La storia inizia al Draft del 1989, quando i Sonics scelgono un’ala grande nata ad Elkhart, in Indiana. È il primo liceale che arriva in NBA direttamente dall’High School, ma non per sua volontà. Sarebbe dovuto andare a Kentucky, ma non passa i test attitudinali e così perde il suo primo anno di college. Alla 17esima chiamata, i Seattle Supersonics scelgono Shawn Kemp. È un bel salto nel vuoto. Nessuna franchigia prima di allora aveva rischiato così tanto. 

Ma Shawn Kemp è speciale. L’impatto che ha con l’NBA è devastante. Ora, lasciate perdere la bruttura di oggi dove si vedono solo tiri da tre o gente appesa al ferro. La sua fisicità, unita all’atletismo, è irreale per un armadio di 208 cm per circa 110 kg, ma che si muove come una guardia. E soprattutto vola. Le sue non sono semplici schiacciate. Sono delle condanne a morte. Ogni volta che va su, l’obiettivo è quello di portarsi a casa il ferro, tanto che l’NBA vieterà ai giocatori di restare appesi dopo aver inchiodato. 

C’è solo un problema: la squadra non è nulla di che e soprattutto manca di un playmaker che ha quel famoso qualcosa in più. Negli anni ’90, la figura del play è standardizzata: è piuttosto piccolo di statura, organizza il gioco, tira sugli scarichi e distribuisce il pallone alla guardia o all’ala piccola che esce dal doppio blocco, o la da battuta in terra ad uno dei due giocatori spalle a canestro. Ci vuole altro. E arriverà l’anno dopo, sempre al draft. Proviene da Oregon State e di soprannome si fa chiamare The Glove, il guanto, per il modo in cui difende e sta attaccato agli avversari. Si chiama Gary Payton.

L’arrivo di Payton migliora decisamente i Sonics. Se l’anno prima avevano mancato l’accesso ai playoff, nella stagione 90-91, sempre sotto KC Jones come capo allenatore, Seattle arriva ottava nella western conference per poi essere eliminata al primo turno dai Portland Trail Blazers. Ma delle solide basi per costruire qualcosa di importante ci sono eccome. C’è però ancora qualcosa da cambiare, perché c’è bisogno di qualcuno in panchina che metta in condizione i due di fare quello che vogliono e di giocare una pallacanestro visionaria. Avanti di almeno una decina di anni. Nella stagione 91-92, dopo un inizio da 18 vittorie e 18 sconfitte, KC Jones viene licenziato e al suo posto viene assunto George Karl. Ed anche in questo caso è una scelta abbastanza assurda visto che Karl non allena in NBA da 4 anni, dopo essere stato licenziato dai Golden State Warriors ed aver allenato in CBA gli Albany Patroons e in Europa il Real Madrid. 

Sotto il nuovo coach, i Sonics chiudono la regular season come sesti, vanno ai playoff dove vinceranno al primo turno contro gli Warriors per poi perdere contro gli Utah Jazz. Fuori dal campo, esplode il grunge e mi piace pensare che il culto dei Sonics, comincia così. Con i ragazzi americani che ascoltano gli Alice in Chains indossando la canotta gialloverde di Shawn Kemp. O di Gary Payton.

Payton to Kemp

La stagione 1992-93, la prima con George Karl come capo allenatore fin dall’inizio, vede i Sonics migliorare ancora il proprio record in stagione, chiudendo al terzo posto nella western con 55-27. Shawn Kemp ormai è la stella indiscussa e simbolo della franchigia e per lui arriva la prima convocazione all’All Star Game. Ai playoff, vanno tre volte alla bella, vendicandosi degli Utah Jazz al primo turno, vincendo dopo un supplementare gara sette contro gli Houston Rockets, perdendo però la finale di conference contro i Phoenix Suns di Charles Barkley e Kevin Johnson. Suns che poi verranno battuti dai Chicago Bulls del primo threepeat.

Ci siamo. Ci voleva tempo, ma adesso ci siamo davvero. Servono due innesti per puntare definitivamente all’anello. Il primo è un tedesco che a Seattle conoscono bene, visto che è andato all’università di Washington: Detlef Schrempf, che viene preso dai Pacers in cambio di Derrick McKey. Il secondo è una guardia che giocava a Charlotte. È atletico, con un discreto jumper dalla medie e un buon difensore: si chiama Kendall Gill. Con Payton, Kemp, Gill, Schrempf, il veterano Michael Cage a pulire i tabelloni e Sam Perkins e Nate McMillan dalla panchina, i Sonics spazzano via tutti in stagione regolare, chiudendo con il miglior record di tutta l’NBA: 63-19. 

