NYC Story: Holcombe Rucker Park

Eccolo. Il post che tutti i miei amici cestisti stavano aspettando.

Se il Madison Square Garden è il Palazzetto per eccellenza, il Rucker Park è il Madison Square Garden dei playground non solo d’America, ma di tutto il mondo. Si sono lette storie, leggende e aneddoti sugli innumerevoli talenti che ci hanno giocato. Molti sono diventati professionisti (Kareem, Wilt Chamberlain, Rafer Alston, Doctor J, Chris Mullin), ma la maggior parte non è riuscita a sfondare per una serie X di motivi: Sylvester Blye, Pee Wee Kirkland, Jumpin’ Jackie Jackson ed ovviamente “The G.o.a.t.” Earl Manigault (g.o.a.t.=greatest of all time).
Così, dato che al Garden non ci andrò perché è tutto sold out da almeno un mese, decido di prendere in prestito il pallone del bambino che vive sotto la mia camera per andare a fare due tiri ad Harlem, tra la 155ma e Frederick Douglas Boulevard.

Arrivo verso le 10.30 e su una metà campo ci sono alcuni ragazzi a giocare. L’altra invece è libera. Mi rigiro il cappellino tipo Stallone in Over The Top e tolgo il pallone dallo zaino.
Penso: “Boia, in questo momento sto camminando dove ha camminato Kareem”. Vorrei subito fare un gancio cielo, ma i ganci li fanno i pivot e io sono un playmaker. Mancato ma pur sempre un playmaker. Tutto ma non un pivot.
Logico che comincio a tirare da tre punti.
Sdeng.
Sdeng.
Sdeng.
Sdeng.
Sdeng.
Mh, non male come inizio.
Penso: “Magari non è il caso tirare da tre punti dopo due anni di divano e di panini del chimico”.
Anche perché rincorrere il pallone da una parte all’altra mi ha quasi già pezzato le ascelle.
Vado in lunetta e guardo quanto riesco a fare.
8/10.
Vabbé dai. Era impossibile fare peggio che da dietro l’arco.
newyork_newyorkcity_rucker_662834_oMentre sto iniziando la seconda serie di tiri liberi si avvicina uno dei ragazzi dell’altra metà campo e borbotta qualcosa. Lo deve ripetere tre volte perché non lo capisco. Non parlava in inglese e nemmeno in slang. Era lo slang dello slang. Alla fine ce la faccio, non perché riesco a comprendere le sue parole, ma mi rendo conto che gli manca una persona per fare un quattro contro quattro. Dentro di me era quello che volevo così accetto senza indugi. Mi tolgo il cappellino per sembrare meno ridicolo di quanto non lo sarei stato dopo neppure due azioni e mi sfilo la felpa restando in pantaloni della tuta e con la maglietta di Lost. Uno di loro a guardare il logo del progetto Dharma che ho stampato davanti sorride. Sorridono anche quando si accorgono che ai piedi ho le Blazer.
Il tipo che mi ha chiesto di giocare mi chiede in uno slang più comprensibile come gioco.
Vorrei dirgli che sono un playmaker, ma poi vedo palleggiare un ragazzo sotto le gambe, dietro la schiena e tra un po’ anche nel mezzo ai testicoli e preferisco dire che sono, ero, un’ala.
Li guardo tutti e sette. Avranno dai 20 ai 25 anni. La maggior parte di loro indossa un modello di Air Jordan, il che mi riporta a quando avevo 14 anni e credevo che erano le scarpe a fare il giocatore. Più erano care e più che chi le portava doveva di sicuro essere bravo.
Si arriva ad 11.
I canestri da due valgono uno e quelli da tre valgono due.
Vengono fatte le squadre.
Vorrei proporre un chiari contro scuri per riconoscerci meglio ma ho paura del misunderstanding.
Già sono un bianco ad Harlem, non voglio abusare della loro ospitalità.

