Saturno contro

Matte vi odia tutti.
A prescindere che voi siate uomini, donne o bambini.
Matte vi odia.

Avete presente l’intro prima di ogni puntata di Ken Il Guerriero.
Siamo alla fine del XX secolo. Il mondo intero è sconvolto dalle esplosioni atomiche. Sulla faccia della terra, gli oceani erano scomparsi, e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti. Tuttavia, la razza umana era sopravvissuta“.
Ecco, se oggi fossimo in quella situazione e ci fosse un posto dove regalerebbero il pane ed altre cose da mangiare, sono sicuro che ci sarebbe molta meno gente in fila di quella che ho visto stamani.

Procediamo con ordine.

Flashback
: “Matteo, visto che in queste settimane sei a casa senza fare una sega, il 9 mattina ti svegli presto e vai all’apertura di Saturn (il negozio di elettrodomestici dentro l’area San Donato in Via Di Novoli ndr) e guardi quanto costa la televisione da sessanta pollici. Se costa meno di quanto l’abbiamo vista l’ultima volta, la compri!”.
Questo tormentone invernale mi è stato ripetuto fino allo sfinimento da me pa’ e me ma’ per circa una decina di giorni. Un vero bombardamento, una guerra psicologica con tanto di Cavalcata delle Valchirie in sottofondo.
“Non rompete le palle. E poi babbo scusa, sono quasi due settimane che vai a lavorare in macchina invece che in motorino perché fa freddo, mi vorresti dire che per un televisore merdoso tu prenderesti quella bordata di ghiaccio alle sette di mattina?”

TODAY
: Ore 8.00.
Sto dormendo spaparanzato sul letto quando l’anima candida della famiglia spalanca brutalmente la porta di camera mia.
“Matteo, svegliati. Devi andare da Saturn che il babbo ha lasciato la macchina ed è andato a lavorare in motorino”.
“-Bestemmia- Ma come??” (credo, la bocca era talmente impastata che non mi ricordo di preciso quali sono state le parole esatte).
“Dai, forza, fai veloce che sennò tu trovi gente!”
La Marti scende le scale e va in cucina mentre, con le prime forze della giornata, sparo un altro moccolo e la seguo. Mi prendo e mi mangio il mio yogurtino dal frigo e, dopo averla salutata, me ne vado in bagno. Lascio scorrere l’acqua per un po’, intanto mi lavo i denti. L’acqua calda non viene.
Bestemmia.
Aspetto.
Niente.
Mi faccio coraggio, tiro un respiro e con i meno due gradi del bagno e i meno dieci dell’acqua, mi lavo il viso. Le cispe fanno fatica a scrostarsi dagli angoli degli occhi da quanto si erano congelate.
Fanculo.
Mi metto gli occhiali da sole, mi bardo ed esco.
Sono le 8.17. Dentro la Smart la temperatura non è delle migliori, ci vuole un po’ prima che il riscaldamento mi faccia almeno togliere il cappello. Arrivo a destinazione alle ore 8.36 rispettando i canonici venti minuti fiorentini per percorrere distanze inferiori ai cinque chilometri. Salgo le scale dal parcheggio e davanti a me si staglia questa scena raccapricciante. Rimango allibito, spalanco gli occhi e finalmente mi si scrostano le cispe. Non è possibile. Non siamo né a Gardaland né a Mirabilandia, non ci sono né l’iSpeed né il Magic Mountain, eppure c’è una fila di persone che, in proporzione, non avevo mai visto neppure in anni di concerti a giro per l’Italia.
Penso: “Non è possibile”.
Invece è possibile eccome. Sono tutti felici davanti a me. Sembrano usciti dalla famiglia del cazzo di Mulino Bianco. Sono eccitati a mille. Parlano, scherzano, non sentono neppure il freddo.
Do un’occhiata all’interno del negozio e ci sono diverse persone dentro.
Ri-penso: “Aaaaaah, visto che qui fuori c’è il mondo hanno aperto prima”.
Do un’altra occhiata e mi accorgo che tutte le persone che ci sono all’interno sono o commessi (facili da riconoscere perché hanno il giubbottino arancione con il logo sulla schiena) o capoccia e presunti tali.
Bestemmia.
Ri-ri-penso: “E ora che cazzo faccio? Se torno a casa senza essere entrato scoppiano le guerre puniche. Dato che da un po’ la situazione domestica è piuttosto pacifica perché devo per l’ennesima volta strappare l’armistizio? Sono anni che aspettano il là per buttarmi fuori di casa…”
Decido: resto.
Mentre sto aspettando di entrare, il vento freddo mi entra dappertutto. Mi sento il naso rosso come Sbirulino e decido di tentennare da una parte all’altra seguendo la musica dell’iPhone, sparata a duemila, come se mi stessi pisciando addosso. Finalmente arriva il segnale dall’interno. Con un cenno di intesa tra uno degli pseudo capoccia ed un vigilante all’entrata, le porte scorrevoli si spalancano. Coloro che, probabilmente, erano lì fuori con la tenda si lanciano come razzi all’interno del Saturn.
La prima quindicina sono:

