12 aprile 2013

Volo AA

Erano le sette del mattino del 12 aprile 2013 e mi trovavo all’aeroporto di Fiumicino quando pubblicai su Facebook questa foto:
con il seguente commento: Il vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi. Finita la poesia vi dico BONA MERDE, IO VO A NEW YORK!
Ero in attesa del volo diretto AA235 Roma-JFK che mi avrebbe portato nella “mia” Big Apple.
Avevo veramente bisogno di partire. Di staccare tutto, specialmente il cervello, ed andare a “casa”. Volevo camminare per strada sapendo che nessuno mi poteva conoscere e mimetizzarmi tra la gente, cosa che a Firenze non posso fare. Soprattutto quello che mi ha spinto a comprare il biglietto e partire, da solo, è che New York è l’unico posto dove riesco ad essere in pace con me stesso e a sorridere come un ebete per 24 ore su 24. Concerti del Boss esclusi.

E’ passato un anno esatto da quel 12 aprile 2013 e ne sono successe tante: alcune brutte, alcune terribili, ma altre belle. A volte bellissime (vedi NYC Serenade @ Rock in Roma o Thunder Road @ San Siro).
Le pile sono sempre parecchio scariche, ma questa volta non posso proprio permettermi di ricaricarle tornando a New York. E chissà per quanto non ci tornerò. Per chi non lo sapesse ancora, i miei risparmi di una vita sono stati “investiti” in quella che, spero presto, sarà casa mia. Sì, avete letto bene: C A S A  M I A ! Più precisamente un loft che diventerà una specie di Disneyland in miniatura.
Ristrutturare casa, indipendentemente dalle beghe e credetemi sono state tante e dagli organi che ho dato in pegno per pagare parte delle spese, mi ha stranamente tranquillizzato. Penso solo a quello. Di continuo. In testa mi faccio tutte le prove di come potrebbe stare quel mobile messo in quel modo oppure in quell’altro e dato che praticamente sono a fine, mi concedo una licenza poetica per ripensare ad un anno fa. Alla “mia” New York.
Quando ero dall’altra parte dell’Oceano scrissi la figura di mmmerda fatta a Central Park e l’indimenticabile 4vs4 al Rucker Park.

