Grano rosso sangue

Mi sono state fatte presenti un paio di cose:
– Ho una pagina Facebook che non ricordavo di avere e che, di conseguenza, ho lasciato nel dimenticatoio.
– Non ho mai raccontato nessun episodio surreale che mi è capitato lavorando all’assistenza clienti dell’Ikea (e credetemi sono tanti. Tantissimi).
Sulla prima nulla da dire. Me lo ricorderò. Forse.
Sulla seconda invece non mi sembrava giusto. E’ vero che il livello di demenza raggiunto dalla clientela di quel posto è paragonabile al Cottolengo (anzi, per essere più precisi il cliente medio è uno scarto del Cottolengo) ma non è carino sputtanare chi contribuisce a farmi avere lo stipendio in un momento in cui avere lo stipendio fisso è diventato un lusso.
Se tutto va come deve andare, un giorno vi prometto che ve le racconterò tutte. Dalla prima all’ultima.
Però questa ve la voglio dire:
sono entrato in turno da circa cinque minuti quando arriva una cliente con in mano un pezzo di un lettino da bambini che aveva trovato rotto. Dato che non aveva riportato tutto mi tocca farle una parziale. Dicesi parziale l’andare a prendere una scatola intera, aprirla, sostituire il pezzo rotto con quello buono, processare il reso e rifare la vendita. In pratica, una menata di caXXo mostruosa. Prima di aprire la confezione penso che l’ultima volta che ne avevo fatta una mi ero portato via un pollice dato che, con la mia classe e delicatezza, avevo sbarbato la scatola a mani nude. Per non commettere lo stesso errore prendo le forbici. Come vado a tagliare la parte superiore della scatola, faccio tutto il lembo di cartone con il mignolo. Mi accorgo subito di essermi aperto. Mi sono fatto uno smile sopra l’attaccatura dell’ultima falange. Guardo la cliente e mi mordo il labbro per non spararle una Madonna sul viso. In meno di due secondi comincio a sanguinare. Così tanto che imbratto subito il pavimento. Corro in ufficio e chiedo alla mia responsabile di medicarmi. Nonostante disinfettante, garze e cerotti, il sangue non ha la minima intenzione di smettere di uscire. L’ufficio, bianco come il vestito di un bambino che deve passare a comunione, sembra un mattatoio. Specialmente la parte di pavimento sotto a dove sono seduto.
“Qui ci vogliono i punti!” mi dicono.
“Macché.. Per una cagata del genere”.
Dai, picchia e mena decidono di chiamare l’ambulanza che arriva dopo circa dieci minuti.
Nel mentre telefono a Remo per dirgli, mettendogliela in modo tragico, che mi sono tagliato.
“Ah, benissimo” mi risponde, “io sono cascato di motorino e forse vado al pronto soccorso anche io”.
In una telefonata il surrealismo raggiunge vette che non si trovano neppure nelle tele di Dalì.
E ancora non siamo a niente…..
Appena sento il suono delle sirene mi metto a ridere.
Entrano in ufficio due persone, una giovane l’altra un po’ meno, con la barella e gli occhi sbarrati dalla preoccupazione.
“Dov’è?? Dov’è il ferito??”.
Sulla mia seggiolina, circondato da un lago di sangue, alzo la mano, vergognandomi.
“Ehm, sono qui. Ma tranquilli non è successo niente, mi sono soltanto fatto un taglio ad un dito”.
Lasciano la barella e nonostante la mia rassicurazione, si fiondano su di me legandomi subito un laccio emostatico intorno al braccio. Mi provano la pressione e mi chiedono più volte se mi sento bene o se sto per svenire.
“Macché svenire! Mi sono tagliato un dito!”.
Il loro responso è lo stesso dei miei responsabili: ci vogliono i punti. Bisogna andare a Careggi.
“Ce la fai ad alzarti?” mi chiede quello un po’ meno giovane.
“Mi sono tagliato un dito….” gli rispondo sempre più divertito e sconcertato e scuotendo la testa per la situazione esco dal negozio ed entro dentro l’ambulanza, sedendomi nell’unico posto libero.
“Scusa, ma che stai facendo?” mi domanda quello più giovane.
“Che faccio? Mi metto a sedere”.
