Django Unchained

Matte vi odia tutti.
A prescindere che voi siate uomini, donne o bambini.
Matte vi odia.

L’uscita di un film di Quentin Tarantino per me equivale alla serata del Superbowl per gli americani. Non esistono piani B né alternative. Tutto quello che devo fare, e che faccio, è comprare il biglietto, mettermi seduto e “connettermi” allo schermo. La sala è stracolma di gente. Sembra di essere alla Scala alla prima della Bohème. Nonostante la ressa ho un posto alto e leggermente defilato sulla sinistra. E’sempre vantaggioso andare al cinema da solo. Accanto a me due coppie che si sbaciucchiano durante tutti i venti minuti di trailer e di pubblicità (non vedo l’ora che esca Flight. Dopo Lost vedere un disastro aereo mi rende felice e Gimme Shelter in sottofondo mi ha proprio mandato in botta ndr). Li guardo con la coda dell’occhio mentre loro mi guardano male ogni volta che si illumina il monitor dell’iPhone. Non possono sapere che l’onlus lavora 24oresu24, 7giornisu7. Lo sapete cosa penso del cinema. Per me andare al cinema non è solo andare al cinema. E’ un qualcosa di magico nonché l’unico posto fuori camera mia dove mi sento veramente a casa.
Avevo molte aspettative verso Django Unchained. Non quante Batman o meglio, quante Batman ma senza quell’eccitazione da film porno data la delusione del capitolo conclusivo del Cavaliere Oscuro versione Christopher Nolan (ps. l’ho rivisto e mi ha fatto ancora più cagare della prima volta ndr). In più, mi sentivo tradito dal “mio” Quentin dopo gli ultimi due film. Ho odiato così tanto A Prova Di Morte da addormentarmi in sala e da non avere avuto più la forza di rivederlo per finirlo. Discorso simile per Bastardi Senza Gloria. Ho sentito molte persone parlare di capolavoro ma io l’ho trovato eccessivamente lungo, inquietantemente palloso e senza senso e ho provato pure un certo fastidio nel vedere Brad Pitt con quella mascella di corleoniana memoria. Il tarlo che l’ascesa di Tarantino fosse finita con Kill Bill, lasciando spazio ad un lento ed inesorabile declino stava sempre più prendendo spazio nella stima che avevo verso colui che, insieme a Cameron Crowe e a Martin Scorsese, considero il mio regista preferito. In fondo era anche plausibile come cosa. Le Iene, Pulp Fiction e Kill Bill (Jackie Brown lo metto un gradino sotto ma comunque resta un film immenso) sono dei capolavori assoluti ed era pressoché impossibile restare su quei livelli. Però mi sembrava assurdo che dopo degli alti così alti ci fossero stati dei bassi così bassi. Tarantino è questo. O lo ami o lo odi. Non esistono vie di mezzo. Proprio come me.
Le luci si spengono e si comincia. Bene. Troppo bene. La musica dei titoli di testa è la stessa della versione originale del 1966. Mentre mi brillano gli occhi per l’emozione leggo “con l’amichevole partecipazione di Franco Nero” e rischio subito l’ischemia dopo neppure due minuti e senza aver visto una pistola sparare. Per chi non lo sapesse, Django è stato uno dei punti di riferimento del filone spaghetti-western degli anni sessanta-settanta ed è uno dei film preferiti di Tarantino, che già nelle Iene aveva pagato tributo con la scena dell’amputazione dell’orecchio del povero Marvin. La durata è di 165 minuti, otto in più di Bastardi Senza Gloria ma a differenza di quest’ultimo, scorre che è una bellezza. Sia da un punto di vista visivo sia, soprattutto, da quello narrativo. Ho sempre adorato il cinema western. Il sole che tramonta sul Gran Canyon, le cavalcate, le Colt e i Winchester, i duelli, Gary Cooper e Grace Kelly in Mezzogiorno di Fuoco. Per non parlare del Duca e degli occhi a fessura dell’immenso Clint. Giocare a Red Dead Redemption mi aveva fatto riscoprire quell’amore un po’ accantonato verso il genere americano per eccellenza. Guardando oggi i film western di cinquant’anni fa si capisce come mai siano caduti in rovina: sostanzialmente, ad eccezione di qualche rarissimo caso, sono tutti uguali! Django Unchained invece è, in perfetto stile tarantiniano, una roba mai vista. Già solo per il fatto di ascoltare musica rap durante una sparatoria. Nonostante anche in questo caso il tema principale del film sia la vendetta, devo ammettere però che mi fa strano vedere un film di Tarantino dalla trama lineare, senza nessun colpo di scena. Così come mi mancano tutti i vari riferimenti ai suoi film precedenti: i piedi, le Red Apple e la scena del bagagliaio (ovvio non poterla fare in un film ambientato nel 1859). Anche se ci sono molti rimandi al film originale del ’66 (i sei colpi della pistola, gli occhi