  • 6 studenti universitari non più di primo pelo, che ormai avranno dimenticato le parole del vice-ministro Martone.
  • 3 kebabbari dalle mani ancora sporche di Tzatziki.
  • 2 charlie senza AK47.
  • 4 over settanta che per una mattina sono riusciti a fare a meno di Federica Panicucci e Paolo Del Debbio.

Iniziano, letteralmente, a correre dentro il negozio per arraffare con ingordigia tutti i prodotti che avevano visto a sconto sul volantino. Li guardo, sempre più dondolante e sempre più infreddolito. Ho il paracollo che mi copre tutta la faccia, lasciandomi scoperti soltanto gli occhi. Sembro un tifoso che cerca di entrare allo stadio nonostante il Daspo.
Penso: “La razza umana si dovrebbe veramente estinguere”.
Vorrei esclamarlo ad alta voce ma non posso perché in quel momento anche io sono come loro. L’iPhone mi passa State Of Love And Trust. Comincio a gasarmi, così tanto che non mi accorgo che il tipo davanti a me ha fatto la bellezza di quattro passi in avanti. Mentre allungo la gamba per fare il primo, ecco che dalla destra entra un’essere di sesso femminile con prole al seguito e si mette tra me ed il tipo.
Ri-penso: “Vabbé, chissenefrega, tanto dove crede di andare?”
Ma mentre penso, l’essere comincia a gesticolare e a parlare con un tono di voce particolarmente alto, così alto che sentivo più lei del Benzinaio in cuffia. Aveva fatto la furba saltando tutta la fila e gesticolava come una direttrice d’orchestra. Se è vero che due indizi fanno una prova, era il prototipo della meridionale. Mi sfilo un auricolare e ascolto meglio il suo accento. Confermo, era meridionale. Chissà, forse in agitazione per l’Etna. No, preoccupata per la carenza di risultati dei Boys di Walter Mazzarri.
“Scusi, pensa di essere più furba degli altri?” le chiedo battendole una mano sulla spalla per avere la sua attenzione.
Mi risponde qualcosa che non capisco. Do la colpa all’unico auricolare che mi è rimasto ben saldo nell’orecchio. Lo tolgo. Deduco che si stia riferendo alla temperatura e al bambino che stava rimbalzando dal freddo.
“Guardi, se fa freddo stia a casa. Rispetti la fila per favore”.
Dice ancora qualcosa, stavolta di totalmente incomprensibile. Dev’essere uno slang. Fiera del fatto che la sua lingua sia considerata dall’Unesco un patrimonio dell’umanità, continua il suo monologo.
“Oh, diahane, t’hai rotto i’cazzo! Ocche ti lei di hulo!”
Finalmente qualcuno che mi ricorda che siamo a Firenze. E’ il tizio dietro di me. L’essere prende il pargolo per la mano e, continuando a borbottare, se ne ritorna da dove è venuta.
“Questi terroni di merda diahane, non fanno un cazzo dalla mattina alla sera e rompAno i’cazzo la mattina alle 9. Io c’ho da andare a laOrare diahane!”.
Inequivocabile sciarpa viola al collo.
Mi rimetto le cuffie e aspetto di fare altri quattro passi.
I buttafuori fanno entrare una ventina di persone alla volta. Sembra di essere all’entrata del Tenax il venerdì sera. La gente comincia a spazientirsi. Si incominciano a sentire le prime lamentele e i primi malumori ma nessuno se la sente di fare il rompete le righe. Sì, sembra proprio di essere al Tenax. Finalmente, alle 9.37, riesco ad entrare.
