Il Povero Gatsby

Matte vi odia tutti.
A prescindere che voi siate uomini, donne o bambini.
Matte vi odia.

Il Grande Gatsby

La seguente recensione contiene spoiler sulla trama e sul finale. Proseguite la lettura solo se avete letto il libro o se avete già visto il film. Poi oh, fate come caXXo vi pare. Io vi ho avvisato. Non venite a dirmi che sono stronzo…

Camminavo tranquillo e spensierato per New York e la mia tranquillità e la mia spensieratezza venivano “turbate” dalle locandine di The Great Gatsby. Sembrava una persecuzione. Erano ovunque. Lungo le avenue, alle fermate della metro. Ce n’era (probabilmente c’è ancora) pure una gigantesca nel mezzo a Times Square con lo sguardo magnetico e malandrino di Leonardo DiCaprio ad ofuscare le facce e le pose degli altri attori presenti accanto e sotto di lui.
Ero molto scettico sul Grande Gatsby. Il libro di Fitzgerald lo lessi un paio d’anni dopo non aver terminato il liceo e lo trovai di una pesantezza cosmica. Leggevo tre, quattro, pagine a sera e mi ci vollero non so quanti mesi per riuscire a finirlo. Gli intellettualoidi e i radical chic adesso avranno già storto il naso. L’ho letto soltanto perché è un classico. Non perché fosse il mio genere preferito. Dato che di solito i film che vengono fatti dai libri sono sempre peggiori dei romanzi (tranne qualche rarissimo caso), mi aspettavo un’incudine piovuta dal cielo direttamente sulla mia testa pelata e le palpebre più pesanti dell’incudine stessa. Poi però sulla locandina lessi il nome del regista e produttore: Baz Luhrmann. Alzai gli occhi al cielo e scossi la testa.
Non mi è mai piaciuto Baz Luhrmann. Da sempre. Romeo+Giulietta l’ho detestato talmente tanto da non aver avuto più il coraggio e la forza di rileggere la tragedia originale. Moulin Rouge è il classico film da phie (fie, inteso come fiche, per chi non riuscisse a leggerlo nel modo corretto). Australia, altra mastodontica cagata, mi ha fatto passare una settimana ad indossare i boxer perché gli slip non riuscivano a contenermi i testicoli da quanto quel “kolossal” me li aveva fatti lievitare.
Se invece avete amato le sue opere cinematografiche, allora alla fine di quegli interminabili 143 minuti uscirete dalla sala strasoddisfatti perché Il Grande Gatsby è un film fatto con lo stampino. Frasi tratte dal romanzo come in Romeo+Giulietta, ambientazione anni ’20 con musica contemporanea (rap per la precisione, messa sui piatti da un deejay. Un deejay vi rendete conto?!?) e uno scrittore che sfrutta gli eventi per scriverci un libro come in Moulin Rouge, esagerazioni su esagerazioni, inquadrature, palazzi, la reggia di Gatsby, macchine, sudore, alcolici, solo perché il budget che la Universal gli aveva messo a disposizione era, manco a dirlo, esagerato, abiti kitsch (il completo rosa che indossa DiCaprio verso l’epilogo è una delle cose più brutte che ho visto dai tempi di Episodio I – La Minaccia Fantasma) e il tralasciare i contenuti chiave della storia per rendere tutto un gigantesco circo visivo. Più che il film andava avanti e più che quel delirio di onnipotenza mi dava la sensazione che Baz Luhrmann fosse Jay Gatsby e viceversa.
E’ un ottimo regista, non lo metto in dubbio, ma il suo stile non mi piace per niente.
Così come non mi sono piaciute le interpretazioni degli attori.
Su Leonardo DiCaprio non c’è niente da dire, se non che è il nono film sui ventisette girati in cui muore. Da fighetto osannato dalle fighette è diventato, senza diritto di replica, il miglior attore della sua generazione. E’ talmente bravo che, come nella locandina, tende ad oscurare il resto del cast quando il cast non è alla sua altezza. La delusione più grande arriva da Carey Mulligan, considerata dagli “esperti” la nuova Audrey Hepburn. Un’attrice che nasconde tutte le sue lacune recitative dietro quei due occhioni marroni e quel sorrisino da ebete. Se di DiCaprio adoro il suo essere poliedrico e l’adattarsi a qualsiasi ruolo (Johnny Depp impara!), la Mulligan ha la stessa identica espressione in ogni suo film. All’inizio davo la colpa ai ruoli che le davano ma guardando quasi tutti i film che ha interpretato, mi sono reso conto che è non riesce ad avere un altro viso. Un misto tra stupefatto, romantico, sognatore e rincoglionito. Soprattutto rincoglionito. Altro punto a suo sfavore, l’essere sposata con il cantante dei Mumford and Sons ma questo è un altro discorso. A vedere la sua Daisy viene spontaneo domandarsi come mai Gatsby abbia dedicato tutto se stesso, arrivando alla morte, per riuscire a riavere la sua amata. Che cosa avrà poi amato di una donna del genere? E’ una svampita con una pettinatura indecente, piuttosto bruttina, antipatica come il peccato e con un carattere più sterile di una provetta per le urine. De gustibus. Tobey Maguire che mi aveva convinto tantissimo in Brothers, ritorna sulla falsariga del ruolo che lo ha lanciato (Peter Parker), un bonaccione non troppo sveglio dal cuore d’oro che si rivelerà essere l’unica persona veramente vicina al povero Gatsby. Il suo Nick Carraway è così anonimo che non ti accorgi della sua presenza neppure quando gli fanno un primo piano. Su Joel Edgerton non saprei proprio che dire. Vederlo passare dal ring di Warrior a quei baffetti a corna di lumaca mi ha non poco spiazzato. Alla fine però è lui il vero vincitore nonché la perfetta metafora di un film ambientato negli anni ’20 ma dalla trama fin troppo attuale.
Nonostante tutto quel delirio di onnipotenza, Il Grande Gatsby riesce pure a lasciare dei forti messaggi educativi:
– il primo, quello più evidente: mai fidarsi di una donna.
– il secondo ce lo lascia addirittura Daisy quando parla di sua figlia: “Sono contenta che sia una bambina. E spero che sia stupida: è la miglior cosa che una donna possa essere in questo mondo, una bella piccola stupida”. Fitzgerald scrisse questa frase quasi un secolo fa e dopo tutto quel tempo è ancora oggi parecchio, troppo, attuale.
– il terzo è la vita amorosa della famiglia Buchannan: puoi non aver mai amato ne essere innamorato, puoi tradire ed avere donne o uomini sparsi per la città come i marinai che hanno una donna in ogni porto, ma al momento di tirare le somme, di mettere un punto e di girare pagina per cambiare è difficile accettare, o peggio ancora non avere il coraggio di ammettere che la storia è finita. Nick Carraway dice che “non si replica il passato” ma è molto più sicuro avere una sicurezza e commettere un’altra volta gli stessi errori piuttosto che lanciarsi nel vuoto senza paracadute. Così scelse Daisy. Così hanno scelto la maggior parte delle persone che conosco e delle donne che ho frequentato.
In conclusione mi piacerebbe sentire il pensiero dello spirito di Francis Scott Fitzgerald come mi sarebbe piaciuto sentire lo spirito di William Shakespeare dopo aver visto Romeo+Giulietta. Classici trasformati in circo.
Baz, non credo che ti riserverebbero parole dolci…

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Ricordatevi che mentre qualcuna di voi starà entrando dentro questo blog, io starò entrando dentro qualcuna di voi.

Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato

Nonostante tutto,
Matte continua ad odiarvi.

Cheers…

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