“Assolutamente no. Te devi stare lì” e mi indica con gli occhi la barella che il collega aveva rimesso a posto.
“Stai scherzando vero? Per un dito!”
“La procedura è la procedura”.
Sempre più sconcertato e scuotendo sempre di più la testa, mi accovaccio sulla barella. Il dramma è che quando allungo le gambe mi accorgo che caviglie e piedi sono fuori dall’ambulanza e che il meno giovane non può chiudere i due portelloni.
Che fare? Beh, semplice. Mi giro su un fianco e mi metto in posizione fetale. Per completare l’opera, il meno giovane mi lega.
“No via, legato no” gli dico.
“La procedura è la procedura. Metti caso che prendiamo una curva, batti la testa e muori?”.
Vigorosa toccata di palle e lo lascio seguire la procedura.
Arriviamo a Careggi dopo un quarto d’ora.
Mi slegano e il meno giovane mi chiede se ce la faccio a scendere.
“Certo che ce la faccio, mi sono tagliato un dito!”.
Scendere però si rivela un dramma. Ovviamente non per il dito ma perché sono stato 15 minuti legato e rannicchiato. Di conseguenza ho schiena e gambe intorpiditi. Appena esco dall’ambulanza mi stiro come se mi fossi appena svegliato lasciando andare un urlo liberatorio.
“Oddio, corro subito a prenderti una carrozzina” mi dice l’infermiera.
“No, macché carrozzina! E mi sono tagliato un dito!”
L’infermiera, apparsa molto agitata, si tranquillizza e mi dice di seguirla all’accettazione. Dopo aver congedato i due tipi della misericordia mi chiede le mie generalità.
“Ma l’infortunio se l’è fatto sul lavoro?”.
La guardo.
Mi guardo.
Ho addosso il golf giallo con scritto IKEA, sotto la camicia gialla con scritto IKEA, i pantaloni blu con scritto IKEA e le scarpe antinfortunistiche. Forse, il non avere la scritta IKEA sulle scarpe l’ha mandata in confusione.
“No signora” le rispondo, “la divisa di solito me la metto per andare al cinema”.
Da dietro una voce interrompe quell’imbarazzante silenzio.
“Ma che caXXo gli chiedi?”.
Era il dottore.
“Ehm… E’ l’abitudine” sussurra l’infermiera, con le guance rosse dall’imbarazzo.
Il dottore mi toglie le garze dal dito e mi dice che ci vogliono i punti. Mi porta nella stanza accanto lasciandomi ad un collega piuttosto giovane, fresco fresco di laurea in medicina. Mi guarda e mi dice che ce ne vogliono quattro.
“L’anestesia non te la faccio ok?”.
“Ok”.
Prende ago e filo e comincia con il primo, partendo dall’esterno.
Dopo quattro tentativi, l’ago non mi entra nella pelle.
Ho la soglia del dolore molto alta ma già al terzo buco andato a vuoto gli dico che sto sentendo un po’ male.
Ci riprova un’altra volta ma niente. Decide quindi che due centrali sono sufficienti.
La prognosi è di dieci giorni il che mi fa ancora più ridere perché danno una settimana per le distorsioni alle caviglie. Contenti loro.
Dopo nemmeno venti minuti sono già uscito.
Telefono a casa per dire che ho fatto e se qualcuno può venire a prendermi ricevendo tre risposte negative su tre. La Marti e la Graziana sono a lavorare e Remo e a casa con un piede gonfio. Decido quindi di tornare in quel di Brozzi con il buon vecchio 56.
Ogni volta che prendo l’autobus la mente mi riporta agli anni della sQuola, quando giravo Firenze in lungo e largo con i mezzi pubblici dato che non avevo, e non ho mai avuto, il motorino.
Sull’autobus mi accorgo che due signore mi stanno fissando. Dopo un po’ una delle due si avvicina.
“Scusi, ma lei lavora all’Ikea?”.
Nonostante avessi provato a nascondere il sopra della divisa con il piumino, la scritta sui pantaloni è abbastanza eloquente.
“Si…”.
“Volevo chiederle… se dentro una scatola ho trovato un pezzo rotto, devo riportare tutto o va bene anche solo il pezzo?”.
“Assolutamente tutto”.

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