Ultimate Warrior – Always believe

Warrior_raw_2014

Sapete che le storie “romantiche” mi fanno impazzire. Da sempre.
Fin da quando ero bambino e correvo per le scale di casa come il mio unico grande eroe.
“Vinci!! Vinci!!” mi ripetevo mentre salivo i gradini cercando di essere più veloce rispetto alla volta precedente proprio come dice Adriana a Rocky prima della “Rivincita del Secolo” contro Apollo Creed in Rocky 2.
Le mie preferite sono quelle calcistiche e LaRabona.net ne è la riprova ma è proprio lo sport in generale, a parte i soliti due o tre che proprio non riesco a tollerare, che riesce sempre e comunque a farmi emozionare.
La storia che sto per raccontarvi ha dell’incredibile.
Il protagonista si chiama James Hellwig, conosciuto da tutti come The Ultimate Warrior.
Sto parlando di wrestling per chi non l’avesse capito.
O sport entertainment come si fa chiamare oggi.
Ieri, a cinquantaquattro anni, l’Ultimo Guerriero se n’è andato.
Probabilmente alcuni di voi storceranno la bocca e penseranno le solite due cose che mi sono sempre sentito dire quando parlo di wrestling:
“Avrà preso le peggio bombe. E’ campato anche troppo!” oppure “Ma chi caXXo se ne frega. Tanto fanno solo finta!”.
Chi come me è nato agli inizi degli anni ’80 sa benissimo che il wrestling era qualcosa di epico e sono sicuro che ognuno di voi, adesso più o meno adulto, è rimasto senza parole dopo aver appreso da internet la notizia della morte del Guerriero.
Ultimate Warrior ha accompagnato la mia infanzia quanto le videocassette di Rocky e il Commodore 64. Sintonizzarsi su Italia1 il sabato pomeriggio per guardare la World Wrestling Federation era un appuntamento fisso. I miei genitori mi avevano comprato il ring e tutti i personaggi dal primo all’ultimo e passavo pomeriggi interi ad inventare incontri su incontri con in palio cinture più o meno reali.
E’ inutile dirvi che la finale era sempre tra Warrior ed Hulk Hogan così come è inutile dirvi chi facevo vincere proprio come quel 1 Aprile 1990 a Toronto nel main event di Wrestlemania 6.
Ancora ricordo quando Italia1 trasmise l’incontro, meravigliosamente commentato da “Coach” Dan Peterson.
Hogan si presentava come Campione del Mondo. Warrior come Campione Intercontinentale e per la prima volta il vincitore si sarebbe portato a casa entrambe le cinture. Warrior, nonostante fosse sfavorito dai pronostici, pure dal mio, anche perché l’Hulkster era il simbolo di quella WWF e raramente perdeva, riuscì a batterlo dopo venticinque minuti di “battaglia”. Alla fine fu proprio lo stesso Hogan a consegnargli la sua cintura in una sorta di passaggio di testimone.
Dato che è tutto scritto a tavolino (lo so anche io che credete! Comunque The Wrestler non lo vedrò mai e poi mai a prescindere!) l’idea di Vince McMahon, padrone della WWF, era proprio quella: trovare un sostituto di Hulk Hogan ed Ultimate Warrior aveva tutte le carte in regola per esserlo. In primis un fisico scolpito nella pietra ed un carisma magnetico. Le sue presenze però erano piuttosto sporadiche, specialmente qui da noi che non sempre potevamo ammirarlo i sabato pomeriggio ma quando i fan sentivano la prima nota della sua theme song e lo vedevano arrivare correndo come un pazzo con quello pseudo pipistrello dipinto sulla faccia, le frange alle braccia e alle ginocchia e quando sbatteva le corde prima di entrare sul ring deliravano. Io, seduto sul divano, mi alzavo di scatto in piedi ed iniziavo ad emulare le sue pose.
Ultimate Warrior diventò la nuova icona della WWF e proprio quando aveva il mondo ai suoi piedi iniziò un lento processo di autodistruzione interiore dovuto ad una stupida serie di deliri di onnipotenza.
A poche ore dall’incontro in coppia con Hogan a Summerslam ’91, Warrior chiese a McMahon diverse migliaia di dollari extra per salire sul ring altrimenti se ne sarebbe andato a casa. McMahon accettò ma appena il match fu finito lo licenziò senza pensarci due volte. Gli diede però un’altra occasione l’anno dopo, quando Warrior tornò a Wrestlemania VIII ad Indianapolis tra un delirio di fan che tutto si aspettavano tranne un suo ritorno.
Ma anche la seconda chance andò a puttane.
Sul ring era svogliato e i suoi limiti tecnici erano sempre più evidenti. I colleghi del backstage iniziarono a boicottarlo perché si erano stancati dei suoi atteggiamenti da prima donna. Warrior non voleva cambiarsi con loro ma esigeva uno spogliatoio personale, non parlava con nessuno e si rifiutava di viaggiare nel pullman della compagnia presentandosi agli house show con la sua macchina privata. Anche i fan iniziarono a voltargli le spalle delusi da questa “nuova” versione di quello che un tempo consideravano il loro idolo.
Ad un paio di settimane dalle Survivor Series, Ultimate Warrior fu nuovamente licenziato da Vince McMahon. Il motivo questa volta furono gli steroidi.
Rimasto senza impiego, James Hellwig nel 1993, in preda ad una follia simile a quella dell’Imperatore Kuzco, cambiò legalmente il suo nome in Warrior, il che la dice lunga sulla sua situazione cerebrale.
Nel 1995 McMahon provò a riportare il signor Warrior alla WWF. All’inizio il Guerriero declinò ma i due riuscirono a trovare un accordo: oltre al contratto, Warrior si sarebbe intascato una percentuale dovuta agli incassi del proprio merchandising.
