Top 5: Quintetto romantico NBA

Matte vi odia tutti.
A prescindere che voi siate uomini, donne o bambini.
Matte vi odia.

Tra scambi e free agents e, soprattutto, per riprendermi dall’acquisto di Andrea-Mago-Mondomarcio-Bargnani da parte dei miei New York Knicks, ecco il mio quintetto romantico NBA di sempre.
Troppo facile mettere Jordan, Magic e Bird nella stessa squadra. Che poi li abbiamo già visti a Barcellona ’92. Il livello tecnico di questi cinque è sovrannaturale, quasi quanto quello del Dream Team originale, anche se difetta di cervello. A cosa serve il cervello quando hai tutto quel talento?

Playmaker: Jason Williams #55 – romanticamente parlando, White Chocolate per me è il giocatore più forte di tutti i tempi. Perché? Perché il solo pensare di fare un passaggio di gomito è da giocatore più forte di tutti i tempi. E il signorino non solo l’ha pensato, l’ha fatto al Rookie Game del 2000 ad Oakland. Lo vidi in diretta e rischiai l’ictus.

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Ma non è solo il passaggio di gomito. E’ l’atmosfera che si creava ogni volta che aveva il pallone tra le mani ed essendo un playmaker ce l’aveva spesso. A Sacramento lo amavano agli stessi livelli di quanto lo amo io. La sua maglia col numero 55 è stata per un periodo la più venduta di tutta America. Chiunque lo stesse guardando si aspettava la giocata da top 10 di Courtside Countdown: gli alley-oop alzati dalla sua area, gli assist no look per i compagni liberi che solo lui riusciva a vedere, il ball handling, le forzature quando bisognava giocare coi 24 secondi e i tiri da 3 punti in transizione senza nessuno a rimbalzo. Solo istinto e una continua battaglia contro gli allenatori che hanno cercato in tutti i modi di limitargli l’estro per farlo ragionare e di conseguenza snaturando il suo gioco. Un titolo vinto a Miami ma è in California che ha dato il meglio di se e per me White Chocolate è soltanto quello della Arco Arena. Follia. Follia assoluta. 

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Guardia: Allen Iverson #3 – se Michael Jordan è stato studiato dalla NASA sul perché un uomo riuscisse a stare in aria così tanto, The Answer è stato il primo ad andare il triplo rispetto agli altri e ad importare nella NBA il cosiddetto playground style. Uno scherzo della natura. Un nano di 1.83 scarsi capocannoniere NBA per 4 volte e che scavigliava gli avversari con un cambio di mano. Ha mandato più gente al bar lui che tutti gli happy hour di Formentera, 23 compreso. Poi quel soprannome: The Answer e il nome dato dalla Reebok alle sue scarpe: The Question. Il precursore di tutti i marrrrrocchini gangsta che ci sono oggi: i pantaloncini di tre taglie sopra, i tatuaggi, le treccine, la shooting sleeve. Lo hanno sempre visto come un giocatore egoista ed avevano ragione dato che è riuscito ad arrivare alle Finali NBA praticamente da solo, perdendo contro gli strafavoriti Lakers di Shaq e Kobe nonostante il miracolo di gara 1 e quel poster su Tyronn Lue all’overtime. Credo però che i vari Matt Geiger, Eric Snow ed Aaron McKie abbiano ancora la sua statua in casa come segno di riconoscenza.

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Ala piccola: Tracy McGrady #1 – il talento puro più puro di sempre e i 13 punti in 35 secondi contro San Antonio ne sono la riprova.

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Raramente ho visto un giocatore segnare con quella naturalezza. Con quell’espressione da narcolettico prossimo alla pennichella post abbuffata natalizia rendeva tutto così semplice. Sembrava quasi sfavato nel dover fare 40 tutte le sere. The Big Sleep. Così lo chiamavano. Negli anni di Orlando era veramente immancabile. Dovevano sparargli per fermarlo ma avrebbe segnato lo stesso. Cugino di Vince Carter (altro eroe che a malincuore ho dovuto tenere fuori da questa top 5) e una carriera purtroppo segnata dagli infortuni e, soprattutto dal non avere mai superato un primo turno di playoff fino a quest’anno, seppure nella fondamentale veste di agitatore di asciugamani. Dettagli. Nel 2010 quando ero in vacanza a NY lo mancai di una settimana. Penso che vederlo giocare dal vivo, anche se finito alle barbe, mi avrebbe cambiato per sempre. (ps. nonostante abbia giocato nella Grande Mela soltanto quattro mesi con risultati drammatici, la sua maglia a distanza di 3 anni resta introvabile). Cercatevi su YouTube la partita di beneficenza per le vittime dell’uragano Katrina dove si “sfida” contro l’Agent 0 (vabbé…..) in una serie di tiri da 3 da praticamente centrocampo.

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Ala grande: Rasheed Wallace #30 – l’unico modo per spiegare Sheed è guardare lo speciale di Federico Buffa andato in onda su Sky che trovate tranquillamente su YouTube e forse non basterebbe neppure. Tre cose però le devo dire: 1- ha preso più di 300 falli tecnici in carriera. 2- ha giocato per tutta la carriera con un solo modello di scarpe. 3- va a dormire con i calzini di spugna perché c’è sempre la possibilità di ricevere una telefonata in piena notte per giocare una partita. E ricordatevi che “ball don’t lie” e che “both teams played hard”. Un genio.

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Centro: Patrick Ewing #33 – non potevo non mettere il Capitano, il simbolo dei miei New York Knicks che negli anni ’90 duellava contro i Chicago Bulls del 23 versione 1.0 e mi si stringe il cuore sapere che nell’immagine collettiva il nome di Pat Ewing è legato al poster di MJ durante i playoff del 1992. Indimenticabili i cazzotti a Pippen, le gomitate ad Alonzo Mourning e le guerre contro i Pacers. Tecnicamente impeccabile, brutto come pochi e molto simile nei lineamenti all’Uomo di Cro Magnon, Ewing è uno dei tanti fenomeni che hanno avuto la sfortuna di giocare nel periodo sbagliato e di essere degli eterni secondi, un po’ come Giorgio Cagnotto e Toto Cotugno. Prima Jordan, poi Olajuwon, poi ancora  Jordan ed infine Duncan. 2 finali, una umiliato da The Dream nel ’94 (che tu sia maledetto John Starks!) e l’altra in tribuna per infortunio, e 2 finali perse con un massacro mediatico da parte della stampa newyorchese sul fatto di non essere mai decisivo nei momenti chiave (vedi il sottomano sbagliato contro Indiana in gara 7 dei playoff del ’95) . Io ci credevo in entrambe anche se non faccio testo. Credevo di vincere l’anello anche quando c’erano “Sexy” James ed Eddy Curry. Per me Pat è e sarà sempre il Capitano e vedere il 33 appeso sul soffitto del Garden è un’emozione che solo un tifoso Knicks può capire.

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Se volte scrivere il vostro c’è sempre quello spazio a fine post dove c’è scritto “commenti” che di solito resta sempre bianco. Ovviamente stiamo parlando di quintetto romantico, quindi niente Michael, Magic e Larry please. In teoria ce ne sarebbero altri ma ve li concedo.

Madison Square Garden

Ricordatevi che mentre qualcuna di voi starà entrando dentro questo blog, io starò entrando dentro qualcuna di voi.

Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato

Nonostante tutto,
Matte continua ad odiarvi.

Cheers…

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