The day the music died

Il 3 febbraio 1959, in un incidente aereo a Mason City nello Iowa, morirono Buddy Holly, Ritchie Valens e Big Popper.  Tre icone del rock and roll. Gli Americani ribattezzarono la tragedia come “The Day The Music Died”. Il giorno che morì la musica.
La stessa frase che utilizzo io dai primi di marzo del 2008, ovvero dalla prima puntata di X Factor Italia.

Ho evitato di scrivere questo post per anni, ma mi avete così tanto rotto le palle che alla fine ho ceduto.
Anche perché come si fa a chiedere un parere del genere ad un feticista musicale che qualche giorno ha barattato il suo colon con il 45 giri di Crosstown Traffic della Jimi Hendrix Experience?
Dopo aver letto i post entusiastici dei miei “amici” su Facebook che idolatravano i quattro finalisti e gli ospiti, ho provato un senso di desolazione. E di resa. Non è colpa loro. O meglio sì. Una persona che ama la musica di Tiziano Ferro e la considera “meravigliosa” probabilmente (anzi sicuramente) non ha mai ascoltato un disco dei Pink Floyd. E anche se l’ascoltasse, lo troverebbe noioso.
Già questo fa capire fin troppe cose.
La mia non è una critica. Assolutamente. Ognuno è ignorante a modo suo. Io ad esempio non capisco niente di cucina. Coloro che osannano X Factor, di musica.

Ogni volta che penso alla musica, mi viene in mente il Lester Bangs di Philip Seymour Hoffman in Almost Famous quando, parlando con il giovane William Miller, afferma che il rock and roll è finito. “Sei in tempo per il rantolo della morte. L’ ultimo singulto. L’ ultimo annaspo”.

Detto questo, ieri è terminata l’ottava stagione italiana del talent show canoro più amato del mondo. La versione degli Anni 2000 del karaoke di Fiorello. Ha vinto Lorenzo . Non che la cosa sia rilevante.
Dire che X Factor non ha niente di musica penso che sia riduttivo e non basterebbero 100 post per spiegare la storia dell’involuzione sia degli “artisti” sia, soprattutto, degli ascoltatori per rafforzare al massimo l’idea di Lester Bangs non solo sul rock and roll.
La musica è morta.
Non è rimasto niente. Se non qualcuno di coloro che dagli anni ’50 fino alla fine dei ’70 hanno cambiato tutto, ma da cui, e lo dico con il cuore spaccato dal dolore, non possiamo più aspettarci altro. Chiedere a Bob Dylan a settantatré anni, un altro Freewheelin’ o un altro Highway 61 sarebbe un’utopia (certo, gli basterebbe incidere un disco fischiettando che sarebbe migliore di tutto ciò che si trova oggi nei negozi) per età, stimoli e perché ogni genere (rock in tutte le sue sfumature, blues, pop, soul, funky, jazz, rap, punk, new wave, heavy metal, folk) ha già raggiunto il suo apice. E quando si raggiunge il massimo (o la perfezione in alcuni casi, vedi The Dark Side of The Moon) è inevitabile, prima o poi, la caduta.
E’ la metafora dell’aeroplano: decolla, raggiunge il punto più alto, si stabilizza, segue la sua rotta, comincia la discesa e alla fine ritorna a terra.
“Siete pregati di slacciarvi le cinture, il viaggio è finito”.
E mentre ogni genere iniziava la sua discesa, il mondo musicale è stato preso in mano dai discografici che ne hanno accelerato la china puntando l’obiettivo non più sulla qualità, ma sul fattore pecuniario.
Sei bravo ma non vendi: non vali un caxxo.
Non vali un caxxo ma vendi: possiamo lavorarci su.
Chiaramente non per renderlo bravo ne tantomeno credibile.
Come ho già scritto, oggi per avere successo devi arrivare o alle donne o ai ragazzini. Quarant’anni fa non avrebbero mai abbattuto un albero per stampare i libri di Fabio Volo, così come gli One Direction avrebbero fatto i fattorini alla UPS (con il massimo rispetto per chi lo fa).

