chitarrista del mondo. Lui rispose che questa domanda non doveva farla a lui ma a Rory Gallagher.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=-k4iocWURPk&w=420&h=315]

Ricordatevi che mentre qualcuna di voi sta entrando in questo blog, io starò entrando dentro qualcuna di voi.

Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato
Nonostante tutto,
Matte continua ad odiarvi.

Cheers…

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