Al primo turno dei playoffs, incontrano i Denver Nuggets, arrivati ottavi. Si prospetta il classico bagno di sangue. Infatti, Seattle vince in casa le prime due partite. La prima di 24 e la seconda di 10. Eh ma c’è da andare in Colorado, contro una squadra giovane che non ha più nulla da perdere. Infatti non perderà più. Denver vincerà non solo le due partite in casa, ma pure la bella a Seattle, eliminando, per la prima volta nella storia la numero uno del ranking. Quello che più balza all’occhio è che nelle cinque partite giocate, Shawn Kemp non è mai il miglior marcatore dei sonics, perché per tutte le cinque partite verrà intimorito da Dikembe Mutombo, centro dei Nuggets. 

Di solito con un tonfo del genere, certe franchigie non si riprendono più. Infatti, la stagione successiva, i Sonics peggiorano il loro record e vengono eliminati al primo turno dai Los Angeles Lakers. Sembra la fine. Come del grunge.

È la fine di un’era. È tempo di rifondare. Anche le maglie ed il logo storico vengono cambiati.
Eppure… George Karl ci crede ancora. Pensa che nonostante il miglior record di due anni fa, la squadra non abbia raggiunto il punto più alto. Karl rispedisce a Charlotte Kendall Gill per Hersey Hawkins, una guardia molto meno spettacolare, ma molto più concreta e solida. Kemp e Payton si trovano come non mai. Hawkins e Schrempf mettono dentro qualsiasi cosa gli capiti tra la mani e il centro Ervin Johnson continua la dinastia di Michael Cage. Ma soprattutto difendono. Difendono alla morte contro tutti, diventando la miglior difesa della NBA. I Sonics chiudono la stagione con ancora il miglior record ad ovest, 64-18. Ai playoff, vincono 3-1 contro i Sacramento Kings, spazzano via 4-0 i campioni in carica degli Houston Rockets e battono i Jazz in gara 7. È finale. La terza della loro storia dopo aver perso nel ’78 contro gli Washington Bullets a gara sette e ad aver vinto l’anno dopo, sempre contro gli Washington Bullets, in cinque partite. 

C’è solo un problema: quello col 23. Oltretutto, nella stagione del record 72-10.
Infatti, i Bulls vanno subito sul 3-0, vincendo a fatica le prime due in casa, ma distruggendo i Sonics alla KeyArena in gara 3. In gara 4, Karl decide di mettere Gary Payton in marcatura su Michele e questa volta sono i Sonics a vincere di 20. In gara 5, stessa storia, Payton su Michele e i Sonics accorciano 3-2. Se Payton è riuscito, per quanto possibile, a contenere Michele, Shawn Kemp è immancabile fin da gara uno, nonostante sia difeso da uno dei migliori difensori di sempre, cioè il Verme. Ma è incontrollabile. In quel momento, Shawn Kemp è il miglior 4 di tutta l’NBA. Ma non basta. Perché gara sei a Chicago, la vincono i Bulls. 

Nella stagione 96-97, i Sonics, dopo la finale persa contro Chicago, restano comunque i favoriti ad ovest. La squadra resta sostanzialmente la stessa, con solo qualche aggiunta a rimpolpare la panchina. Kemp. Payton e Schrempf vengono convocati all’All Star Game di Cleveland e i Sonics chiudono al primo posto nella Pacific Division e al secondo nella Western. Battono i Suns 3-2 al primo turno, ma perdono in gara 7 contro i Rockets, che si vendicano del cappotto dell’anno prima. E con l’uscita ai playoff, la squadra esplode. Per tutto l’anno si era parlato del contratto di Shawn Kemp. Kemp aveva firmato un contratto nel ’94 che non prevedeva alcun ritocco dell’ingaggio fino ad ottobre 97. Quindi a stagione già conclusa. Kemp pretendeva il massimo salariale, giustamente, ma i Sonics avevano firmato il centro Jim McIlvaine con parte dei soldi del salary cap che avrebbero dovuto dargli. O meglio, che gli sarebbero dovuti spettare, secondo lui. La scelta di non pagarlo quanto avrebbe voluto non è da ricercare nelle sue indubbie doti sul parquet, ma nelle altrettanto indubbie doti fuori dalla KeyArena, dove la sua dote era piuttosto conosciuta in città. Oltretutto, al buon Shawn nessuno aveva detto che in cima aveva un buco e ogni spesso qualche signora bussava alla porta di casa Kemp, chiedendo l’assegno di mantenimento del pargolo. 

Kemp fu scambiato ai Cleveland Cavs per Vin Baker (altra storia che andrebbe raccontata). E la magia a Seattle finì davvero. 