C’è una cosa in particolare che mi ha colpito molto ed è poi il sunto dell’idea di X Factor: alle audizioni (che guardo sempre con immenso piacere), Federico Pagani, in arte An Harbor, si è esibito cantando una sua canzone ed è stato, secondo me, il migliore in assoluto di tutti coloro che sono saliti sul palco nel corso delle puntate. Ai bootcamp però, il celeberrimo Mika lo ha mandato in culo rispedendolo a casa.
Vi racconto com’è andata: Federico si è presentato con lo sguardo di sfida, sicuro di se, portando una versione cantata di un epitaffio funebre. Alla fine dell’esibizione, il talentuosissimo, bellissimo e famosissimo Fedez, è il primo a storcere la bocca dicendo che la sua proposta non è poi così innovativa. Federico risponde dicendo l’opposto, ovvero che nel panorama musicale italiano, lui è (sarebbe..) qualcosa di nuovo e secondo il mio modesto ed umile parere ha (avrebbe…) ragione. L’ espertissima Victoria Cabello si risente e gli da del presuntuoso, così come Mika, il giudice della categoria Over 25, che butta il carico affermando di non essere sicuro di voler lavorare con lui. Morgan non c’era. Probabilmente era a pippare. Il motivo, sempre secondo il mio modesto ed umile parere, è perché Federico Pagani in arte An Harbor, non dava l’idea di essere un cantante malleabile e di conseguenza di non essere disposto a vendere per 30 denari la madre e diventare un burattino gestito dai produttori discografici, che gli avrebbero fatto cantare quello che volevano loro e non quello che voleva lui. D’altronde, un cantante che ha detto di aver preso Bruce Springsteen come modello professionale e di vita, non può essere malleabile. Altrimenti sarebbe stato tra i quattro a giocarsi la vittoria.
Discorso che non posso fare per Mario, uno dei finalisti. Il piccolo cantante sardo, si è presentato alle audizioni con una sua canzone intitolata All’Orizzonte. L’ ha cantata in versione acustica, lui e la sua chitarra, e devo ammettere che, complice questo periodo in cui sono emotivamente molto suscettibile, mi ha emozionato. La canzone mi sembrava vera, sincera e Mario era molto credibile nel cantarla con quel suo timbro roco da folksinger del Greenwich Village, perché dava l’impressione di essere un ragazzo buono che nella vita aveva avuto più schiaffi che carezze. Durante la gara, al momento di presentare il proprio inedito con cui entrare nel mondo discografico, chi muove i fili a Mario ha letteralmente stravolto la sua canzone togliendo tutto ciò che aveva di bello e credibile, trasformandola in una ballata pop che può benissimo stare in un film di Fausto Brizzi, dove l’accompagnamento (fatto da loro, i Master of Puppets) è più alto della voce dell’interprete, che addirittura ha dovuto alzare la sua tonalità.
Il risultato è che tra qualche mese, Mario pur avendo perso tutta quell’autenticità e la spontaneità delle audizioni, vincerà il disco d’oro (che ha già vinto Lorenzo dopo neppure una settimana) e riempirà i palazzetti di tutta Italia, mentre Federico Pagani, che non si è voluto piegare alla commercializzazione imposta dal tipo di musica che piace (alle donne e ai ragazzini), lo potremo ascoltare alla sagra del roventino a Borgo a Buggiano.

Ogni persona sogna la fama. Tutti, dal primo all’ultimo. Sì, è vero. Ci sono anche coloro che la rifiutano. Però solo dopo averla vista, toccata e provata. Cantanti, attori, scrittori, registi, pittori. Chiunque decide di puntare su quello che lui stesso considera il suo “dono” lo fa per raggiungere il successo. Che può essere un’esposizione al Guggenheim come la vittoria del Premio Ig Nobel (non ho scritto male. Esiste davvero!). Non venite a dirmi che uno che canta in camera sua lo fa per divertimento. O meglio, ha senso fino a quando non mette il video della sua performance su YouTube. Se canti per te stesso lo fai sotto la doccia. Non davanti ad una telecamera.
Poi ci sono due tipi di successo.
Non mi permetterei mai di andare da Alex Britti a dirgli: “Idiota, Eric Clapton ti ha voluto come session man e ti metti a cantare La Vasca“. Ognuno ha i suoi obiettivi. Si vede che il suo era quello di gonfiarsi il conto in banca piuttosto che avere una dignità. Sono caxxi suoi. Liberissimo di cantare Solo Una Volta. Perché non mi fa incaxxare l’avere successo sprecando il proprio talento, ma è l’avere successo pur non avendo un briciolo di talento che mi fa venire i nervi. E non vale solo per la musica. Vale per tutto. Che su YouTube, Frank Matano sia prima di Frank Sinatra è un’offesa alla cultura e alla storia. Così come i 230€ platea Diamond per un biglietto di Violetta e che nei migliori incassi nella storia del cinema italiano ci siano a malapena 3/4 film intesi come film, nascosti tra cinepanettoni e comici che non fanno ridere.

E’ logico pensare che ci meritiamo tutto questo.
O meglio, che vi meritate tutto questo: Violetta, Frank Matano, i cinepanettoni, Fabio Volo, Tiziano Ferro ed X Factor.

I discografici, i produttori, gli agenti letterari non sono Mario. Non sono buoni. Sono cattivi. Scordatevi i cattivi come quelli dei film che parlano, parlano, ma finiscono sempre a gambe per aria. Questi sono cattivi veri perché conoscono la mente dell’essere umano e sanno benissimo che l’essere umano ha più facilità nel credere alla finzione piuttosto che a ciò che è autentico. Di conseguenza, non hanno troppa difficoltà nel riempirgli (in questo caso, riempirVI) il cervello di tutto ciò che vogliono.
Sì, esatto.
Di merda.
Tanta, troppa, merda.

E’ la fine.
Di tutto.
Non solo della musica.

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