cavati). I dialoghi sono sempre incredibili come la cura dei dettagli (la scena della birra ha fatto venire gola anche a me) e le situazioni surreali non si sprecano (un negriero ucciso in una piantagione di cotone, l’allenamento di Django col pupazzo di neve, i racchettoni ai piedi, lo pseudo Ku Klux Klan). Il sangue è eccessivo. Quando Django e Schulz ammazzano qualcuno sembra di vedere gli omini che fa esplodere Kenshiro durante il suo errare per il mondo, eppure non stona per niente. Anzi, vedere tutto quel sangue uscire ad ettolitri (giuro che non sto esagerando) è pure divertente. Perché è in linea perfetta con tutto il resto che vediamo sullo schermo. Inoltre è una netta contrapposizione verso i western degli anni sessanta: in quegli anni per non venire censurati ed essere vietati ai minori, il protagonista poteva pure sterminare un intero esercito ma non doveva apparire neppure una goccia di sangue.
I personaggi mi hanno convinto ma non tutti. Jamie Foxx è perfetto. Incazzato, orgoglioso delle sue cicatrici sulla schiena e pronto a qualsiasi cosa pur di riabbracciare la moglie. Nel contesto non fai neppure caso al fatto che uno schiavo sappia sparare con un fucile non di precisione ad un bersaglio in fuga su un cavallo. Dettagli. Non mi sarei immaginato un Django migliore. Pensare che la prima scelta doveva essere Will Smith e l’immagine di rivederlo con il cappello da una parte e l’aria da figo come in quel capolavorone chiamato Wild Wild West mi dava già ai nervi. Christoph Waltz, che fino a Bastardi Senza Gloria, nessuno sapeva chi fosse, invece non mi ha convinto molto. King Schulz mi sembra ricalcare un po’ troppo Hans Landa. Stesso umorismo “cretino”, stesse espressioni “beote” e ovviamente stesso accento tedesco. Inoltre, anche qui c’è sempre una parte dove parla un’altra lingua (in B.S.G. l’italiano, qui il tedesco). Con Hans Landa ha vinto l’Oscar, per Django Unchained ha ottenuto la nomination. Non credo che possa fare doppietta (quelle le faccio solo io…) ma resta il fatto che all’Academy questa tipologia di personaggio piace. Non vorrei che fosse contagiato dal “morbo di Johnny Depp” ovvero: bravissimo nel fare solo un tipo di personaggio e fare soltanto quel tipo di personaggio (pps. con The Lone Ranger il buon Johnny è al suo ottocentesimo ruolo grottesco. Ci avresti anche un pochino rotto il caxxo!! ndr). Su Leonardo DiCaprio non sapevo che pensare. Cioè all’inizio mi sembrava fuori luogo. Scurirgli i denti e mettergli quella barbetta tipo Matte di un paio d’anni fa era un po’ poco per renderlo credibile come negriero. Passano gli anni ma Leo mi sembra sempre un ragazzino. Tipo Gianni Morandi. Magari si dividono il cestino della merenda a base di merda. Poi, di punto in bianco acquista intensità, sclera e in un secondo recupera tutta la credibilità. Ogni volta che guardo un film con DiCaprio mi chiedo: se fosse stato brutto, non avesse fatto inumidire le passerine e non avesse recitato in Titanic, quanti Oscar avrebbe già vinto? Secondo me almeno due. Io lo adoro! Ma il vero “personaggio” di tutto il film è Samuel L. Jackson. Ecco, il suo Steven è l’emblema del mondo di Tarantino: un negro servile verso il padrone bianco ma razzista e sospettoso nei confronti dei negri. Assurdo no? Ovviamente Quentin appare in un cameo come Michael Parks che ha sempre il cappello in testa ma non fa lo sceriffo. Il  colpo al cuore l’ho avuto quando è apparso Tom Wopat che per chi non lo sapesse è Luke di Hazzard e la musica della scena finale mi ha veramente commosso. Chi la visto sa perché.
In conclusione, Quentin è tornato ed è tornato alla sua maniera. Con un film che sicuramente tornerò a rivedere, non in un multisala ma in un cinema “classico”, per godermelo forse di più. D’altra parte, per me, l’amore verso i film di Tarantino scoppia sempre con la seconda visione. Il 2013 è iniziato da soli 18 giorni ma ho già una mezza idea di quale possa essere il film dell’anno. Però, ancora devo decidere qual’era quello del 2012…

VOTO: 8,5

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Ricordatevi che mentre qualcuna di voi starà entrando dentro questo blog, io starò entrando dentro qualcuna di voi.

Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato

Nonostante tutto,
Matte continua ad odiarvi.

Cheers…

1 comment
  • Concordo quasi su tutto, a me è piaciuto anche Schulz, diciamo che a me è piaciuto tutto..Una bomba di film alla vecchia maniera. Occhio che c’è un refuso a fine del penultimo paragrafo!

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