Il killer sotto il sole

Matte vi odia tutti.
A prescindere che voi siate uomini, donne o bambini.
Matte vi odia.

In una notte in cui ho avuto bisogno di sentirmi giovane, qualcuno mi ha fatto sentire come se stessi ascoltando musica per la prima volta.
Ho visto il futuro del rock’n’roll. Il suo nome è……

Non sono mai stato bravo a fare delle scelte.
Posso pensarci per ore, giorni, settimane ma numeri alla mano quando decido di muovere, il pezzo mi viene immediatamente mangiato dalla regina (sto parlando di scacchi, non di donne…).
Oggi nessuna filosofia.
Oggi è il cuore a farmi muovere le dita sulla tastiera.
Quando hai delle passioni che sfociano nella malattia, è quasi impossibile affermare con assoluta certezza cosa sia il tuo preferito in assoluto. Per i film ad esempio non mi riesce. Ho la mia ampolla con dieci palline ma non ce n’è una che mi si attacca come una calamita alla mano. Lo stesso vale per i videogiochi. Ogni console che ho avuto ha il suo “capolavoro”, a prescindere dalla grafica e dalla giocabilità. C’erano MegaMan per Nintendo, Mortal Kombat per MegaDrive, Metal Gear Solid per Playstation1, God Of War per la 2 e Heavy Rain per la 3.
Per la musica era la stessa storia. Troppi Dei da tenere in considerazione. Credevo che non ce l’avrei mai fatta a scegliere e invece, da un anno a questa parte, il mio universo musicale gira tutto intorno ad un nome solo.
Non smetterò mai di ringraziare Van Halen per avermi fatto esplodere le casse dello stereo, Hendrix che faceva gli assoli con i denti senza rendersi conto, da quanto era fatto, di cosa stesse facendo, Stevie Ray per essere suo figlio anche se non lo è, Eddie Vedder per avere la voce più bella (personalmente e non solo) della storia del rock, David Gilmour per l’assolo di Comfortably Numb, Slash che imitavo in bagno col cilindro fatto di carta e la racchetta da tennis della Rossignol come chitarra, Elvis per avermi mostrato la magia, gli Who e gli Stones per aver rappresentato in pieno la figura del rocker come avrei voluto essere se avessi avuto il loro talento. Non ho menzionato Bob Dylan e dopo vedrete il perché. Ma niente e nessuno si avvicina minimamente a Bruce Frederick Joseph Springsteen, nato a Freehold, NJ, il 23 settembre 1949, da circa quarant’anni conosciuto in tutto il mondo come The Boss.
Pensate che all’inizio non mi entusiasmava un granché. Bravo, su quello non c’è mai stato il minimo dubbio, ma ero troppo grezzo e mi sembrava troppo buono. Troppo perbene per essere riuscito a sfondare nel mondo del rock. Impazzivo per il metallo pesante, la voce castrata di Axl Rose e per le Bibbie strappate di Marilyn Manson.
Non potevo riuscire a capirlo.
Come molti di voi che non lo seguono (e mi viene da chiedere perché?) o che si immaginano un Rambo, con la bandana rossa in testa, il giubbotto di jeans dalle maniche strappate e la chitarra al posto di un fucile mitragliatore, proprio come si vede nel video di Born in The USA.
Bruce Springsteen ti arriva, ti rapisce e ti porta via soltanto con la maturità. Soltanto quando conosci quello che ti sta intorno e sei bravo ad osservarlo in ogni minimo dettaglio. Un po’ come il blues, facile da suonare ma difficile da sentire dentro (cit. Jimi Hendrix).
Per questo Bruce Springsteen è diverso da chiunque perché in tutta la sua carriera è riuscito ad essere sempre credibile, non rinnegando mai le sue radici da “Poeta della strada” come veniva chiamato agli esordi. Non è mai cambiato, non si è mai venduto (Nebraska ne è la prova. Cercate la genesi di questo disco e capirete il perché), andando contro gli scettici, sviluppando un istinto che lo ha indotto a parlare e a farsi sentire nei momenti giusti. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle, Bruce Springsteen stava camminando per strada insieme alla moglie, un tizio in macchina si avvicinò a loro e disse: “Bruce, abbiamo bisogno di te”.
Nel 2002 uscì The Rising, sette anni dopo The Ghost Of Tom Joad (un capolavoro, ma che ve lo dico a fare), il primo insieme alla E-Street Band dopo lo scioglimento del 1989. Un disco che parla di individui normali dalla cui forza si può ricostruire (My City Of Ruins su tutte) e di persone comuni che diventano eroi solo per aver fatto il loro dovere.
Questo è Bruce Springsteen. Da sempre, da quando si faceva chiamare Bad Scooter in Tenth Avenue Freeze Out.
I suoi testi parlano dei vari “John Smith” che dopo una giornata in fabbrica, indossano il loro cappellino degli Yankees e se ne vanno al bar insieme agli amici a parlare di quello che sarebbero potuti diventare, di autostrade da percorrere la notte, insieme alla propria donna, alla ricerca del Sogno Americano, di perdenti, di disillusioni, della voglia di riscatto, di condannati a morte, di vita. Vera. Quella che ha ognuno di noi con romantiche storie d’amore di contorno e un senso di ribellione urlato al mondo intero con la sua inconfondibile voce. Ha raccontato l’adolescenza quando era giovane e i dubbi e le sconfitte della crescita con sguardo lucido, senza mai un pregiudizio.