Dentro mi accorgo che non sembra più di essere al Tenax. Sono al Tenax. Persone che si spingono, gente che si strappa di mano uno schifoso Acer portatile quando ce ne sono altri da poter prendere, c’è chi ha comprato la televisione, chi la Playstation3. Tutti hanno qualcosa in mano alla faccia della crisi (che ribadisco NON ESISTE!). Vado subito a vedere quanto costa questo maledetto sessanta pollici. Di più. Bestemmia. Posso tornare a casa. Bestemmia.
Prima di andarmene però, faccio una cosa che non dovevo assolutamente fare: mi fermo a guardare i vinili. I prezzi sono piuttosto bassi così inizio a vedere quello che c’è. Trovo Bringing It All Back Home e Highway 61 Revisited di Bob Dylan e Rockin’ Live From Italy 1993 del Boss. Non posso non comprarli. Li prendo tutti e tre e vado alla cassa. Ecco, se quello che avevo visto fino a quel momento mi era sembrato una bella pagina di teatro dell’assurdo, quando mi accorgo che quel capannello di persone che faceva tappo a metà negozio non erano altro che le persone in coda per pagare, mi sembra di essere dentro un film di David Lynch. Bestemmia. La cosa più semplice da fare sarebbe stata quella di rimettere a posto i dischi e di andare via. Facile per una persona normale ma non per un feticista. Non è da tutti i giorni trovare i due album di Bob a quel prezzo. Mi faccio ancora coraggio e mi rimetto in coda. Bestemmia. Da quanta gente c’è e nonostante il metro e novantacinque non riesco a vedere la faccia del/la cassiere/a.
Penso, guardandomi ai lati: “Di sicuro questi scorreranno più di me. -Bestemmia- Legge di Murphy di merda!”.
Invece mi sbagliavo perché se fuori facevo quattro passi ogni due minuti, dentro i passi sono uno soltanto. I minuti passano, la pazienza è già finita da mo’ e io sono sempre lì. Non dico al solito punto ma quasi.
Qui compio un autentico prodigio.
Sparo ventotto bestemmie consecutive.
Tutte diverse.
Un record.
Il tizio accanto a me se ne accorge e comincia a ridere.
“Amen” dice. Almeno dalla lettura delle labbra. Con la musica troppo alta non mi accorgo che le ventotto bestemmie non sono state sussurrate come pensavo, ma proprio dette a voce normale.
Prendo da uno scaffale il libro di Steve Jobs e comincio a leggerlo. Quando arrivo a pagina dodici ho davanti a me soltanto una persona. Appoggia un Sony Vaio portatile sul nastro e una stampante della Epson. La cassiera (donna) passa lo scanner sul codice a barre. Sulla cassa viene l’importo e il tipo la informa che avrebbe pagato con assegno.
“Guardi, mi dispiace ma qui alla cassa non accettiamo assegni. Dovrebbe andare al box dei finanziamenti”.
“Sta scherzando vero? Io ho fatto un’ora di fila”.
“Ha pienamente ragione ma non posso accettarlo. Mi dispiace ma sono le regole”.
“No, io devo pagare con assegno”.
“Mi dispiace ma non posso accettarlo”.
Questo botta e risposta si dilunga per dieci minuti, che io scandisco con almeno tre bestemmie al minuto. Sembra la barzelletta del cappuccino al bar. Non ce la faccio più. Vorrei uscire da lì dentro, prendere una spranga di ferro, rientrare e spaccare qualsiasi cosa è esposta sugli scaffali. Finalmente tocca a me. Pago e, strano ma vero, fila tutto liscio. Con i miei vinili sotto braccio finalmente me ne vado. Guardo l’orologio. Sono le 10.38.