In realtà i Sonics finirono l’anno dopo, dove comunque arrivarono secondi nella Western per riuscire ancora una volta al primo turno contro i Lakers. George Karl lasciò per andare ai Milwaukee Bucks, il veterano Nate McMillan si ritirò, Sam Perkins firmò da free agent con gli indiana Pacers e Jim McIlvaine, quel Jim McIlvaine che aveva firmato un contratto di sette anni, fu mandato ai Nets. Nelle tre stagioni successive, i Sonics mancarono due volte l’accesso ai playoff e nel marciume generale, a gennaio del 2001, Howard Schulz diventò proprietario della franchigia. Howard Schulz è un imprenditore di Brooklyn che da giovane lavorava come tecnico delle macchine del caffè per la Hammarplast. Tra i clienti, c’era un’azienda di Seattle che lo assunse nel 1982. Schulz allora, per conoscere meglio il prodotto, iniziò a fare andata e ritorno tra gli Stati Uniti e l’Italia. Quando tornò in America in pianta stabile, aprì il suo locale a Seattle e lo chiamò “Il Giornale”. In realtà, il suo era tutto un piano per acquistare l’azienda per cui riparava le macchine di caffè e che l’aveva assunto nell’82.. E ci riuscì. L’azienda si chiamava e si chiama tutt’oggi Starbucks. 

Schulz si scontrò fin da subito con Gary Payton che, dopo l’abbandono di Shawn Kemp, era diventato l’uomo franchigia. Secondo Payton, l’idea di Schulz era quella di usare i Seattle SuperSonics per aumentare la visibilità, e gli introiti, di Starbucks. La guerra durò un anno intero, dopodiché Payton fu scambiato ai Milwaukee Bucks per Ray Allen. 

Nonostante l’arrivo di uno dei migliori tiratori di sempre della Nba, il declino diventa sempre più inesorabile. Non ne azzeccano più una. Né le scelte ai drafti né gli scambi. L’appeal verso la Windy City è veramente finito. Dall’avvento di Howard Schulz e dalla conseguente cessione di Gary Payton, i Sonics vanno ai playoff due sole volte in sette anni, di cui una nel 2004-05 in una stagione miracolo da 52 vittorie. Non c’è un progetto, non c’è davvero niente di niente. Quella che sarebbe dovuta essere la svolta, come accadde nell’89, arriva nel 2007, quando scelgono, con la seconda chiamata assoluta, Kevin Durant, che proprio come Shawn Kemp, ha fatto solo un anno di college, a Texas University. Nonostante la cessione di Ray Allen in direzione Boston e quella di Rashard Lewis in direzione Orlando, Durant è una roba che non si è mai vista. Infatti, vincerà a fine anno il premio di rookie of the year. È il giocatore da cui ripartire e poco importa se nella stagione 2007-08, i Sonics chiuderanno ultimi ad ovest con 20-62. Ma… 

Torno indietro di due anni. Nel 2006, Schulz aveva venduto i Sonics a Clay Bennett, un imprenditore dell’Oklahoma, perché in guerra con il sindaco di Seattle per la ristrutturazione della KeyArena (che in quegli anni, era il palazzo più malmesso di tutta l’NBA). Lo stesso Bennett aveva promesso un rinnovo della KeyArena o addirittura, la costruzione di un nuovo palazzo che gli sarebbe costato circa 500 milioni di Dollari. Bennett sapeva che il consiglio comunale non avrebbe mai accettato di finanziare un altro impianto, dopo aver speso tanto, troppo, per la costruzione degli stadi dei Mariners e dei Seahawks. In più, c’era una legge comunale che proibiva di dare sussidi pubblici a squadre professioniste, a patto di ricevere in cambio ad un interesse del 4,9%.

Il 2 luglio del 2008, i Seattle SuperSonics diventarono gli Oklahoma City Thunder. Bennett era entusiasta, nonostante il dover pagare 45 milioni di Dollari di indennizzo alla città e poi altri 30 nel 2013 per il mancato avvento di una nuova franchigia. 

Il nome Supersonics, i colori ed il logo però sono rimasti nella città della pioggia, nel caso un giorno qualcuno dovesse riportare in vita i Sonics. Nel mentre, Jason Reid e Colin Baxter, due tifosi dei sonics, vagano per gli Stati Uniti vestiti da zombie, con tanto di canotte addosso e due cartelli in mano con scritto Bring Back Our Sonics. 

Nel 2018, Kevin Durant tornò a Seattle per un’amichevole pre-stagionale tra i suoi Warriors e i Kings, presentandosi con la canotta di Shawn Kemp, e dichiarando “Seattle merita una squadra, è una città che vive di basket, una città che vive di sport”. Delirio. Ma come si dice in questi casi, è stata una “one night only”.
Recentemente, anche Kevin Garnett ha dichiarato che il suo sogno è quello di riportare i Sonics nella NBA, ma per il momento, e non solo, ci sono tante parole e pochi fatti. Prima Stern e poi Adam Silver, hanno più volte affermato che nel breve non ci sarà nessuna nuova franchigia. Neppure tra le defunte.
Aspetto, anche se mi mancano. E pure tanto. L’unica cosa che mi auguro e che, eventualmente, il ritorno dei Sonics coincida con il ritiro del Maiale, visto che ho promesso che non guarderò più l’NBA fino a quando ci sarà lui sul parquet. Sarebbe un bellissimo modo per festeggiare la fine di un “ventennio” veramente brutto.

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90’s Sonics
Episode 1