Vi racconterò un’altra perla:
Dato che non ci fu verso di trovare un biglietto per andare al Garden a vedere i Knicks e con la NFL ferma, decido di andare nel Bronx a vedere gli Yankees nel glorioso Yankee Stadium.
Il baseball, che negli USA è lo sport nazionale, è la cosa più pallosa che un essere umano abbia mai concepito, molto più del “Curioso Caso di Benjamin Button”.
Le regole sono piuttosto semplici: due squadre composte da 9 giocatori si affrontano per nove inning in cui si alternano nella fase di attacco e di difesa. Il lanciatore (della squadra in difesa) lancia la palla verso il battitore (della squadra in attacco), che cerca di colpirla in modo da avanzare in senso antiorario su una serie di quattro basi poste agli angoli di un quadrato chiamato diamante e tornare, infine, al punto di partenza dove ha diritto a segnare un punto per la propria squadra. La squadra in difesa, composta oltre che dal lanciatore da altri giocatori posti in diversi punti del campo, cercherà di impedirlo eliminando il battitore facendo giungere la palla ad una base prima del battitore oppure semplicemente afferrando al volo la palla battuta.
Perché palloso?
Perché un inning può durare cinque minuti come mezz’ora. Ecco, moltiplicate mezz’ora per nove e vi renderete conto che una partita, a volte, può durare una vita.
La sfida è tra gli Yankees e gli Arizona Diamondbacks.
Prima di mettermi a sedere faccio quello che fa ogni spettatore presente allo Stadium: vado in uno dei mille (e non esagero tenendo conto che all’interno ci sono circa 90mila metri quadri tra negozi e puttanate varie) baracchini di junk food e mi sbologno un super hot-dog sugnosissimo con un litro abbondante di Coca Cola.
Appena lo speaker annuncia l’inno mi aspetto di vedere Enrico Pallazzo ma niente. Vabbé, mi accontento di Brook Lopez che fa il lancio di apertura.
La partita è di una noia mortale. Rischio più volte di addormentarmi ma resisto. Sono allo Yankee Stadium caXXo, mica a vedere il Firenze Ovest in via Pistoiese.
Della partita non gliene frega una sega a nessuno. I Newyorkesi sono lì per una cosa soltanto: mangiare.
Quei meravigliosi ciccioni non fanno in tempo a vedere la fine di ogni inning per alzarsi in piedi e fare il pieno di pop corn, hot-dog, hamburgers e schifezze varie.
Li adoro.
All’inizio del nono inning, dopo circa tre ore e mezza di partita, Arizona sta vincendo per 2-1.
Penso: “E’ fatta. Resisti ancora un po’ e finalmente questa agonia sarà finita”.
Invece un certo Francisco Cervelli piazza un home run quando gli Yankees hanno già un eliminato.
Porco $%*!
Dato che il pareggio non è nell’ideologia dello sport americano si va avanti ad oltranza fino a quando uno dei due riuscirà a vincere.
Decimo inning: niente.
Undicesimo inning: niente.
Ho le palle che mi stanno per esplodere.
Non ne posso veramente più.
Basta, mi arrendo.
Dalla tasca dei jeans tiro fuori l’iPhone e comincio a giocare a Football Manager. Non faccio in tempo a vedere il risultato della prima partita che sto giocando quando sento un boato provenire dalla mia zona.
Penso: “Gli Yankees avranno segnato…. Ma mi importa una sega! Ho il Notts County che sta lottando per un posto nei playoff per salire in Championship”.
Il tipo sopra di me, che si era accorto che ero l’unico che non stava sbazzando, mi bussa sulla spalla. Mi giro sfavato e lui, con gli occhi euforici, mi indica il maxischermo: quel boato era dovuto al fatto che stavano inquadrando il settore dove ero seduto.
Dovete sapere che alla fine dei vari inning, sul maxischermo appaiono una serie di attività per coinvolgere gli spettatori e non rischiare un suicidio di massa. Ci sono svariati quiz sulla gloriosa storia della franchigia, la Kiss-cam, delle lezioni di stretching per riattivare le gambe e altre stronzate simili. L’ho già detto che li adoro? Sì, ma è giusto ribadirlo.
Su quel monitor grande come tutta Via di Brozzi ci sono persone in delirio e poi ci sono io, rannicchiato in un angolino con la maglietta di un certo Curtis Granderson che tutt’oggi non ho idea di chi sia e che ho comprato soltanto perché indossa il numero 14 e l’iPhone tra le mani. Timidamente alzo un braccio e saluto. Appena la telecamera si stacca su di noi per riprendere un altro settore, abbasso la testa e continuo imperterrito a giocare.
Al dodicesimo inning, dopo più di quattro ore (quattro ore e undici minuti per la precisione), Arizona vince per 6-2. Me ne accorgo perché la coppia seduta accanto a me si alza non per andare a mangiare ma per tornarsene a casa. Rimetto a posto l’iPhone, mi sistemo le cuffie nelle orecchie e mi avvio verso la fermata della metro.
Esperienza bellissima ma sicuramente da non rifare. Piuttosto mi faccio il giro di tutti i musei ma mai e poi mai tornerò a vedere una partita di baseball di qualsiasi squadra di qualsiasi categoria.
Queste sono alcune delle foto che ho scattato nella casa dei Bronx Bombers.

Come sempre chiuderò il post con il video di una canzone ma niente rock per questa volta.
In quella meravigliosa esperienza all alone, in ogni negozio, ristorante, stadio eccetera eccetera dove sono entrato c’era sempre e solo Jay Z featuring Alicia Keys. Alla fine mi è iniziata a piacere.
Quanti ricordi….

ps. dimenticavo: la partita tra Yankess ed Diamondbacks è entrata nella storia perché un certo Zack Hample di professione collezionista, ha preso col guanto due homerun aggiungendoli alla sua collezione di 7000 palline!
Fatti una vita mio caro Zack….

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