Uno dei miei tira da tre punti per la palla.
Sdeng.
Palla agli avversari.
Si comincia.
CaXXo, mi sento come Woody Harrelson in Chi Non Salta Bianco E’.
Loro sbagliano, uno dei nostri prende il rimbalzo e attacchiamo.
Canestro, canestro, canestro. 3-0 noi.
Per i primi tre attacchi giro a vuoto come un turista giapponese in Piazza Signoria. Mi mancava soltanto la macchina fotografica. Nessuno difende e sono sempre smarcato, ma lo “schema” adottato dal mio team è il seguente: un passaggio obbligatorio e poi chi prende la palla va dentro uno contro 4. Nel guardarli mi rendo conto che escluso l’atletismo sembrano abbastanza imbranati. Come Shaquille O’Neal in Basta Vincere: “E’ solo rozzo, nessuno l’ha mai allenato”.
Tanti versi, tanti urli, tanti ma tanti palleggi, ma in sostanza poca roba. Praticamente sono il prototipo dei miei giocatori ideali. Per questo mi esalto nel guardarli quando si palleggiano la palla tra le gambe per circa seicento volte e alla fine sono sempre lì, nello stesso punto dove hanno fatto il primo.
Abbozzo un taglio in post e mi fermo sulle tacche un secondo per poi uscire in angolo.
No.
Anche qui no.
In quel merdoso secondo fermo sulle tacche mi arriva il pallone.
In post.
Il mio odiato post.
Chiudo gli occhi e dentro di me lascio partire una sequela di bestemmie da far contento sia il sommo Germano sia il magico Lugaresi di Cesenatico.
E ora?
E’ vero che questo blog è letto prevalentemente dai miei ex compagni di squadra e da persone che giocano o che hanno giocato a pallacanestro, ma prima di andare avanti mi sento in obbligo di spiegare perché sono così ostile verso il post basso: ho giocato a pallacanestro per quasi quindici anni e complice l’altezza e la stazza mi sono spesso ritrovato a giocare da 4 o addirittura da 5. Di conseguenza, come prevedono questi due ruoli, a giocare spalle a canestro. Cosa che ho sempre ripudiato con tutto me stesso, diventando una vera e propria croce per gli allenatori che hanno dovuto sopportare il mio ciondolare durante allenamenti e partite, dato che ad ogni occasione prendevo e uscivo fuori sui tre punti o mi allontanavo in angolo per essere fronte a canestro. Per giocare in post basso devi, come cosa fondamentale, sentire il contatto con il difensore per muoverti di conseguenza. Ecco, il mio più grosso limite è stato sempre quello. Io il contatto con il difensore non l’ho mai sentito. Ogni volta che ricevevo la palla facevo sempre e solo una cosa, indipendentemente se venivo mandato sul centro o sul fondo. Inoltre per la mia concezione estetica e tecnica della sport in generale, ho sempre visto gli interni, tranne Pat Ewing e Hakeem The Dream, come degli zappatori antiestetici e figuriamoci se un esteta come me voleva apparire in quel modo.
Non importa fare o non fare canestro. Quello che importa è venire bene in foto.

Con la palla in mano penso a quali possono essere le opzioni:

  1. Fadeaway
  2. Attaccare sul centro
  3. Aspettare il taglio di qualcuno per passargli la palla
  4. Ributtare la palla fuori ed uscire in angolo come volevo fare in partenza

Opzione 3 e 4 vengono scartate a priori. Ho la palla in mano e chissà quando mi ricapiterà e poi i miei tre compagni di squadra si sono tutti allargati per farmi giocare in uno contro uno come prevede lo schema. L’opzione 2 fa la stessa fine delle altre. Non gioco da due anni, ho una ciambella intorno alla vita che sembra quella di salvataggio, due vesciche sotto i piedi che sembrano squarci da abituale consumatore di Krokodile, non sono mai stato veloce quando mi allenavo e non oso immaginare come sono adesso e ho ancora il residuo del quarter pounder cheese menu nell’intestino che mi sono mangiato a cena.
Resta solo una cosa da fare.
Un mio ex allenatore una volta mi disse che quando un giocatore alla prima azione ha la palla in mano fa sempre la cosa che sa fare meglio. Sinceramente dopo quindici anni non ho mai capito quale fosse la cosa che so fare meglio. Se il fadeaway o se tirare da 3 punti. Visti i precedenti tiri da 3 magari con il fadeaway ho più fortuna.
Faccio due palleggi di sinistro sul centro, un paio di finte di testa e mi giro sul fondo buttandomi all’indietro. Il difensore allunga il braccio e salta per stopparmi. Il pallone mi esce dalla mano perfetto. Nonostante i due anni di inattività sono sempre stilisticamente impeccabile.
Airball.
Corto di almeno un metro.
La mia reazione nel vedere la palla finire nelle mani di uno degli avversari senza neppure saltare per prendere il rimbalzo è la stessa di sempre: scuoto la testa, mi offendo, bestemmio e comincio a ciondolare.
Passano gli anni, cambiano gli scenari ma rimango lo stesso.

