Jobs

Dopo aver visto l’ultimo episodio del Cavaliere Oscuro, ho imparato a non avere più aspettative per nessun tipo di film. Neppure per quelli che aspettavo da quattro o più anni e che sarebbero stati dei capolavori assoluti a prescindere.
Ma quando in casa hai l’iMac, il MacBook Air, l’iPhone, l’iPad, svariati iPod, ti chiami iEllo (vabbé, c’è la A davanti ma la fonetica è la stessa) e vieni a conoscenza di un biopic su Steve Jobs, è abbastanza logico che tutto il discorso fatto in precedenza vada a puttane.
Steve Jobs.
Dopo il Boss, la persona extra famiglia più influente dei miei tortuosi 31 anni.
Il mio rapporto con il Mondo Mela nasce da lontano quando davvero la massa credeva che la Apple fosse una società di frutta (cit.) ed è nato per caso. Per odio più che altro. Odio verso un computer che ogni settimana dovevo riformattare. Così, da buon Diverso, decisi di cambiare. Ai tempi fu una scelta coraggiosa. Folle per usare il celebre lifestyle della casa di Cupertino. Se la Apple era una società di frutta, il Macintosh poteva benissimo essere un eroe scozzese che aveva combattuto al fianco di William Wallace.
“Veramente vuoi comprare il Mac? Lo sai che non si trovano i programmi?”.
“Perché devi fare sempre il bastian contrario e l’anticonformista? A cosa ti serve il Mac quando tutti hanno Windows?”.
Mi sentivo ripetere queste cantilene ogni volta che confessavo il desiderio di voler cambiare.
Andando avanti per la mia strada a testa bassa, fregandomene di tutto e di tutti, comprai il mio primo iMac. Quel giorno fu l’inizio di una splendente storia d’amore tra me ed un logo.
Sono passati tanti anni da quando attaccai quel computer fighissimo alla corrente e tante, troppe, cose sono cambiate.
Steve Jobs non c’è più ma ha fatto comunque in tempo a vedere il suo sogno diventare realtà.
Adesso la Apple la conoscono anche i muri, l’iPhone ce l’hanno anche i clochard alla stazione e coloro che storcevano il naso anni fa sono i primi a chiedermi quale computer della famiglia Apple dovrebbero comprare.
Non voglio parlare della politica aziendale Apple post Jobs. Sarebbe un discorso lungo e di una noia mortale. Così come non voglio incazzarmi nel ripensare al fatto che il mio curriculum non sia stato minimamente cagato durante la selezione del personale per l’Apple Store ai Gigli.
Parlerò soltanto (anche se c’è ben poco da dire) del film uscito ieri e della reazione che ho avuto quando sono scesi i titoli di coda, molto simile ad un’altra reazione che ho avuto il 17 settembre 1999.
Il film si può descrivere in una parola sola: brutto. O peggio ancora da televisione e neppure su uno dei sei canali principali della vecchia tv analogica. Roba da seconda serata su Italia7 e Canale10. Se proprio dovete andare a vederlo aspettate che sia gratis con la tessera della 3 (se ce l’avete sennò guardatelo in streaming). Anzi, evitatelo a priori e cercate il semisconosciuto I Pirati della Silicon Valley che in confronto sembra C’era Una Volta in America.
La cosa veramente inquietante è che sono state omesse delle parti fondamentali della vita di Steve. Vita che dopo la sua morte è conosciuta da chiunque. E’vero, il film dure circa due ore ed era impossibile metterci tutto. Allora perché non farlo ad esempio come Ray o come Alì di Michael Mann, concentrandosi su un preciso spazio temporale di una decina di anni con dei flashback sugli anni del college e sulla creazione degli Apple 1 e 2 nel garage di casa Jobs.
Il rapporto con Bill Gates viene solo accennato in una incazzosa telefonata di 10 secondi, così come il flop di NeXT. Dell’acquisto della Pixar manco l’ombra e non aspettatevi di vedere il discorso agli universitari di Stanford né il Macworld Conference & Expo del 2007 con la presentazione dell’iPhone perché il film finisce (o meglio inizia) nel 2001 con il primo iPod. Quindi niente neppure sulla malattia che se l’è portato via troppo presto (e che ha portato la Apple a fare le cagate che sta facendo oggi. Ops, mi è scappato….).
L’unico momento emozionante è stato sentire Boots of Spanish Leather di Bob Dylan.
Vabbé, che ve lo dico a fare….

E’ stata una delusione, piuttosto cocente, molto simile a quella del famoso 17 settembre 1999, la data di uscita di Episodio 1: La Minaccia Fantasma. Ovvero il punto più basso (e difficilmente raggiungibile) del mio pellegrinare nei cinema fiorentini. Quel giorno mi sentivo come Ivan Bogdanov. Mi ricordo che iniziai ad ululare e a ringhiare parolacce ed insulti contro lo schermo e contro George Lucas che a quei tempi consideravo un padre quanto Sylvester Stallone (che invece lo considero tutt’ora!). Avrei seriamente voluto lanciare un paio di molotov dentro il cinema Astra perché mi sentivo tradito da un’attesa lunga soltanto 16 merdosi anni. Ancora oggi quando sento o vedo Jar Jar Blinks mi viene l’istinto di scagliare contro il muro qualsiasi cosa ho tra le mani.
Stavolta non sono riuscito a controllare un amplificato “vaffanculo” che ha fatto voltare i presenti in sala appena le luci si sono riaccese.
In conclusione, come ho scritto prima, anche se siete malati come me del mondo Apple evitate in modo assoluto di spendere € 8.40 per una merda del genere. Piuttosto spendete una decina di Euro in più e compratevi la biografia ufficiale scritta da Walter Isaccson.
Sempre se sapete leggere…

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