Bruce Springsteen è la verità.

Anche Bob Dylan lo è. E’ stato il primo vero, il primo puro, nonché, a livello di testi, il migliore di sempre.
Quindi perché il Boss e non il Menestrello di Duluth?
Perché sono un concertofilo.
Dylan è sempre stato un po’ figlio di puttana con i suoi fans. Basti pensare a quando al Newport Folk Festival del 1965 si presentò con la chitarra elettrica invece che con l’acustica e più che il pubblico lo fischiava e più che Bob si girava verso la band e gli diceva di suonare più forte. Come adesso (non dimentichiamo che Bob Dylan, anni settantuno, è in tour dal 1988) che pur di non far cantare gli spettatori si è riarrangiato ogni canzone, rendendole irriconoscibili (per me può fare quello che vuole. Se a novembre fosse venuto al Mandela e fosse stato zitto per due ore avrei pianto lo stesso).
Il Boss invece, ogni volta che sale su un palco, si strappa il cuore dal petto e lo dona per TRE ore filate ad ogni singolo spettatore presente.
Esatto tre ore. Perché nonostante i sessantatré anni, Bruce Springsteen fa ancora concerti di tre ore, andando dritto senza fermarsi neppure per bere un bicchere d’acqua, separando i pezzi con il leggendario “One, two, three, four”.
Quello che riesce a fare il Boss in tre ore è assolutamente surreale. Un pezzo elettrico è una festa condivisa alle altre 40mila persone che sono lì con te, che magicamente spariscono ogni volta che fa una ballad o un qualcosa di acustico. Quando suona l’armonica ci siete soltanto tu e lui.
Mi viene da ridere quando, parlando con i sordi o con i fasulli o con i mezzosangue o con gli incompetenti, mi dicono: “Sai Matte, sono stato a vedere Gianna Nannini. Vedessi che grinta…”. Provo solo tanta pietà.
Arriverà a giugno. Ho pronta la tenda perché andrò a dormire davanti allo stadio. Queste cose mi fanno sentire troppo negli anni sessanta.
Come ho scritto precedentemente, voglio averlo talmente vicino da farmi la doccia col suo sudore. Perché dimenticavo che la sicurezza ai concerti del Boss non fa assolutamente niente per sua richiesta. Il pubblico deve essere libero di aggrapparsi alle sue gambe e di toccare la Telecaster, così come dev’essere libero di scrivere un cartello con la canzone che vorrebbe ascoltare. Se a Bruce aggrada te la suona, anche se non è in scaletta. Ce ne sono altri nel mondo che lo fanno???

Adesso dovrei chiudere il post con una sua canzone.
La mia, sua, canzone preferita. Già, ma quale è?
Ne metterò due, una rock e una ballad.
Una rock e una ballad?
BADLANDS e THUNDER ROAD cazzo!
In più i dodici minuti dell’intervallo del Superbowl, per farvi capire che quello che  è riuscito a fare Bruce Springsteen in DODICI MINUTI  non riesce a farlo nessuno! Nessuno!
Ve l’avevo detto no, che non so scegliere..

Talk about a dream; try to make it real.
You wake up in the night with a fear so real.
You spend your life waiting for a moment that just don’t come.
Well don’t waste your time waiting

 [youtube http://www.youtube.com/watch?v=U0ExmL4LzCk&w=560&h=315]

Se non vi vengono gli occhi lucidi con questa versione di Thunder Road è perché siete sordi. O perché dovete ripulirvi il cervello dalla merda indie rock.

And in the lonely cool before dawn
You hear their engines roaring on
But when you get to the porch they’re gone
On the wind, so Mary climb in
It’s a town full of losers
And I’m pulling out of here to win.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=PYPSZiE0OAs&w=420&h=315]

Superbowl 2009 Halftime Show

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=R06FMoT-hkk&w=560&h=315]

‘You’ve just seen…the heart-stopping, pants-dropping, house-rocking, earth-quaking, booty-shaking, Viagra-taking, love-making –Le-gen-dary E – Street – Band!”

Ricordatevi che mentre qualcuna di voi sta entrando in questo blog, io starò entrando dentro qualcuna di voi.

Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato
Nonostante tutto,
Matte continua ad odiarvi.

Cheers…

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