Ritornò sul ring nel 1996. McMahon era convinto che, dopo tre anni e mezzo di assenza, i fan sarebbero impazziti nel vedere ancora una volta il loro idolo ma non fu così. L’incantesimo era ormai svanito. La maggior parte dei suoi tifosi era ormai cresciuta ed aveva smesso di seguire il wrestling. I superstiti misero le mani avanti perché avevano il timore di poter essere abbandonati per l’ennesima volta.
L’esperimento fallì ancora in malo modo.
Warrior fu sospeso perché aveva saltato diversi incontri in cui era stato annunciato. Sarebbe stato reintegrato nel roster soltanto se si fosse scusato con tutti cosa che, tanto per gradire, non fece. Si giustificò dicendo che la WWF non gli aveva fatto avere la percentuale sul merchandising e che suo padre non stava bene.
La sospensione si trasformò in licenziamento.
L’ultimo. Quello che mise la parola FINE tra Ultimate Warrior e la World Wrestling Federation.
La guerra tra i due proseguì in tribunale.
Nel 1996 Warrior citò in giudizio la WWF per la modesta cifra di sei milioni di dollari per ottenere il 100% dei diritti sulla proprietà del nome “Ultimate Warrior”. Causa che vinse diventando a tutti gli effetti l’unico proprietario dei diritti sul suo personaggio.
Iniziò a combattere nei circuiti indipendenti. Era diventato un personaggio troppo scomodo e l’etichetta di egocentrico ed egoista lo anticipava in tutto e per tutto. Eric Bischoff però riuscì ad ingaggiarlo per la WCW che verso la fine degli anni ’90 era seguita da un numero maggiore di spettatori rispetto alla WWF, facendogli firmare un contrattino di sei mesi. Provarono a ricreare l’atmosfera di quella sera a Toronto mettendolo di nuovo contro Hulk Hogan ottenendo uno degli incontri più deprimenti e deplorevoli della storia del pro wrestling. Tutta la credibilità che aveva il personaggio dell’Ultimo Guerriero si era trasformata in una parodia. Una macchietta demenziale e credibile quanto il Grande Fratello.
Dopo qualche apparizione Eric Bishoff gli diede l’arrivederci anche a causa delle solite richieste economiche extra.
Warrior lasciò il mondo del wrestling definitivamente reinventandosi predicatore, iniziando a tenere una serie di comizi nelle università parlando di politica con dichiarazioni surreali su omosessuali e razze, secondo il suo credo, inferiori. Aprì un video blog dove in ogni post non mancava mai di sparare napalm a tappeto per bruciare chiunque fosse stato con lui durante gli anni d’oro della WWF. Fece una fugace apparizione nel 2008 nella NWE rendendosi però conto di essere troppo vecchio per tornare sul ring.
Cavalcando l’onda del vintage, i fan della WWE lo decretarono il più meritevole di entrare nella Hall of Fame. Warrior però rinunciò di entrare nella classe del 2012 per tenere fede alla sua promessa di non avere mai più niente a che fare con la famiglia McMahon.
Promessa che però non fu mantenuta a causa, o meglio per merito, di un videogioco.
E’ la nostalgia del tornare bambini ancora una volta.
Per l’uscita di WWE 2K14, Vince McMahon chiese ed ottenne dallo stesso Warrior la possibilità di inserirlo tra i personaggi giocabili nella Road to Wrestlemania facendolo comparire in uno degli spot.
Warrior accettò di entrare nella classe del 2014 e il 5 aprile fu introdotto nella Hall Of Fame della WWE.
Due giorni dopo, ovvero il 7 aprile, James Hellwig tornò su un ring della World Wrestling Entertainment dopo diciotto lunghi anni.
Si è presentato in borghese, invecchiato ed ingrassato, con i capelli corti brizzolati e un’aria stanca. Il trucco che lo aveva reso un’icona non solo della WWF è apparso dalla tasca dell’impermeabile. Era di cartone legato ad un elastico nero come una maschera di carnevale comprata per pochi spiccioli.
Nel discorso al WWE Universe ha detto che: “Nessun talento della WWE diventa una leggenda per conto proprio, il cuore di ogni uomo batte il suo ultimo battito e i suoi polmoni esalano l’ultimo respiro. E se quello che un uomo ha fatto nella sua vita fa pulsare il sangue nel corpo degli altri e li fa sanguinare nel profondo, allora la sua essenza, il suo spirito, saranno immortali. Voi siete gli Ultimate Warriors fans e lo spirito di Ultimate Warrior vivrà per sempre!“.
Tutto questo sembra ancora più assurdo perché le sue parole appaiono proprio come una dichiarazione d’addio.
Dopo essere riuscito a riappacificarsi con McMahon ed essersi scusato con le vecchie glorie per i suoi comportamenti, il giorno seguente James Hellwig si è accasciato in un parcheggio e se n’è andato.
Voglio credere che siano state le voci degli Spiriti dei Guerrieri, che sempre venivano citate in ogni promo quando era a tutti gli effetti un wrestler della WWF, a dirgli di sistemare tutto prima di lasciarci.
Ancora non si sa il motivo, probabilmente un infarto.

Con la morte di Ultimate Warrior se ne va un pezzo della mia infanzia ed è in momenti come questo che mi chiedo il motivo.
Forse perché qualcuno che sta più in alto di noi non ha piacere nel farci tornare bambini.

Io ti ricorderò sempre così.

Always believe.

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