Uno degli avversari inizia a fare canestro. Ne fa sei in fila e ci ritroviamo sotto.
Io sto continuando a ciondolare. Il ragazzo che devo marcare fa un gran casino ma appena riceve il pallone lo passa subito al suo fromboliere. Il go-to-guy ne fa un altro. 7-3 loro. Così rischiando il tutto per tutto vado dal suo difensore e gli chiedo di cambiare la marcatura. Ha fatto sette canestri in fila, ma li ha fatti tutti uguali:
palleggio di destro,
palleggio di destro,
palleggio di destro,
sottogamba,
sottogamba,
sottogamba,
palleggio di destro,
accelerazione,
terzo tempo di destro,
canestro.
Appena riceve la palla mi metto in posizione per non concedergli la destra. Infatti palleggiando di sinistro sembra rucker-parkfocomelico. In un attimo cambia mano e accelera e nonostante gli stessi negando la destra mi va via, ma da buon disonesto italiano mafioso gli sporco da dietro il pallone che finisce nelle mani di uno dei nostri.
Finalmente attacchiamo di nuovo.
Dato che lo schema prevede un passaggio e un tiro, ricevo la palla dopo il primo passaggio fuori dai tre punti. Palleggiano tutti così comincio a palleggiare anche io e mentre palleggio mi viene in mente una cosa: un giocatore atleticamente superiore quando difende pensa solo a stoppare. Poi qui dove non difende nessuno. Ripenso alle grida del Trucio quando dovevamo attaccare la zona: “LE FINTEEEEEE! LE FINTEEEEEEE!” e ai WhatsApp con i miei amici: “quando vai al Rucker non azzardarti a tirare! Passa solo la palla!“.
Faccio due palleggi di sinistro sul centro ad una velocità da pensionato in coda alla posta, arresto destro-sinistro, finta, difensore al bar, giro sul perno dorsale, salto per tirare, aiuto del difensore, scarico al compagno libero, canestro. 7-4.
L’ho sempre detto di essere un playmaker.
Il compagno a cui ho passato la palla mi da il cinque col pugno. Good job Man!
Ecco, con lui troviamo un’intesa perfetta alla Stockton to Malone.
Facciamo sempre la stessa cosa: io palleggio, lui finta di uscire sui tre punti, backdoor, passaggio e canestro. Facile, facile. I coglioni continuano ad abboccare alla sua finta e io continuo a passargli la palla. Con questo giochino da minibasket ci ritroviamo in vantaggio 8-7. Continuo a passargli la palla fino a quando non mi capita un tiro dalla lunetta. Il ferro assorbe e ed appena vedo lo Spalding scendere dalla retina, ho un principio di erezione che devo sopprimere sul nascere strizzandomi il membro.
9-7.
Non ciondolo più.
Parte integrante del mio carattere cestistico. Se i primi due tiri entravano ero il giocatore più forte, immarcabile e dominante del mondo, 23 compreso. Quando invece uscivano mi sentivo più scarso e mongolo di Shawn Bradley.
Gli ultimi due canestri sono su altri due miei assist. Dopo anni di estenuanti ricerche, finalmente qualcuno che ha capito che sono un playmaker.
Vinciamo 11-7.
Loro non hanno più attaccato dopo l’ultimo canestro del go-to-guy che viene subito a darmi il cinque nonostante giocasse nella squadra avversaria. Aspetto che qualcuno mi chiami White Chocolate, ma tutti si mettono a sedere sulla tribuna.
Terminato l’agonismo sento qualcosa che non va sotto i piedi.
Mi tolgo le scarpe ed i calzini e i due squarci stanno sanguinando come una vagina durante quei giorni.
Mi esce un moccolo abbastanza ignorante. E’ vero che ho vinto ma devo tornare da Harlem fino al Queens, porca puttana!
I ragazzi ritornano sul campo a tirare. Uno dei miei mi chiede se voglio fare un’altra partita, ma gli faccio vedere i piedi e lui scappa terrorizzato. Mi rimetto le scarpe e me ne vado, dando il cinque a tutti e mentre sto camminando sui talloni in direzione metropolitana aumento il passo per paura di prendere una coltellata da qualcuno degli sconfitti.
Sono sempre un bianco ad Harlem.
E poi lo sapete che vado avanti a luoghi comuni.

Questo è quanto.
Ovviamente il tutto è stato romanzato sennò che scrittore sarei.
Se devo essere onesto mi aspettavo molto di più.
Non sono mai stato ne un fenomeno ne un cancro però non credevo di andare al Rucker Park dopo due anni di inattività e fare Jason Williams. Pensavo (e speravo) di incontrare qualche tossico che non è stato scelto da una franchigia NBA perché marcio fino al midollo. Mi aspettavo dei super freestylers, artisti dei passaggi no look alla Magic Johnson che prima nascondono e poi fanno riapparire la palla nei modi più assurdi possibili, o dei super schiacciatori alla Vince Carter versione All Star Game 2000, che dopo avermi posterizzato per un numero non precisato di azioni, mi avrebbero guardato negli occhi e detto: “Tornatene al campino della Manzoni, italian asshole“.
Niente di tutto ciò.
Magari i fenomeni bazzicano nel pomeriggio.
Può essere. O magari vanno a giocare da qualche altra parte e le storie che ho letto fanno parte del mito.
Tutto è possibile.
Resta il fatto che torno dal Garden dei playground con una vittoria.
E con le stigmate ai piedi.
Due scenari futuri quindi: o ricomincio a giocare o mi faccio prete.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=Vj4WtyoSwwI&w=420&h=315]

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