Monto in macchina, rifaccio i canonici venti minuti fiorentini per percorrere distanze inferiori ai cinque chilometri ed entro in casa.
Mi tolgo le scarpe, mi lancio sul divano e appena accendo il decoder di Sky mi squilla l’iPhone. Mamma.
“Matte sono io, mi potresti venire a prendere che non mi gira più lo sterzo”.
“-Bestemmia- Ok, dimmi dove sei che arrivo subito”.
“In Viale Morgagni”.
“-Bestemmia- C’ero fino a venti minuti fa -bestemmia-“.
“Forza fai veloce che arrivo tardi a lavorare”.
Soffio più di un geyser islandese. Mi rimetto le scarpe, il giubbotto, prendo le chiavi e parto. Faccio per la terza volta i canonici venti minuti fiorentini per percorrere distanze inferiori ai cinque chilometri tirando almeno cinque bestemmie al chilometro. Raccatto mia mamma e la accompagno a lavorare. Dato che da Novoli all’Isolotto i chilometri sono più di cinque, i minuti diventano quaranta, sempre per cinque bestemmie al chilometro, ringraziando anche TUTTI i semafori rossi presi durante la tratta.
Alla fine mia mamma arriva sana e salva a lavoro. Io me ne torno a casa con la pupilla dilatata ed un istinto omicida ai livelli di John Wayne Gacy.
L’unica cosa che posso fare per scaricare la tensione è andare a cagare. Prendo l’iPhone per fare un giochino e non ho più batteria. Bestemmia. Alzo gli occhi al cielo, maledicendomi di non averlo messo in carica durante la notte. Non c’è mai pace. L’unica gioia di questa mattinata è la cagata che sto facendo. Quando decido di pulirmi mi accorgo che è finita la carta igienica. Bestemmia. Non ho il coraggio di farlo con il dito, quindi a brache calate, a chiappe al vento e in una posizione difficile da spiegare, apro la porta del bagno e vado nel bagno dei miei a finire l’opera. Mi metterei a piangere. Mi strapperei i capelli se solo li avessi. Rientro in camera a testa bassa quando….
Penso: “Ecco la gioia della mattinata! I vinili!”
Scendo in salotto, prendo la busta di plastica di Saturn e ritorno in camera. Sfilo il primo, a caso, è quello del Boss. Favoloso, due dischi…
No, non è possibile. Ce n’è solo uno!
Bestemmia.

La mia mattinata in cifre:

  • Minuti passati in auto: 119.
  • Minuti passati in piedi: 122.
  • Minuti passati sul cesso: 14
  • Resti di rotoli senza carta igienica nel mio bagno: 3
  • Semafori rossi presi: TUTTI da via di Novoli a Via dei Bassi.
  • Vinili comprati: 3.
  • Dischi effettivi: 3 (un vinile però era un doppio live).
  • Batteria dell’iPhone consumata: dal 68% allo 0%.
  • Canzoni ascoltate: 107 su 401 in libreria.
  • Tweet inviati: 6.
  • Bestemmie ufficiali tirate: 127 (124 mie + 3 diahane di quello dietro)
  • Bestemmie ufficiose tirate: 375 (372 mie + i soliti 3 diahane)
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=o7B6GKc00Yw&w=420&h=315]
Ricordatevi che mentre qualcuna di voi sta entrando in questo blog, io starò entrando dentro qualcuna di voi.

Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato
Nonostante tutto,
Matte continua ad odiarvi.

Cheers…

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